Scarsamente considerata dalla critica letteraria, la poesia di Carlo Michelstaedter è in realtà uno degli esiti più originali all’interno del ricchissimo panorama poetico italiano primonovecentesco. Così come dichiara nella Prefazione alla sua celebre tesi di laurea, La persuasione e la rettorica, anche nei versi Michelstaedter non paga «l’entrata in nessuna delle categorie stabilite» [1].

La sua produzione poetica si pone dunque «sotto il segno dell’inclassificabilità» [2], distante, ad esempio, dall’atmosfera crepuscolare, così ampiamente diffusa in quegli anni. Michelstaedter condivide con i crepuscolari numerosi tratti, come il rifiuto categorico del modello dannunziano, il frequente ricorso all’ironia, la rappresentazione dell’umana reificazione; tuttavia, ed è questa la differenza sostanziale tra queste due fondamentali esperienze letterarie del primo Novecento italiano, Michelstaedter, a differenza dei crepuscolari, non cede all’amore per le piccole cose, non si rifugia nella quotidianità, troppo forte è il suo imperativo etico. Scrive lo stesso goriziano in un frammento del 1908:

«In tanto nel caminetto della mia piccola stanza arde la legna in una chiara a crepitante conflagrazione, e il calore s’irraggia, che m’accarezza le membra, e la caffettiera fuma e promette il buon caffè che mi sferzi i nervi, e il fumo della sigaretta scende aromatico e forte a molcermi e la bocca e i polmoni; e il benessere costituito di tutte queste care piccole cose m’avvolge il caro corpo, lo seduce, lo ammorbidisce, lo illibidinisce, lo rende frollo, pesante, vile. E nella fronte congestionata il pensiero s’addormenta domesticamente, e lo sguardo lucido fissa la fiamma compiacente, stupido. Vuoi anche la gioia vanitosa che qualcuno ti veda e creda che tu pensi? E miri come nella tua grave macchina si compie il prezioso miracolo? O vuoi sorridere di pietà sull’attività altrui? sì che altri pensi che ben più alto tende l’arco della tua vita. – E se pur pensi, ben miserevole cosa sei, che volgi le spalle a ogni forma di vita più forte, per illanguidirti nelle piccole gioie della tua solitudine: non l’amore, non la lotta, non la gloria: hai distrutto in te ogni umanità» [3].

Una poesia fortemente alternativa quella di Michelstaedter, caratterizzata dal frequente ricorso all’allegoria. Una poesia distante dai gusti dell’epoca, come dimostra questa preziosa lettera del 1° maggio 1911, scritta dall’editore Angelo Fortunato Formiggini – il primo editore della Persuasione e la rettorica – a Vladimiro Arangio-Ruiz, che gli aveva sottoposto all’attenzione le opere dell’amico Carlo, suicidatosi l’anno precedente.

«Ho visto: ho slegiucchiato. Non ho potuto farmi un concetto preciso sul valore e tanto meno sulla novità delle cose dette. Ho rilevato un difetto grave che ella in ogni caso dovrebbe sforzarsi di eliminare per quanto possibile: il povero morto non scriveva in italiano, bisognerebbe tradurre in lingua corretta ciò che egli ha espresso come sapeva parlare il nostro idioma. Circa i versi ho trovato sì che sono leopardiani: ma sono interessanti proprio per quello che ella non vorrebbe, cioè perché sono le parole postume d’un morto. Ma Leopardi scriveva in italiano e con cesellata armonia: senza la perfezione della lingua e senza la perfezione dell’armonia siamo fuori dall’interesse letterario. Perché l’arte letteraria non è ricerca del documento psicologico, è prima di tutto arte, poi è il resto. E con arte intendo qui in modo speciale tecnicismo, meccanismo letterario. Ora questo parmi mancare… Temo che se il povero suo amico non fosse morto ed avesse pubblicato i suoi scritti, non avrebbero troppo commosso il pubblico, e non so se e quanto potranno commuoverlo ora: il pubblico ha poco tempo da spendere, è sempre affaccendato e senza soldi per leggere e per comperare libri» [4].

Ciò che nel 1911 era considerato non all’altezza rappresenta per noi oggi, a più di cento anni di distanza, un tesoro artistico-letterario di inestimabile valore, al quale ricorrere per colmare l’imbarazzante vuoto attuale. In particolar modo, propongo la lettura delle sette poesie che costituiscono il canzoniere A Senia (il titolo non è d’autore, ma è stato proposto da Arangio-Ruiz e in seguito accettato dalla critica). In questi versi dedicati ad Argia Cassini – il cui nome, traslitterato in lingua greca, ΑΡΓΙΑ, significa «pace» -, sono due gli aspetti che reputo particolarmente interessanti, oltre alla basilare opposizione «persuasione»/«rettorica»: l’incomunicabilità con la donna amata, che costituisce un capitolo importante di quella riflessione sul linguaggio che sta al centro dell’attività filosofico-letteraria di Michelstaedter, e da cui nessun testo è escluso, e lo scacco definitivo del rapporto amoroso, testimoniato anche in un passo della Persuasione e la rettorica, e di cui questi versi sono una luminosa testimonianza:

«Né se l’uomo cerchi rifugio presso alla persona ch’egli ama – egli potrà saziar la sua fame: non baci, non amplessi o quante altre dimostrazioni l’amore inventi li potranno compenetrare l’uno dell’altro: ma saranno sempre due, e ognuno solo e diverso di fronte all’altro. -» [5].

A Senia

I.

Le cose ch’io vidi nel fondo del mare,
i baratri oscuri, le luci lontane
e grovigli d’alghe e creature strane,
Senia, a te sola lo voglio narrare.

Ché a brevi fiate nel tempo passato
nel fondo del mare mi sono tuffato.
A dare or la patria all’esule sirena,
la patria a me stesso e all’uomo abbattuto
svelare la via del suo regno perduto,
mi voglio tuffare con più forte lena,
che ogni uom manifeste le tenebre arcane
conosca e vicine le cose lontane.

Ma quel che già vidi nel fondo del mare,
i baratri oscuri, le luci lontane
e grovigli d’alghe e creature strane,
Senia, a te sola lo voglio narrare.

II.

Da te lontano, nelle notti insonni,
innanzi agli occhi dove anche io miri,
sempre ho lo slancio della tua persona
come il vento la trae della passione
e la faccia raccolta che la fiamma
nel tempo stesso vela e manifesta.
Ma se l’occhio distolgo dalla strada
arida e sola che percorro oscura
e alla diafana luce lo rivolgo
dell’imagine tua cara e lontana,
invano cerco a me farla vicina,
invano cerco trattenerla, invano
tendo le braccia: nella notte oscura
non anche io l’ho mirata ed è svanita.
E l’occhio stanco e ardente la tenèbra
pur mira densa e inesorata quale
si chiuse innanzi all’antico cantore
che a Euridice si volse ed Euridice
nella notte infernale risospinse.
Spenta ogni luce allora ed ogni via
sbarrata, allor più presso la tenèbra
mi stringe sì che il cuor ignoto orrore
m’invade, non per me se nella notte
solo io soccomba, ma per te, o compagna
forte e sicura – che pel mio piacer,
per la mia debolezza, il mio sostare
non t’abbia risospinta nella stretta
della diuturna sofferenza inerte.

Perciò se freddo e ruvido io ti sembri,
ma tu lo sai: è per vieppiù andare,
è per nutrir più vivida la fiamma,
perché un giorno risplenda nella notte,
perché possiamo un giorno fiammeggiar
liberi e uniti al porto della pace.

9 settembre 1910

III.

Non sorridente sotto il sole estivo,
la faccia luminosa e gli occhi chiari
nel doppio raggio del sole e del mare –
non melodiosa in tutta la persona
nel ritmo della danza, o fiduciosa
nell’infuriar dell’onde, come quando
a me che ti chiedevo rispondevi:
«Per me non è mai tempo di tornare,
chi va sicuro non potrà affogare»,
né sbattuta dall’onda musicale
quando senza velami dai tuoi occhi
l’anima fiammeggiava e la tua vita
nelle dita sicure era raccolta –
non più così la creatura del sole,
il fiore della vita, la sorgente
ond’io le labbra asciutte dissetava,
la giovinezza quale altrove invano
per le vie della terra ho ricercata –
non più così ti vidi nel mio sonno,
quando la trama più si fa sottile
e all’anima più pura inverso l’alba
rivela il sogno le cose lontane.
Ma ripiegata in piccolo sedile,
come un uccello che ferito a morte
l’ultima vita con l’ali ripara,
d’un velo bianco ti facevi schermo
al freddo e alla vicina fredda morte;
e in faccia era svanito ogni colore,
ogni scintilla spenta, e nelle occhiaie
oscure gli occhi t’eran fatti cavi.
Io ti parlavo e tu non rispondevi,
ma pur col bianco vel t’adoperavi
di riparare l’ultimo calore.
T’ero vicino e tu non mi vedevi,
ma nella morte già eri raccolta
ed alla morte come ad un riposo
stanca le membra e i veli disponevi,
con moto lento, come di chi ascolta
d’una squilla lontana il misterioso
annunzio noto, ch’altri non intende.

Così m’eri distolta e la mia vita
invano sanguinava per ridare
a te la vita che s’era partita:
con le mani non ti potea scaldare,
con la voce non ti potea svegliare.
Come da lungi nel plumbeo mare
che si fonde col cielo vela bianca
non più in mare che in cielo navigare
sembra, così pur l’anima tua stanca
era già della morte ed era in vita,
t’era fatta la vita sol dolore,
poiché in te la passione era svanita,
ma sulla faccia il pallido terrore
t’era dipinto e t’era chiuso il core.

Ahi, non questa sognammo amara morte
nel suo pallido aspetto pauroso,
questa che va a picchiar tutte le porte
e ai morti dalla nascita il riposo
finge nel tempo eterno e tenebroso,
ma la giovane morte che sorride
a chi per la sua cura non la teme,
la morte che congiunge e non divide
la compagna e il compagno e non li preme
con l’oscuro dolore – ma che insieme
li accoglie nel suo seno, come il porto
di pace chi ha saputo navigare
nel mar selvaggio, nel deserto mare,
che a terra non s’è vòlto per conforto.

Rimprovero m’è il sogno e non spavento,
perch’io m’attardo mentre tu languisci;
s’io vinco certo così non perisci.
Questo sogno m’è sferza all’ardimento.

10 settembre 1910

IV.

Dato ho la vela al vento e in mezzo all’onde
del mar selvaggio, nella notte oscura,
solo, in fragile nave ho abbandonato
il porto della sicurezza inerte.
Al mare aperto drizzata ho la prora
per navigare, ed alla sorte oscura
la forza del mio braccio ho contrapposta.
Non ho temuto il vento avverso e l’onda
canuta, né la mensa famigliare
e l’usato giaciglio
ho rimpianto o il commercio delle care
e dolci cose. Né deserto e triste
m’è apparso il mar sonante nella notte,
anzi la voce sua come un appello
mi sonò in cor della mia stessa vita;
mi parve dolce cosa naufragare
nel seno ondoso che col ciel confina,
né temuta ho la morte…

Alla punta del golfo donde il mare
s’apre libero e vasto senza fine
tu m’attendi sicura e fiduciosa,
le vesti al vento, ritta sullo scoglio.
Costeggiar mi conviene la scogliera
per uscire dal golfo, quindi uniti
navigheremo, poiché a me t’affidi:
sì breve tratto da te mi divide
e dal libero mar sì breve tratto!
– Ma perch’io tenti la bordata e tenda
la vela al vento, pur l’inerte chiglia
non fende l’onda, ch’ora sulle creste
spumanti, or negli abissi, or sur un bordo
or sull’altro la trae senza riposo.
E se l’albero gema, se la scotta
a spezzarsi si tenda, e nella vela
ingolfandosi il vento il mio naviglio
minacci di sommergere, pur sempre
alla stessa distanza io mi ritrovo
dalla punta agognata. Col timone
io m’adopero invano al mare aperto
dirizzare la prora: a chiglia inerte
il timone non giova.

Il vento e l’onde intanto lentamente
come un rottame verso la scogliera
mi spingono a rovina senza scampo.
Ch’io debba naufragar senza lottare
fra la miseria dei battuti scogli,
presso al porto esecrato, come un vile,
senza esser giunto al mare, e te lasciando
sola e distrutta dopo il sogno infranto
fra le stesse miserie?

Gorizia, 15 settembre 1910

V.

Se mi trovo fra gli uomini talvolta,
qualunque cosa io parli, la mia voce
mi par che solo il nome tuo richiami.
Io taccio allora e aspetto trepidando
ch’altri con bocca impura a questa voce
risponda, e del mio bene ascoso mi discorra;
e se pur d’altre cose memorando
mi parlano con voce indifferente,
ma nel loro sorriso, ma negli occhi
mi par d’intravedere ch’altra cosa
vogliono dire, che nel cor profondo
sì mi ferisce. Che da ogni mio gesto,
che dal volto mi par ch’altri mi legga
il pensiero di te che sei lontana.

Dal commercio degli uomini rifuggo
allora alla campagna solitaria
o alla mia stanza solitaria e solo
tutto in me mi raccolgo; ma nell’aria,
nel canto degli uccelli e nell’uguale
mormorare dell’acqua, dalle ripe
alte del fiume e pur dalle pareti
della mia ignuda stanza, a piena voce
il tuo nome riecheggia al mio silenzio,
sì che palese a ognuno e manifesta
del tutto, al volgo preda senza schermo,
parmi l’anima mia nel suo segreto.
Ed il sogno che nasce palpitante,
la «storia» che non soffre le parole
ma vuol esser vissuta, il più profondo
e caro senso della nostra vita,
che pur uniti e soli sotto il velo
di parole comuni nascondiamo,
d’atti comuni, con gelosa cura
nascondiamo a noi stessi, ora del volgo
mi par fatto preda contaminata.

Nei giorni del dolore e nelle notti
senza riposo, nella valle triste
della sorda fatica e del tormento
senza speranza, nel mio dubitare
cieco, quando l’abisso dell’inerzia,
dell’abbandono m’era aperto ai piedi,
allor fioca scintilla io l’allevava
il mio sogno lontano, ancor ch’io fossi
d’ogni certa speranza privo al tutto;
ma da quello una vena mi fluiva
di forza che nel mezzo delle cose
vane e volgari, delle ottuse cure,
indifferente mi facea e sicuro,
e al dolor mi temprava e ogni timore
del mio stesso soffrir, ogni ricerca
di premi, di riposo, di conforto
ogni viltà dal cuore mi toglieva.
Dal più profondo della mia distretta,
nella mente più oscura quella fiamma
mi era sorta, caduta ogni speranza,
e la risposta al tanto faticare
di richieste alla vita per lei chiara
mi rifulgeva: «Non chieder più nulla,
sappi goder del tuo stesso dolore,
non adattarti per fuggir la morte;
anzi da te la vita nel deserto
fatti – che sia per gli altri nuova vita;
non disperare, ma rinuncia ai vani
aspetti della vita, e nel deserto
sarai tranquillo: dalla tua rinuncia
rifulgerà il tuo atto vittorioso,
ΑΡΓΙΑ sarà il tuo porto ΔΙ’ΕΝΕΡΓΕΙΑΣ».

E sentii la mia vita fiammeggiare
ed il deserto farsi popoloso,
credetti fosse giunto il luminoso
mio giorno nella notte e consumare
quella fiamma mi parve la mia vita.
Ma per più lunga strada il mio destino
mi volse a far cammino: e vivo ancora
mi trovai nel fittizio riposo,
ma a te vicino per più forte andare;
in te concreta vidi la mia fiamma,
in te il mio sogno fatto era vicino
e la mia vita più certa: ogni ritorno,
ogni vile riposo, ogni timore
era morto per me. – Nel mare ondoso,
sulla brulla costiera solitaria,
sotto la forte quercia, a me vicina
io t’ho sentita siccome nel sogno. –
Non Argia ma Senia io t’ho chiamata,
per non sostar nel facile riposo,
e la lingua la fiamma consacrata
con le parole non contaminò.
Pur or mi trovo ancora nella nebbia
e il camminar m’è vano e la fatica
novellamente mi si fa penosa.
Io sento me da me fatto diverso,
se pur vicina ti sento lontana
ancora come un tempo, e la mia fiamma
geme che pur rifulse nella notte
per sua forza, sicura. Nelle tante
piccole e vane cose nuovamente
io mi dissolvo; nell’oscuro giro
della diuturna noia il nostro sogno
parmi tradito e per ignote voci
con parole di scherno messo a nudo,
pesato, misurato, confrontato…
Come se ignote mani il focolare
andassero scrutando ingordamente,
e alle ceneri insieme le faville
disperdessero al vento…

L’angoscia di non giungere alla vita
e di perire dell’oscura morte
te trascinando nell’abisso, Senia,
mi prende forte sì che dubitoso
mi son fatto di me, che non sopporto
le mie stesse parole, e di me stesso
invincibile nausea m’opprime.

Gorizia, 19 settembre 1910

VI.

Ti son vicino e tu mi sei lontana,
mi guardi e non mi vedi, o s’io ti parlo,
pur amando ascolti, non però m’intendi;
ti sono questo corpo e questi suoni,
ti sono un nome, ti son un dei tanti,
come un altro sarebbe
che per nome e per vista conoscessi.
Io non sono per te «io», la mia vita,
io, questa mia volontà più forte,
Il mio sogno, il mio mondo, il mio destino.
Io non sono per te: questo mio amore
disperato e lontano e doloroso
– gli passi accanto e non lo senti amare.
Ma ancor fra gli altri uomini t’aggiri,
con questo parli ed a quello t’affidi,
fra lor vivi e per lor, s’anco a nessuno
dai la tua speme intera e la fiducia.
Ma fra l’oggi e il domani e questo e quello
ti dissolvi, e trapassi senza sole
la tua selvaggia e forte giovinezza,
e la tua speme consumando ignara
sei di te stessa – ed io mi struggo invano.
Mentre mi vince gelosia crudele
non pur di questo giovane e di quello
cui lo sguardo concedi o la parola,
ma d’ogni cosa che ti sia vicina,
ma del sole, dell’aria, ma del pane,
ché di loro ti nutri e a me sei tolta;
gelosia d’ogni giorno, d’ogni istante,
che vivi, che non vivi di me solo,
che l’aria e il pane e il sole, che ogni cosa,
che il mondo intero, che la vita stessa
vorrei esser per te – ma tu l’ignori.

VII.

Parlarti? e pria che tolta per la vita
mi sii, del tutto prenderti? – che giova?
che giova, se del tutto io t’ho perduta
quando mia tu non fosti il giorno stesso
che c’incontrammo? Che se pur t’avessi
ora, vincendo, mia per il futuro,
mia per diritto, mia per tuo volere,
mia non saresti più che non sei ora,
mia non saresti più che s’altra mano
ti possedesse. Che pur del mio corpo
sarei geloso come or son d’altrui.
Non più sarei per te la vita intera
ch’ora non sono, se già in me non l’ami:
ma se in me non l’ami, se tua vita
crear non so della mia vita stessa,
che più giova sperar, che più volere,
che mi giova la vita e il mio dolore
e questo amor lontano e disperato?
Fatto sono da me stesso diverso
che centra il fato mi dicevo forte,
poiché ho esperta e ancor vivo ad ogni istante
nella tua indifferenza la mia morte.
Né più mi giova mendicare i giorni
né chieder altro più dal dio nemico,
se non che faccia mia morte finita [6].

NOTE

[1] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 36.

[2] Sergio Campailla, Il terzo regno, in Carlo Michelstaedter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1987, p. 11.

[3] Carlo Michelstaedter, Scritti vari, in Carlo Michelstaedter, Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, p. 664.

[4] Citato in Sergio Campailla, Un autore postumo, in Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica. Appendici critiche, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1995, pp. IX-X.

[5] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 41.

[6] Carlo Michelstaedter, Poesie, op. cit., pp. 85-96.

In copertina: Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare, 1809-1810.

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