Gettando uno sguardo alla poetica di Alfonso Gatto (1909-1976), è possibile distinguere due fasi ben distinte. La prima, che va dal 1932, anno della pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, intitolata Isola, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, è la fervida fase del Gatto ermetico. L’autore campano è così legato a tale corrente da rappresentarne, al pari del premio Nobel Salvatore Quasimodo (1901-1968), il maggior esponente. Le liriche di questo periodo, che comprende anche il volume Morto ai paesi (1937), si caratterizzano per il cospicuo ricorso all’analogia. La parola allude e rievoca, canta la desolazione e rifiuta il confronto con la storia, e negli sparuti riferimenti a vicende reali si rifugia in una sorta di mitologia del simbolo, restando pur sempre difficilmente comprensibile.

La seconda fase prende avvio nel dopoguerra, ed è segnata da un impegno socio-civile che sgorga quasi naturalmente in seguito alla barbarie bellica. Gatto prende le distanze dall’Ermetismo, ricercando una sintesi tra la poesia e la storia prima ignorata, facendosi portavoce delle dolorose sofferenze, causate dalle atrocità del conflitto, della gente più povera, di quegli strati meno abbienti della popolazione. Il linguaggio, un tempo evanescente, assume consistenza e praticità, divenendo più discorsivo, colloquiale ed aperto alla quotidianità, allo sviluppo esistenziale di tutti i giorni. Nel secondo dopoguerra si assiste così ad un processo di sensibilizzazione socio-civile di Gatto, che dedica inoltre molti dei suoi versi all’infanzia.

Volendo scegliere un componimento esemplificativo della prima fase poetica di Alfonso Gatto, tra le due la più complessa poiché, come detto, ermetica e dunque bisognosa di un concreto chiarimento testuale, è bene rivolgersi alla raccolta d’esordio, Isola (1932), dalla quale estraiamo la lirica Nello spazio lunare. Di seguito, il testo.

Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.

Come un tepore troveranno l’alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l’ala i nidi.

Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d’erba, una pianura.

Colpisce immediatamente la singolare atmosfera emanata dai versi. Gatto accenna allo «spazio», in un’unica rievocazione cosmica ed astronautica, tendente alla metafisica, che comunica una desolazione totale ed estrema. Il componimento è un complesso fregio inestricabile ricco di allusioni che risultano sospese, irreali, astratte, in un sottile contrasto tra la misera fisicità, materialità dell’uomo e l’intangibile, imperitura immensità dell’intero universo.

Detto ciò, propongo una piccola antologia gattiana. Buona lettura.

Da Isola, 1929-1932.

IDILLIO DEL PICCOLO MORTO

La villa silenziosa che raccoglie
dalla riviera docile i suoi lumi
scopre fluenti d’inquiete foglie
viali argentei, siderali fiumi.

In dolorosa esilità mi chiami,
piccolo morto intirizzito d’aria:
la notte calma con pazienti rami
il sonno bianco della Solitaria.

Ma nello slancio rapido dei pini
culmina il cielo delle vette, azzurro,
ed incantati tremano ai vicini
boschi dell’aria gli alberi al sussurro

che ti lambisce in una vana pace.
Ora sei bianco e come inteso al vivo
della tua cieca trasparenza. Tace,
rannicchiato, l’erompere giulivo

d’una suprema volontà di spazio:
piccolo morto svincoli le forme
ora che s’è rinchiuso nel tuo strazio
in un silenzio intenso il mondo e dorme.

Esorbiti: cautela del tuo volto
l’aria trasale, illimpidita. Lento,
ripiegato su te, quasi in ascolto
del tuo silenzio, ti rassegni al vento.

Doloroso inesperto alla tua pena,
invaghito monotono di stento,
t’illumini di te: notte serena
spacca troni di roccia al firmamento.

Puro del cielo, e nell’odore stretto
al tuo respiro d’anima fiorita,
il mondo si rannicchia nel tuo petto
nel desiderio caldo della vita.

Così la strada addormentata sale
odorosa di tombe incontro all’aria
nuova del volto, al tuo dolore uguale
per ogni tempo che verrà. Non varia

luna al silenzio che stupì la bara.
Traforata da ruderi celesti
la notte stacca serenata e chiara
l’ora profonda: nel silenzio resti
come un’eco di foglie inquiete, rara.

Da Morto ai paesi, 1933-1937.

ALBA A SORRENTO

Al freddo stretto i limoni movevano la luna d’alba
prossima ad esalare scialba nel cielo dei portoni.
Sulla finestra a grate, tra i rami d’arancio
portava il vento uno slancio di polle rosate:
i gerani smorti dal gelo trepidavano d’aria
sotto l’arcata solitaria illuminata dal cielo.

Ai monti pallidi d’ali sorgevano voci remote,
per strada le ruote dei primi carri, i fanali
tenui nel vetro dell’aria, trasparenza del verde
fresco delle persiane; lungo i cancelli
il sole era un caldo cane addormentato tra i monelli.

***

ELEGIA

Padre vinto nel sonno
oscuro e lontano,
il bambino ti sveglia con la mano.
Ancora nato nel tuo sogno chiede
ricordo dell’età che ti correva
giovane agli occhi,
mesto al sollievo della sua sembianza
non vuole che tu creda
la morte buia nell’eternità.
Era così soave il cielo intorno,
a respiro e a cadenza della sera
tu mi portavi in braccio al sonno
fresco di primavera.
Forse è questo la morte, un ricordare
l’ultima voce che ci spense il giorno.

***

MORTO AI PAESI

Bambino festoso incontro alla strada
del giorno chiamato lungamente
sarò morto nel gioco dei paesi:
prima che la sera cada
porta a porta si sente
la quiete fresca del mare, stormire.

Il bambino festoso dove muore
nel suo grido fa sera
e nel silenzio trova bianco odore
di madre, la leggera
sembianza del suo volto.

Resta vergogna calda sulla fronte,
a rare
voci ritorna
lungo le porte ad ascoltare
il paese cantato sui carri.

Da Poesie, 1929-1941.

POVERTÀ COME LA SERA

Torna povera d’amore
nel ricordo l’erba e a sera
reca solo quest’odore
della morta primavera,

questi prati freschi al velo
della corsa che negli occhi
dei bambini è quasi il cielo,
questo sogno che non tocchi

liberandolo in segreto
come l’aria dei tuoi colli.
Resti limpida se lieto
di tristezza e d’aria volli

povertà come la sera
per spogliarti sino al volto,
sino agli occhi in cui dispera
questa luce, se t’ascolto

vana ai limiti del cielo
nel clamore aperta e rosa
come nube che al suo gelo
torna vaga e si riposa.

Resti povera d’oblio
lungo il prato che al suo muro
di celeste imbianca, addio,
nel lasciarti anche il futuro

smemorata voce annotta.

***

SAN MARCO

Firenze grande e morta
nella sera e nel fiume,
una lapide effimera sia vento
al dolce nome, al grigio della porta.
Come rapida polvere un alone
fulvo di chiese brulica per l’agro
cielo serale e migra ove sia tomba
lieta degli anni a ricordarmi il mare.

***

SERA DI GUERRA

Quei giovani mortali
che tornano dal cielo
ora han deposto l’ali
e coprono d’un velo

dolcissimo la sera.
Era un sollievo chiaro
il mondo che s’annera
già docile nel raro

notturno d’una stella.
Era un respiro solo
la luce che cancella
in sé l’orma del volo.

Ed il paese al vento
notturno delle voci
mai fu così contento:
lontano alle sue foci

di canne era la luna
palustre sopra il mare
e bianche ad una ad una
sembravano tornare

le case aperte al cielo,
ai giovani mortali
che sciamano nel velo
azzurro dei fanali.

***

LELIO

La tua tomba, bambino,
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
d’intorno e l’incantata
pace d’una zappetta.

Era un dolce rumore
che tu lasciavi al giorno
quel cernere la ghiaia
azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno
la sera. Ora, che appaia

la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo,
ci sembrerà d’udire
nell’aria il tuo lamento.
Era un tuo grido a fondo
l’infanzia, un rifiorire…

Inventaci la morte,
o bambino, i tuoi segni
come d’un gioco infranto
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni
di nuvole e di pianto.

Ogni giorno che passa
è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo,
devastaci la vita

un’altra volta e vivi.

Da Poesie d’amore, 1941-1949, 1960-1972.

IL CREPUSCOLO DI COMACCHIO

Più della grande libertà ci attrista
il cielo consumato ove la sera
attira i remiganti dell’estuario.
Libertà di soffrire e d’aver luce
impoverendo alla sua soglia, magri
nella magra dolente del crepuscolo
che finisce la terra sulle morte
acque del mare.
Fredda, al suo freddo intonaco murata,
ogni casa s’esalta allo squallore
di cui poi resta all’orizzonte sola.
Nelle valli salate fugge l’ombra
dell’ombra che furtiva già s’invola
falcando sul barchetto, quei fantasmi
battono l’orologio della torre.

***

SEGUENDO L’ERTA DI CONCA

Il mezzogiorno lastrica le mude
di calce spenta, mi sostiene il vago
terrore di mancare, così nude
le gambe irragionevoli che appago

del ricordo del sole, così mio
l’inganno di seguirle al tremolìo
dell’universo vuoto.

Nel precipizio del cadere immoto
la mia paura a strèpito del cuore.
Ad attrarmi così, nel lieve moto
di quegli aghi silenti, fu stupore

di vita la sembianza dell’addio
che a distinguere il volto mi trovavo.
Ero l’orma sparita nell’incavo
del segno, a rilevarmi dall’oblio

fu la musica torrida, la spera
d’un riverbero alato, la Chimera.

***

GLI OCCHI TRISTI

Le labbra inaridite, gli occhi tristi
nel lume fioco della stanza, al vetro
della sera t’attendo. Vivi, esisti
ma lontana, di freddo, eppure dietro

la tua nuca d’un soffio la mia mano
– io la ricordo, un soffio – a dirti amore
quasi svaniva, nevicava piano
l’azzurro d’ogni cosa, sul tuo cuore

ascoltavo la terra farsi grande.
Piuma di tenerezza dove sei?
Ora il silenzio chiude le domande
e la voce all’accorrere dei miei

passi risponde nulla a chi mi chiede
di te, di me. Di spalle sulla porta
a fermarla per sempre, e col mio piede
a battere, ripeto nulla, è morta.

***

QUALCOSA DA RICORDARE PER L’OBLIO

Trova il freddo randagio, la strada d’ogni dove,
la pergola di foglie sotto il cielo che piove.
Trova i poveri neri che succhiano nel moccio
il pensiero degli occhi. Nella polvere dura
che làstrica i sentieri, cerca ai segni di coccio
la sabbia delle mura, il ricordo del sole,
i lustri scarabocchi dell’umido, le viole.

Trova il tempo perduto, il tempo che risuscita
dall’attimo, dai cenni: la frana del caduto
che s’alza dai millenni, il marmo dei ginocchi.
Trova il silenzio, gli usci che fermano le soglie
e le soffitte agresti, i vimini, le foglie
dell’eterno raccolto, la foggia delle vesti
che strinsero quel volto di donna senza sguardo.

Trova il passo, il ritardo dell’ora che verrà
trova l’ansia dirotta che corre la città.
Trova l’odio, le stragi dell’eterno sterminio,
la funebre tradotta che lascia nei villaggi
i sassi delle croci, le svastiche di minio.

Trova le nostre voci,
il chiedere “che fai?” del non saper che fare,
quest’alito di piombo che aggriccia la salina
e sfanga contro i giunchi il nero dei vivai.
Trova la morte, il bombo rattratto di velina
e la gàrgia dei funghi, il brivido spettrale
delle bave dei fili che ragnano nel male.
Scopri il terrore uguale ai vermi più sottili
e nel freddo del cuore il nulla che l’agghiaccia.

Solo così l’amore avrà nelle tue braccia
la carità del buio. È stanco di vedere,
di battere il tripudio, il folle miserere
dell’inferno paziente gremito di figure,
delle lusinghe pure che accendono la mente.
È stanco dell’uscita, rientra nell’assetto
della sua forma eguale, alla spiga del petto.

Saranno al davanzale del giorno le domande,
il chiedere “ove vai?” del non saper restare,
la gracile scrittura che lega le ghirlande,
e lo sfascio del mare, la ràpida ventata
che ti rivolta indietro, sino all’ultimo vetro
di luce che s’oscura.

Perché tu sei creatura,
pianto creato, pianto che vive dei suoi occhi.
Da te non sai qual vento si leva, se ai rintocchi
del cielo il cielo è intento a mostrarti più sola.
Trova il freddo randagio, la timida parola,
la mano incerta, il fiore, il ridere di tutti
d’impaccio nelle prime schermaglie dell’amore.
Difendimi dai lutti perché mi sia vicina
la gloria, questa brina che si scioglie nel sole.
Ricorda per l’oblio. Sarà ogni volta addio.

Da La storia delle vittime, 1943-1947, 1963-1965.

APOLOGO

I reclusi dipinti a ferro a ferro
d’ombra e di luce scesero cantando
nel mare, rinverdirono le case
alle finestre degli uccelli, ai fiori
rossi, ai numeri vasti delle navi.

Chi ricorda la vita mira in fondo
ai vicoli la luce, il brulichìo
delle vele nel porto, scende in lena
le gradinate dove batte l’onda.

***

AMORE DELLA VITA

Io vedo i grandi alberi della sera
che innalzano il cielo dei boulevards,
le carrozze di Roma che alle tombe
dell’Appia antica portano la luna.

Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.

Pure, lunga la vita fu alla sera
di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo,
alle luci sorgenti ai campanili
ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
mai più risponderà?

Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
il cielo dei boulevards,
cielo chiaro di rondini!

O sera umana di noi raccolti
uomini stanchi uomini buoni,
il nostro dolce parlare
nel mondo senza paura.

Tornerà tornerà,
d’un balzo il cuore
desto
avrà parole?
Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

I morti, i vinti, chi li desterà?

***

HANNO SPARATO A MEZZANOTTE

Hanno sparato a mezzanotte, ho udito
il ragazzo cadere sulla neve
e la neve coprirlo senza un nome.

Guardare i morti alla città rimane
e illividire sotto il cielo. All’alba,
con la neve cadente dai frontoni,
dai fili neri, sempre più rovina
accasciata di schianto sulla madre
che carponi s’abbevera a quegli occhi
ghiacci del figlio, a quei capelli sciolti
nei fiumi azzurri della primavera.

***

IL COMPAGNO INVERNIZZI

Nella casa di Giorgio a San Vittore
a notte ci troviamo per dormire.
Nel togliersi le scarpe, il tappezziere
di Parigi, parlando al suo dolore,
ai piedi stanchi tutto il giorno, dice:
“vi metto in libertà”, poi dal piacere
di vivere ricorda che morire
càpita qualche volta. Con le grosse
calze di lana per la stanza in giro
abbozza la sua faccia: “questo” dice
del naso che si tocca “corre avanti
a fiutare il pericolo e la caccia”.

Nella cucina splende brutto umano
di tenerezza, alla sua lingua avvolge
il dito di polenta che gli fuma.
“A casa mia” si ferma, gli occhi tristi
che riprendono il riso “si sta bene”.

***

TORNANDO ALL’ALBA PER SAN VITTORE

Aspetti dai morti il consenso, la pietra che chiude la storia.
E nulla forse ha più senso, è solo un conto che torna
la prima stretta del gelo. Il cielo tramonta, ma aggiorna
sui vetri della prigione. Sono passati trent’anni,
vivesti d’amore, di danni felici. Il torto che opprime
è l’ansia d’avere ragione, e tu non l’avesti, perdevi.
Torni per l’alba di San Vittore,
torni a quel cielo che è solo il cielo.
Non hai che te – puoi dirlo – e la notizia d’essere un uomo.
Per ogni ferita che piano si chiude al suo stesso sigillo,
uno sgomento tranquillo. E con pudore la mano
s’apre sul marmo, ha le vene, le vene di tutte le pene.

***

FUMMO L’ERBA

Certo, certo, la gloria ch’ebbe un fuoco
di gioventù rimesta tra le ceneri
il suo tizzo orgoglioso, ma noi teneri
di noi non fummo, né prendemmo a gioco

la vita come un’ultima scommessa.
Noi, di quegli anni facili, all’azzardo
delle fiorite preferimmo il cardo
selvatico, le spine. Dalla ressa

del giubilo scampati al nostro intento
d’essere sole e pietra, nelle mani
segnammo la tenacia del domani
da scavare nel tempo. Nello stento

d’essere soli per vederci insieme
nell’eguale costrutto, fummo l’erba
che alla pietra nutrita si riserba
il suo cespo bruciato. Dalle estreme

radici, nell’impervio ogni parola
salì di quanto a trattenerla c’era
l’ansia d’averla pura, seria, vera
nel segno da rimuovere la sola

vergogna d’esser detta.

Salvammo nell’asciutto, dagli inviti
della corrente, il carcere incantato,
la nostra sete che ci tenne uniti.
Per un grido da rompere, il creato

ancora è il suo costrutto ove s’ostina
l’asino, il cardo, il segno della spina.

Da La forza degli occhi, 1950-1953.

ALLA FINESTRA

Nel largo delle nuvole e del mare
lo scalpito arioso d’un cavallo,
il bambino rigira la pianola
obliato negli occhi come gli angeli.

Morire è una stagione, un’aria, un cielo.

***

COLPA

Alle mani di freddo la ringhiera
le scale in sogno,
ci parve l’ultima sera.
Io mi dicevo ch’ero stato buono
tutta la vita
ma a chiedere perdono
salivo in sogno.

Qualcosa nel mondo accadrà
per colpa dei nostri pensieri,
qualcosa nel mondo è accaduto
di quel che fummo ieri.

Credevo di portare in dono
le mani a dirmi ch’ero buono.
Erano là i più forti
forti dei nostri torti
i terribili morti.

***

SOLDATI

Al lampo delle ringhiere
fiammanti chicchirichì
i soldati dicono di sì
con tutti i piedi.

La chiave giusta
d’ogni suo dente
la chiave che gusta
il giro mordente
e terra ch’è terra
vivaddio d’un comando.

Solo una voce che non disse nulla
fu sola la voce, ma quando?

O voi che passate,
in ogni tempo una culla
porta un bambino innocente.

O voi che morite per niente,
fu sola la voce.

E chiodi e galli e patrie levate
e soldati di sì per una croce?

***

SICILIA 1948

I nostri paesi in guerra
si gemmano di sale.
Il cavaliere del cielo
è un’ombra sulla terra
del grande piazzale.
L’afa, una voce che s’è fermata:
la morte nera sboccata.
Il canto s’è visto tacere
il canto s’è visto cadere.

Sola con sé povera cosa
la morte afosa,
la morte che non riposa.
Viva il re.
Nei secoli fedele
la mosca sul miele.

Da Osteria flegrea, 1954-1961.

NOTTURNO PER MONDRIAN

Più o meno,
croci armoniose
dell’alfabeto che non parla mai.
Di sé solo perfetto
cimitero di segni
l’infinito.

***

AL MIO BAMBINO LEONE

Vedere ogni parola
che tu provi coi denti
battendo sugli accenti
il passo di vittoria,
vederti nella storia
di tutti col tuo cuore
innocente che sa,
forse è chiamarti, amore,
mia breve eternità.

Alla rissa veloce
correndo ti si spezza
l’occhio ridente, leggi
la tua limpida voce
ch’è scritta sulle cose:
parole vittoriose.
O ilare ai dispregi
del tuo cadere, acconcio
nella piccola mano
ch’è piena del tuo vólto,
tu fuggi la carezza
pietosa, godi il broncio
stretto a te solo, solo
a riprendere il volo.

Ed io ti guardo, ascolto
i tuoi pensieri, il nulla
sospetto che ti coglie
in mezzo al gioco. È brulla
la tua vita anche a te
nell’attimo che toglie
la certezza al tuo piede.
La vita come un fiato
sospeso ti richiama
al tuo breve passato,
ti dona ciò che chiede.
Non sei più solo, t’ama
chi ti porta con sé
parlando e rassicura
la tua lieta paura.

***

OSTERIA FLEGREA

Come assidua di nulla al nulla assorta
la luce della polvere! La porta
al verde oscilla, l’improvvisa vampa
del soffio è breve.

Fissa il gufo
l’invidia della vita,
l’immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.

***

SOTTO I COLPI DELLA SEPOLTURA

Ora si muove il carro della frana
e l’annuncia gridando senza voce
madre, piccola madre, la tua vana
figura

alla giusta fermezza del muretto,
alla sera di pietra, ad ogni cosa
lieta di sé nel porgere l’usura
del tetto.

È il saldo della croce
alla terra compata, alla scodella.
Ogni cosa dicevi si fa bella
saldandosi al contento della cosa.

Al vivido ruinosa
scarica nell’abbaglio la sua frana
l’alpe silente.
Tu sei lontana,
porta chiusa, niente.

Morta senza voce.
È il saldo della croce.

Da Rime di viaggio per la terra dipinta, 1968-1969.

VECCHIE TOMBE AL VERANO

Tenere d’ocra e d’erbe vecchie tombe
– le dicono “a scogliera” – del Verano.
Il mare è il tempo, s’odono le rombe
dei treni, qualche fischio da lontano.

***

IL LUME A PETROLIO

Questo grigio d’opale d’ogni vuota
bottiglia che rammemora la luce,
e la sera si dedica all’ignota
che veglia la sua mano mentre cuce.

L’appannato liquore, un taglio obliquo
nel vetro, si consuma questa cera
d’impronte vane, resta un lume esiguo
di trasparenza per la notte nera.

***

CRATERE MARINO

Il nulla consumato come il tutto
d’un ceppo che rapprende tempo e scorza,
e la sabbia, la creta del costrutto
ch’è del deserto vivere la forza
obliosa, il ricordo, la stesura:
questo, ti dissi, bolla di cratere
e falcata marina, è l’occhio aperto
dal profondo alla mèsse di paura
che pùllula flessuosa dalle nere
pupille d’ogni germe, nell’incerto
guizzo di traccia al tremolìo silente.
Il tutto consumato come il niente,
l’essere a voce l’attimo che desta
il tonfo, la voragine del mare.
E l’uscire dal sòffoco di testa,
le mani tese quanto più sgomente.
Così la vita è sempre l’affermare
una salvezza disperata, urgente.

***

CHIESA VENEZIANA

Così, da sempre, come una memoria
che mai giunge a sbiadirsi, che mai perde
la traccia immaginosa, questa storia
di pietra e d’acqua, di laguna verde,

tratteggiata dai neri colombari
delle mura, da lapidi di rosa,
s’è fatta chiesa aperta agli estuari,
all’incrocio dei venti. Non riposa

mai tomba che non veda la sua morte
frangersi ancora contro il nero eterno.
E le gondole, battono alle porte
i lugubri mareggi dell’inverno.

Da Desinenze, 1974-1976.

NEL SILENZIO DEL SENESE

Dalla somma dei giorni per sottrarne
un giorno solo chiaro d’infinito,
cammino per le crete delle marne
pezzate d’ocra, strutte dall’attrito

dei venti nel silenzio del Senese.
A San Quirico d’Orcia la frittata
col pane, col biscotto delle chiese
accostate sull’uscio, la giuncata

di latte tra le foglie, magra, sciocca:
un sapore di fresco, quanto basta
per avere alle labbra sulla cocca
del tovagliolo il riso che sovrasta

l’aria, l’eterno fuso della spola
che trama e impaglia l’ora meridiana.
Come all’acqua che goccia sulla mola
s’affila il lustro dei coltelli, sgrana

la cascata di ghiaia le sue latte
splendenti, il rovinìo delle gelate.
Che sia fiero lo sguardo, forse batte
il cavallo dei secoli le date

delle lapidi incise nel baleno.
Forse giunge notizia dal sereno
di un grido che non s’ode e che ripete
di ghiaia in ghiaia il mormorio del Lete.

***

ISOLA

Avvicinarsi all’isola, a quel soffio
marino ch’è nel lascito del cielo,
e scoprirla di pietra, di silenzio
nell’agrore dell’erba, nel relitto
del làstrico squamato dai suoi scisti:
questo è rabbrividire sul mio nome
improvviso nel mònito del vento.
Più nessuno lo chiama, e l’esser solo
a scala del mio sorgere, riemerso
dal mio sparire all’avvistarmi, è spazio
che l’aperto raggiunge per fermare,
per chiudere alla stretta del suo scoglio.
Il viaggio, l’amore, in quell’arrivo
fermano il conto e il tempo, nello spazio
il nome nel raggiungermi mi chiude.

In copertina: ritratto del poeta Alfonso Gatto, scultore Farpi Vignoli, 1940.

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