Introduzione

– Vallini Carlo!
– Rinunzio!

Nella breve vita di Carlo Vallini, prezioso poeta ingiustamente relegato ai margini della letteratura italiana, l’anno della svolta è il 1905, quando, ventenne, si iscrive alla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Torino. Qui segue le lezioni di Arturo Graf, qui, soprattutto, conosce Guido Gozzano, con il quale stringe una profonda amicizia. Da questo momento in poi, la loro attività letteraria procede di pari passo, e due anni dopo, nel 1907, presso lo stesso editore, escono le loro prime raccolte di versi: La via del rifugio di Guido Gozzano e La rinunzia di Carlo Vallini.

Entrambi hanno subito il fascino della poetica dannunziana, e, mentre nella sua raccolta d’esordio Gozzano dimostra di aver superato questa inevitabile fase di apprendistato all’ombra del poeta vate, approdando alla sua cifra poetica più autentica, quella crepuscolare [1], non si può dire la stessa cosa di Vallini. Nella Rinunzia infatti, le due anime, quella dannunziana e quella crepuscolare, sono ancora in lotta tra loro. Così, in questa raccolta, è possibile leggere versi caratterizzati ancora da impulsi vitalistici e slanci superomistici, come quelli raccolti nella prima sezione, intitolata I baccanali, e versi invece tipicamente crepuscolari, come quelli dei Sonetti della casa. Questa parte è senza dubbio la più interessante ed originale della Rinunzia. Vallini riprende il topos del ritorno nella vecchia casa degli avi, ma in lui, come sottolinea prontamente Sanguineti, «la dialettica delle generazioni assume un significato assolutamente inedito, e un nuovo peso, una nuova urgenza. Per la prima volta la poesia riflette, nel ripiegamento sopra memorie infantili e familiari, non soltanto il nostalgico rifluire dell’anima verso un passato di dolci affetti e di savie certezze, ma anche e soprattutto lo smarrito sentimento di una lacerazione che non può più essere guarita. Il ritorno alle radici della vita appare frustrato e doloroso, coincide con la scoperta di uno iato che ormai non si colma. Dinanzi alla coscienza del poeta, i simboli e le voci della propria tradizione pratica e spirituale emergono come amaramente impartecipabili. Invano l’anima è invitata ad acquietarsi […]: il filo vissuto che lega al lontano passato si è spezzato per sempre, ogni continuità è sospesa e respinta con malinconia e con tristezza, e la vecchia casa è allegoria di un tempo perduto, di un mondo smarrito, che non sarà concesso ritrovare mai» [2].

Nello stesso anno, il 1907, viene pubblicato inoltre un poemetto di Vallini – il suo vero capolavoro -, intitolato Un giorno. Qui il poeta dimostra che il confronto tra crepuscolarismo e dannunzianesimo si è definitivamente risolto (anche grazie alla mediazione decisiva della filosofia indiana), con il netto trionfo del primo ai danni del secondo.

Il poemetto esprime una visione del mondo estremamente pessimista, a tratti persino nichilista, in cui non c’è differenza tra il Tutto ed il Nulla, tra la Vita e la Morte. Così il poeta si rivolge in questi termini alla Terra:

O Terra, a te m’abbandono
dopo la morte: di me
fa’ ciò che credi, fuorché
rifarmi quello che sono.

Così il poeta si rivolge ad un vecchio saggio, o presunto tale, rinfacciandogli la colpa della procreazione:

La saggezza dei tuoi consigli
forse che in parte ti toglie
la colpa d’aver con tua moglie
messo alla luce dei figli?
Vantandoti conoscitore
del mondo, hai pensato tu a quello
che hai fatto? Hai aggiunto un anello
alla catena del dolore.

Così il poeta proclama la vanità della vita umana, affogata nel nulla e soggetta all’inesorabile azione distruttrice del tempo:

Rapido è il tempo che passa
e che ci affoga nel nulla:
ieri eri ancor nella culla,
domani sarai nella cassa […].

Così il poeta, innalzata una disperata preghiera a Dio – un Dio dolorosamente impotente -, individua nella miseria la morale della storia:

La storia un po’ matta e un po’ seria
ha questa morale: miseria.

Nel poemetto emergono poi con evidenza temi caratteristici non solo della poesia di Vallini, ma dell’intera poesia crepuscolare: la malinconia, una malinconia «sovrumana», sola eredità lasciata dalla vita, da qualunque vita; l’inquietante reificazione dell’uomo, definita da Sanguineti «il più scoperto simbolo della sensibilità crepuscolare e del suo linguaggio poetico» [3]; la nostalgia dell’infanzia; la violenta critica alla borghesia – di cui l’anima del poeta «ha schifo» -, alla società di massa e alla scienza; l’incapacità di amare, «la tubercolosi / cronica del sentimento», come scrive Sanguineti, «la malattia morale» dei poeti crepuscolari, «la loro malattia mortale», «il morbo simbolico che non ne definisce soltanto la condizione patetica, ma l’intiera disposizione vitale» [4]; il sogno, sempre difficilmente distinguibile dalla morte, una morte intesa come pace e liberazione; l’ironia; lo scacco della poesia, incapace di redimere e dunque sottoposta ad un sistematico processo di svalutazione (i crepuscolari, ed in particolar modo Gozzano e Vallini, si avvedono, servendoci ancora di Sanguineti, che «la redenzione in poesia dell’esistenza è un mito ingannevole» [5]).

Quanto detto finora rende Carlo Vallini un poeta emblematico del primo Novecento italiano. E al di là dei giudizi estetici, basterebbe questo semplice dato oggettivo a renderlo meritevole di ben altra attenzione.

Simone Germini

Note

[1] Per un approfondimento si veda l’articolo Totò Merùmeni ovvero l’anti-dannunziano.

[2] Edoardo Sanguineti, La poesia di Carlo Vallini, in Carlo Vallini, Un giorno e altre poesie, a cura di Edoardo Sanguineti, Einaudi, Torino 1967, p. 12.

[3] Ivi, p. 19.

[4] Ivi, p. 23.

[5] Ivi, p. 15.

Cenni biografici

Carlo Vallini nasce a Milano il 18 luglio 1885. Dopo aver frequentato il ginnasio “Cristoforo Colombo” a Genova, consegue il diploma presso il liceo “Vittorio Alfieri” di Torino. Nel 1902 si imbarca, in qualità di mozzo, su di un bastimento diretto in Giamaica. Testimonianza del viaggio, caratterizzato da numerose ed avventurose peripezie, è il diario, pubblicato postumo con il titolo Da mozzo a poeta. Storia vera di Carlo Vallini. Torna in Italia nel 1903. Due anni dopo, nel 1905, si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. In questi anni segue le lezioni di Arturo Graf (1848-1913), e stringe una solida e duratura amicizia con Guido Gozzano (1883-1916).

Nel 1907, sempre nel capoluogo piemontese, vengono edite le sue due opere più celebri: la raccolta di poesie La rinunzia ed il poemetto Un giorno. Nel 1909 si laurea in Lettere, ma non a Torino, bensì a Bologna. Negli anni successivi al riconoscimento accademico si dedica all’insegnamento. Nel 1912 pubblica a Milano Radda. Dramma lirico in un atto. Durante la Prima guerra mondiale combatte in prima linea, distinguendosi per il grande coraggio. Viene persino insignito della medaglia al valore. Terminato il conflitto, nel 1920, pubblica la favola drammatica I presagi. Nello stesso anno esce la sua traduzione della Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde.

Muore l’11 dicembre 1920, a causa di un’embolia, a trentacinque anni.

La rinunzia

1907

Infinito ritorno delle cose!

I baccanali

I.

O meraviglia che non ha parole
per tutta la pulsante carne umana
che esultando e fremendo, calda e sana,
s’abbronza nel tuo raggio, o padre Sole!

Unica vera che per mille gole
grida al mondo la sua forza sovrana,
fervida d’un’ignota vita, strana,
muta carne che sanguina e che duole!

Par che dentro di me tutta s’accenda
all’ignota virtú del raggio ustorio
l’ebbrezza d’un antico istinto indomo:

e sentendo alla tua gioia tremenda
le mie membra risplendere, mi glorio,
o padre Sole, d’esser nato uomo.

II.

Il vento agita i rami dalla folta
chioma e lenta frascheggia la verzura
dell’orto, ove una luce verdescura
piove per l’alto della cupa volta.

Altro suon che del vento non s’ascolta
vivere in questa verde sepoltura:
sol dei pomi che Agosto ora matura,
languido il tonfo in terra a volta a volta.

Uno ne colgo presso me che serba
quasi come un tangibile vestigio
del sole nella rosea polpa densa;

e addentandolo, prono in mezzo all’erba
guardo sotto il mio volto, per prodigio,
viva agitarsi una foresta immensa.

III.

Agosto, la vertigine solare
che esulta nell’immensità serena,
quella ond’io nuovo sento in ogni vena
scorrermi un caldo flutto salutare,

nella mia solitudine m’appare
fervida d’una vita cosí piena,
qual io la vedo sulla terra ellena
splendere nel ricordo secolare.

Agosto, io seguo in cielo la tua traccia
supino; e in questa sovrumana pace
l’ansia del bene insolito m’afferra.

Ma tu, divino, dalle curve braccia
d’oro, come da un’anfora capace,
mi versi, Agosto, i frutti della Terra.

IV.

O mattino, mattino che m’appari
a un tratto per le schiuse ampie finestre
splendendo per l’immensità campestre
sui dispersi lontani casolari,

gemmeo sui vitiferi filari
e tra le siepi delle vie maestre,
inneggiante alla gran forza terrestre
tra il fogliame dei tronchi centenari!

O gloria del tuo sole tra i capelli
giovani, vivi, abbandonati al vento,
ove il tuo folgorante oro traspare!

Tu m’illudi e m’afferri e mi flagelli
di tale un desiderio aspro, ch’io sento
perdermi nel tuo fremito e mancare.

V.

Regnando il mezzodí sotto la cava
infinità del ciel bianco e silente,
sta sola a mezzo il letto del torrente
curva una donna giovine che lava.

Suscita il sole tra la chioma flava,
a tratti, come un altro sole ardente:
ella, che nulla vede e nulla sente,
canta d’un ch’è lontano e che l’amava.

Dilaga il canto via per il sopore
grave dei campi sconfinanti: dice
nel suo vivo gorgoglio di fontana

tutta l’occulta fiamma d’un amore,
tutta la forza dell’età felice
tutta la gioia d’un’anima umana.

VI.

Dal sereno orizzonte dove ancora
persiste il giorno in un chiaror sovrano,
sorge la luna pallida e sul piano
lentamente s’inarca e trascolora.

Sull’aia bianca intanto la canora
turba assisa divide il biondo grano:
dilaga il canto e attinge il ciel lontano
pieno della malía triste dell’ora.

Tu pure, canti. In un dolce atto io chino
su te, ti guardo e tremo: e dalla gola
sento un singhiozzo erompere di pianto

e ti appresso le labbra e sul divino
volto ti bacio senza far parola…
tu mi sorridi e séguiti il tuo canto.

VII.

Sotto il ciel vespertino, ove alle braci
del tramonto un sereno ampio sovrasta,
seminuda prorompe la nefasta
turba, al rosso baglior di mille faci.

Gli uomini folli in impeti pugnaci
vibrano in pugno i tirsi come un’asta;
bieche, di tra l’effusa chioma vasta,
sogghignano le femmine procaci.

Passa la turba come una bufera
sulla terra felice e tra furenti
grida, nel morto vespero dispare.

Timide allora, nell’estiva sera,
dal profondo dei muti firmamenti
scintillano le prime stelle, chiare.

***

Elegia all’estate morente

Estate, sembri immota come il sole
a mezzo il giorno e come lui declini!
t’effondi per i tuoi cieli divini
con un languore che non ha parole.

Forse non con tale impeto soverchio
d’affanno ti sentii già lontanare
quand’io triste vagava lungo il mare
senza una vela, tra la Magra e il Serchio

e indugiando sul culmine rupestro
il sole morente a mezzo la catena
dell’Alpe, in me l’antica anima ellena
suscitava il ricordo del Maestro.

Piú mi commuovi adesso che t’attardi
nel languore d’un’ultima vigilia
profondendo alla mia terra d’Emilia
la dolcezza dei tuoi doni piú tardi,

adesso che dal tuo calice colmo
nei silenzi dei vesperi tranquilli
il miele nella vite aurea distilli
abbarbicata in lunghi ordini all’olmo,

ora che la dolcezza del tuo miele
i chicchi d’uva già appassiti intorbida
e piú lenta si spande nella morbida
polpa rosata e densa delle mele.

Dolce la sera quando tra le acacie
delle siepi spinose il sol traguarda
e lentamente a occaso par che arda
l’orizzonte in un cumulo di brace!

Sull’acqua immota del torrente, a specchio
del cielo che piú in alto trascolora
in una tinta meno calda, allora
si diffonde il color dell’oro vecchio;

par che piú netto il pioppo si profili
sul cielo; vien dal folto dei noccioli
flebile un gorgheggiar di rosignoli
e un cinguettío confuso dai fienili…

Estate eterna, quant’io già t’amassi
fanciullo, assorto nei miei sogni gravi,
tu lo ricordi, ma non mi sembravi
rapida come adesso che trapassi!

Soli, in lor verde pertinace, il salice
e il cipresso non mutano: ma sente
la terra che tu versi pianamente
l’ultime dolci stille dal tuo calice,

poiché, prossimo il vespero, nell’ora
divina, quando la campagna tace,
giú dai cieli dilaga tanta pace
che l’anima stupita ne dolora.

Ed io che assorto nel mio sogno amai
queste dolcezze, ed io non rivedrò
tutto ciò che ora muore, tutto ciò
che forse non ritornerà piú mai?

Anima mia che lenta ti compiaci
in un sogno nostalgico, non vuoi
tu ritentare anche una volta i tuoi
sogni e le belle immagini fallaci?

Se il dolore t’ingombra, e tu rimuovine
l’amarezza e concediti una tregua.
Or t’arride l’Estate che dilegua,
dolce, come un’amante non piú giovine.

E ancora ancora Pan, dio dei poeti,
sul digradante flauto a sette fori
modula il pianto dei perduti amori
errando non veduto fra i canneti,

poiché, tremando nel cuor mio di tanto
prodigio, un dí lo scorsi che dormiva
presso un gran fiume antico, sulla riva,
e il flauto a sette fori eragli accanto.

***

Ipnosi

I.

Ben io quel dí che prima lungamente
negli occhi tuoi sereni m’affissava,
sapea l’abisso che lo sguardo scava
nel secreto dell’essere dormente.

Tutto pareva in me nascostamente
nutrir la nuova cupidigia prava,
quando il folle desío d’averti schiava
torbido divampò nella mia mente.

Ma poi che ti ridussi nell’intero
abbandono di te, poi che nel tardo
sonno ti contemplai bianca, asservita,

rabbrividii sull’orlo del mistero
che infondea per la forza d’uno sguardo
nella tua vita tutta la mia vita.

II.

Oggi – se in me piú forte si rimova
la confusa memoria di quel male –
oggi il brivido tristo che m’assale
s’afforza in me d’un’acutezza nuova.

E il lontano ricordo mi ritrova
presso di te che in un pallor mortale
smarrita, affondi il volto nel guanciale,
nuda nella penombra dell’alcova.

Io ti guardo nel sonno: sotto al mio
sguardo i tuoi nervi vibrano, pervasi
da uno strano infrenabile tremore.

Ti guardo: e a un improvviso scricchiolío
del legno, io sento dentro il petto quasi
arrestarmisi i battiti del cuore.

III.

Nella stanza secreta ove una sola
fiamma oscilla nell’ombra a quando a quando
sulle forme confuse il lume blando
mette cupi riflessi di viola.

Tu invano, udendo dalla mia parola
scender l’irresistibile comando,
m’avvinci e ti divincoli implorando
vinta, sommessa, con il pianto in gola.

Vedo nella pupilla che divora
l’iride dei tuoi grandi occhi sperduti
lo sgomento che tutta ti scompone:

ma contro quest’ignota forza ancora
inutilmente, o donna, ti rifiuti
tu con un gesto di ribellione.

IV.

Ombra che dal passato e dalla vana
mia malata tristezza ernergi fuori,
ombra, che piú t’avvivi e ti colori
quanto il tempo da me piú t’allontana,

tutti, attraverso la mia febbre insana,
io conobbi i nascosti tuoi tesori
e le gioie e i misteri ed i dolori
profondi della tua miseria umana.

Cosí sicuramente io nella folta
tenebra del tuo cuor, non sazio mai
la luce avventurai del mio pensiero,

che pavido ristetti alcuna volta
sull’atto, ed ismarrito, dubitai
d’esser giunto al di là d’ogni mistero.

V.

Nessun tristo ricordo sopravviva,
amica. L’ora della pace è scesa.
Splende nel fuoco del tramonto accesa
la fiamma della dolce sera estiva.

L’anima va nei cieli fuggitiva
né ricordo di lacrime le pesa,
tanto blanda in quest’ora si palesa
la virtú della mia terra adottiva.

Amica, lungi palpitano l’Orse
nel cielo: l’ombra della notte cade
vasta, in un cosí languido abbandono,

che sull’anima stanca ora non forse
piovono lente insieme alle rugiade
le lacrime soavi d’un perdono?

***

I sonetti della casa

I.

Da questa vecchia casa per le aperte
finestre, come da un’antica fiala,
l’odor d’un tempo ora scomparso esala
acutamente nel silenzio inerte.

Sol nella muta vacuità s’avverte
a quando a quando il fremito d’un’ala
che solcando invisibile la sala
dilegua per le camere deserte.

Nulla è mutato intorno: ma la vera
anima mia di bimbo onde t’amai
nelle tue grazie semplici e leggiadre,

scomparsa con la prima primavera,
ah quella non ritornerà piú mai,
vecchia casa del padre di mia madre!

II.

O Nonno, la tua casa ora si gode
il sole; sta come in un abbandono
ultimo, senza vita e senza suono,
del tuo torrente sulle dolci prode.

E a me che d’una mia pensosa lode
malinconicamente l’incorono,
memore forse ora discende il buono
tuo domestico spirito custode.

Ancor nella memoria ti discerno
aprendomi le braccia a un tratto, lieto
sorridere alla mia innocenza prima.

Ma tu che dormi nel tuo sonno eterno,
tu non sai, tu non sai quale secreto
pianto non pianto ancora oggi m’opprima.

III.

Ancora la tua bella faccia onesta
tutta nella mia mente si rischiara,
quando mi consigliavi: – Impara impara,
non deve la fatica esser molesta… –

E i tramonti dei dí lunghi di festa
quando l’anima mia piccola e ignara
udía la voce perdersi piú rara
nella gran pace di quell’ora mesta!

Io guardavo nell’ombra in preda a un sordo
dolore, la tua tempia farsi cava.
– Chi aspettiamo? – chiedevo piano. Tu

dicevi qualche nome… non ricordo.
Chi dunque, o nonno, allora s’aspettava
tanto, che adesso non aspetto piú?

IV.

Nessuno qui s’attende, ora: fra tante
cose morte e sepolte, unico segno
di vita, adesso, è un oriol di legno
che il tempo edace ha impresso nel quadrante.

Tacea da lungo tempo: trepidante
d’ansia, un bel dí, con paziente ingegno,
io rassettai quel semplice congegno
nella sua vecchia cassa cigolante.

A sommo della scala solitaria
il risorto Oriolo ora rintrona
con un forte tic-tac irregolare;

ma in quel rumor metallico, per l’aria
morta, un oscuro ammonimento suona:
– Lasciate i morti nelle loro bare! –

V.

Sia pace ai morti nelle bare: solo
degno è che fra i cipressi alti li allieti,
emulo sospiroso dei poeti,
coi suoi flebili canti il rosignolo.

Cingono ancor le rondini d’un volo
la casa: ancora il verde è nei canneti;
tutto ancor vive: l’anima s’acqueti
lenta, cosí, tra la dolcezza e il duolo.

Anima china su te stessa, ascolta:
l’albero della vita, forse, tutto
grave di doni verso te s’abbassa:

e tu non gioirai anche una volta
del sapore fuggevole d’un frutto,
dell’ombra della nuvola che passa?

VI.

Sii benedetta, o triste illusione
d’un tempo, che mi fai l’anima paga
e tu, sperduta in un’ignota plaga,
casa, lungi alla vita e alle persone!

Non forse questa generazione
nostra, asservita alla novella maga,
troppo gli enigmi della vita indaga
e il bene in un’indagine ripone?

Chi dunque il fior della dimenticanza
spargerà sopra il bene e sopra il male,
ignorando la gloria e la vergogna?

Sia pur l’ombra del sogno che s’avanza
gelida, all’ombra della morte uguale:
ma tu non la fuggire, anima: sogna.

***

I sonetti di settembre

I.

O Settembre tutt’oro, o bel garzone
soave nei tuoi rosei velarii,
o mesto iddio dei luoghi solitarii
che ti cingi le tempie di corone,

O triste come un’implorazione
che la malinconia dei tuoi pomarii
popoli solo, modulando in varii
accenti il pianto della tua canzone,

O tu che sotto un cumulo di morte
foglie con un sorriso ti prepari
ogni giorno la tua gelida tomba,

oh lascia tu che l’anima, piú forte
sparga nei tuoi tramonti i pianti amari
mentre con l’ombra la tristezza piomba.

II.

Settembre, qual dolcezza nuova emana
al lento luminoso dilagare
del sole nelle tue mattine chiare,
dalla mia blanda terra emiliana?

Sembra ogni forma fatta piú lontana
da un vel di sogno e di silenzio: pare
che ogni albero, ogni zolla, ogni filare,
tremi nel sole d’una gioia umana.

Mentr’io, sperduto nei silenzi, ascolto
come ogni frutto in un respiro armonico
d’una celeste ebrietà s’aggravi,

m’appar la terra simile a un bel volto,
ove, come un pensiero malinconico,
passin ombre di nuvole soavi.

III.

O Settembre, le tue placide vigne
ove splendeano i bei grappoli d’oro,
giacciono dispogliate del tesoro
pendulo tra il rossor del tralcio insigne.

Or non piú quando flagran le sanguigne
nubi all’occaso, il lieto stuol canoro
libera verso i cieli il vasto coro
bacchico, su dall’alte erbe rossigne.

Mesto Settembre, o tu giovane Sire,
celami sotto il pampino che trema
d’un grappolo obliato oggi la gioia!

Fa’ ch’io lo colga e dentro me fluire
io senta quella dolce estasi estrema:
dolce cosí che il cuor ebro ne muoia.

IV.

Settembre, se vivesse ora il gran parco
ove regnar nel sogno un dí credei,
vanire il suon della tua tibia udrei
dal folto delle acacie incurve ad arco.

Piegando sotto il troppo grave incarco
del mito onde per me divin tu sei,
s’abbatteron trafitti i Sogni miei
dalla Vita che un dí li attese al varco.

Tacque allora il crosciare delle cento
fontane e nella lugubre dimora,
funebri, soli, vissero i cipressi.

Ora, immoti, nei vespri senza vento,
mentre l’ultimo sol grave li indora,
piangono, nella gran pace, sommessi.

V.

O Settembre, nel bel parco silente
ove assorto al mio sogno un dí vagai,
fa’ ch’io rivegga ancora dai rosai
fiorir le rose, prodigiosamente.

Ch’io rioda tra i boschi dolcemente
gemer le mie fontane dolci lai
e le gelide statue che mai
mutano gesto, interrogarmi intente.

Irrompa tra i cipressi, per le aperte
finestre, nel castello, la sovrana
fiamma sanguigna del gran sol che muore

e dilaghi via via per le deserte
plaghe, una voce triste che lontana
mi sembri e pianga invece nel mio cuore.

VI.

Settembre, nella santità dell’ora
nunzia del tramonto, per i vasti
alberi dei frutteti non ti basti
infondere l’ambrosia che li irrora;

ma tra i sentieri solitarii ancora
ama vagare, celebrando i fasti
della tristezza che mi rivelasti
nel soffio della tua tibia sonora.

O giovine dal crine di viola,
cinto il fronte di pampino rubente,
mesto e superbo come un semidio,

io sento mentre il suon senza parola
si disperde nell’aere silente,
profondarmi in un gran mare d’oblio.

***

La donna del parco

I.

Tu solitaria ch’entro me t’effigi
quando nel sogno l’anima sconfina,
cupa celando un’ombra sibillina
nella profondità delli occhi grigi,

tu che nel muto parco prediligi
la serena tristezza vespertina
se tra i cipressi il raggio che declina
folgori sopra gli ultimi fastigi,

anima amante ed anima sorella,
abisso ignoto ove l’Amore cinge
brividendo la Morte che l’invita,

non tu rendi l’imagine di quella
che presiede nell’atto d’una sfinge
alle fonti del Sogno e della Vita?

II.

Sola nel parco, a vespero, una fresca
fontana rompe in getti di coralli
e n’emergono i fauni ed i cavalli
snelli, in atti di grazia pittoresca.

Ma sembra che piú languida s’accresca
la tristezza del parco oltre i cristalli
iridescenti, a toni rossi e gialli
della tua vasta casa secentesca.

Vuota è la casa: oscuri i secolari
quadri, come i pensieri che raccoglie
immobilmente la tua fronte china,

mentre guardi con occhi solitari
come nel parco muoiano le foglie
e crolli nel tuo cuore una rovina.

III.

Non piú la fuga delle stanze vuote
gravi di tante e tante cose morte
turbi il rombo feral del pianoforte
che i silenzi dei secoli riscote.

Il sogno è sacro: e qui si ripercote
tra la mollezza delle stoffe smorte
forse troppo improvviso e troppo forte
questo sonoro turbine di note.

Voglio un motivo lento, ove predòmini
la nota alta del pianto, ma con una
potenza che mi vincoli e m’assorba;

come quando, di notte, lungi agli uomini,
un infelice va, sotto la luna,
addolcendo le note alla tiorba.

IV.

E tu, simile all’erma che corrose
il tempo, senza fine ti prepari
a riveder tra i bussi secolari
avvicendarsi i colchici e le rose.

Infinito ritorno delle cose
nel tempo! Solo, in fondo alli occhi chiari
tuoi, come in grembo a laghi solitari,
il tuo mistico sogno si compose.

Ben ti conobbi allora ch’io bambino
di tutto ignaro, presentivo il lento
svolgersi della favola infinita,

quando, fiorendo a maggio il mio giardino
triste, con indicibile sgomento
m’atterrivo a quell’impeto di vita!

***

Mare nostrum

I.

O mare immenso, ebro di sole estivo,
dove naufraga il cerulo Apennino
roccioso, o mare, ove temprai bambino
le forze del mio corpo agile e vivo!

Mio mare, nel cui flutto acre sentivo
farsi l’anima mia soffio divino
e mescersi col murmure marino
al lontano stormire dell’ulivo!

Bianco il lido e infinito era: sovrana
la luce: i boschi immobili; d’argento
il golfo vasto scintillante terso:

e a tratti, invaso da una sovrumana
forza, io sentía nel liquido elemento
pulsarmi in petto il cuor dell’Universo.

II.

La barca si disnoda ora dal banco
liberamente, uscita dalla lotta
del bassofondo, dove l’onda rotta
ribolliva in un gran risucchio bianco.

Immoto a poppa io vigilo il paranco
ove trepida tendesi la scotta
e la randa rigonfia, onde condotta
va la piccola nave sopra un fianco.

S’allontanan le rive. – Come Ulisse
solo, sperduto qui tra cielo e mare,
vincere ancor l’avversa sorte fiera…

Se la favola a un tratto rifiorisse! –
E sento sopra il mio capo passare
l’epos d’Omero, come una bufera.

III.

All’alba il mare calmo, dove ancora
un gran raggio di luna si riflette,
ha luci verdi ed ombre violette
tra la bruma leggera che vapora.

Poi sempre piú s’avviva, si colora,
sprizza barbagli di rubino e mette
fuochi tra l’onde, mentre sulle vette
brulle, dilaga il rosso dell’aurora.

Allora è tutto un nuovo vibramento
che con mille colori e mille forme
trasmuta il piano dell’equorea mole:

fino a che tra una gloria d’oro, lento,
come un incandescente disco enorme
appare e sta sopra le rocce il Sole.

IV.

Ma che tristezza nel tramonto d’oro
che sfuma nella porpora e nel croco!
I flutti, accesi di un baglior di fuoco,
rendono a tratti un brivido sonoro.

Per l’aranciato ciel di messidoro
un canto lene s’alza a poco a poco;
ascoltando, s’attrista: e lento e fioco
conquide e allaga il cerulo pianoro.

Ondando lenti nella luce pia
che indora il Vespro, petali di rose
vanno infiorando i cavi polipai;

e solo, come una sottil malía,
dilaga lentamente sulle cose
quel canto triste che non muore mai.

V.

Il sole trasparendo nella bruma
pesante, tinge i flutti di sanguigno:
greve un vapore per il ciel maligno,
ondulando sull’acque, indugia e fuma.

Galleggia lieve e candida la schiuma
spinta dalla risacca sul macigno
di un enorme dirupo, irto, ferrigno,
ove sull’alghe, a poco, si raggruma.

Il salso odore su, fra grano e grano
della rena umidiccia, in una fuga
acre, svapora con effluvio lento.

Ma si scioglie la nebbia a un tratto: il piano
del mare brividendo si corruga
sotto una prima raffica di vento.

***

La canzone del mare

Maggio, qual voce ebbe il mio cuore quando
Genova agli occhi miei fulse di gloria
nel sole di un tuo limpido mattino?
Ebra di luce la città dei Doria
tutta di mille fiamme folgorando
stendeasi bianca a’ pie’ dell’Apennino:
a tratti, con lo zefiro marino,
giungean le prime voci aspre, i rumori
del porto: e col sentore del catrame
tra i pennoni protesi e il sartiame
venía cornmisto l’alito dei fiori:
tuonava a salve, rapido, solenne,
il cannone sul bosco delle antenne.

Maggio, il mio cuor non disse la parola
di gioia, poiché stette quasi vinto
al dilagar dell’impeto solare:
ma parve che in un murmure indistinto
salisse la sua voce ardente e sola
confondendosi al palpito del mare.
E il fervor del lavoro e l’accennare
degli alberi e il fischiar delle sirene
di lungi e l’acre odor delle vernici
e lo stridore delle gru motrici
e il tendersi di leve e di catene
e ogni suono, ogni forma, all’infinita
luce, parve dischiudermi alla vita.

Mare, dei sogni miei sogno piú grande!
Mio mare, pregno dell’odor dell’alga,
che ti snodi nel vortice dell’onda,
quale si levò mai canto che valga
quel che tu canti? Quali mai ghirlande
sparsero ebrietà cosí profonda?
O mare, fiamma della mia gioconda
fanciullezza, quand’io di tra la rena
cocente, steso al sole sulla riva
ligure, bimbo ignaro, mi stupiva
innanzi a tanta vastità serena,
avendo a tratti dentro il cuore il senso
rapido di smarrirmi nell’immenso!

Ma dove, o mare, risplendé piú accesa
l’anima innanzi al tuo cerulo cerchio
ebra d’amor per te come non mai?
Fu nella terra tra la Magra e il Serchio,
sulla riva dai pini circompresa
la plaga, o mare, dove piú t’amai!
Quivi, di morti rovi e gineprai
vagando solo in mezzo all’arso intrico
ardendo in cielo e d’ogni intorno l’ora
del fuoco estivo, udii nella sonora
onda cantar l’elléno canto antico
e dalle solatíe terre lontane
giunger le note flebili di Pane.

O mare o mare, dov’è mai la rabbia
del solleone sopra le deserte
rive tacenti nell’ardor mortale?
Dove il rottame e la medusa inerte
rigettati con l’alghe fra la sabbia?
Dove l’alito tuo pregno di sale?…
Ma un ricordo maggior di te m’assale
s’io pensi a quando, dedito alla tua
forza, si piegò al vento il brigantino
e i gioghi io salutai dell’Apennino
l’ultima volta, eretto sulla prua
guardando nel fulgor triste e sublime
del vespro conflagrar l’ultime cime.

Ancora ancora udir gemere i fianchi
del legno e i flocchi garruli e i velacci
sbattere al vento con un rombo sordo;
veder curvarsi gli uomini sui bracci
delle manovre, tendersi i paranchi
occhiuti, reclinarsi lento il bordo,
spander sotto alla prora il flutto ingordo
la schiuma, quasi il bianco d’un sorriso!…
O lungo i lidi della Spagna, in una
serata malinconica di luna,
se il vento mite taccia d’improvviso,
ascoltar nell’immensa pace insonne
giunger di lungi il canto delle donne.

Dov’è l’isola bella dai tramonti
d’oro e di sangue, ove i miei sogni ardeano
un tempo, nelle sere solitarie?
l’isola che sperduta nell’oceano
libera s’apre a tutti gli orizzonti
offrendo a tutti i venti la cesarie
verde delle foreste millenarie?
dove il sole del tropico sui gialli
greti e sulle verzure colorite?
dove le solitudini infinite
dei golfi ignoti e i banchi di coralli?
dove i silenzi arcani sotto i densi
velari e lo stormir dei cocchi immensi?

O mare o mare, è come una tortura
lenta e grave che all’anima sovrasta,
come un sogno nostalgico che accora,
quando al ricordo tuo la fiamma vasta
di un folle desiderio d’avventura
m’agita d’improvviso come allora!
Ma forse ancor nel fuoco d’un’aurora
sublime, nella tua luce, o gran maggio,
vedrò la nave mia spiegar la vela
al vento, rosseggiar tutta la tela
accesa dal fulgor del primo raggio,
muoversi e dileguar l’alata mole
tra il baleno dell’acque incontro al Sole.

E dall’ampia salsedine infeconda
vedrò nel cielo sorgere i riarsi
monti e i boschi dell’isole fiorenti,
vedrò i ceruli golfi dilatarsi
trai flutti, sentirò nella profonda
notte, per i sereni firmamenti,
gli aromi a onde giungere sui venti.
Poi, nella lenta pace d’una sera
divina, sotto un gran tramonto d’oro,
splendere guarderò come un tesoro
al di là d’un’incognita riviera
in un’immensa fiamma sovrumana
le torri di una gran città lontana.

Canzone mia, nel palpito solare
bianca sotto il profondo ciel turchino
vedrai Genova a’ pie’ dell’Apennino:
sfiorala, insieme all’alito del mare.

Un giorno

 1907

La leggenda del principe Siddharta

O Vita, in faccia al sole che t’annunzia,
pallido, un tempo, si levò chi intese
la verità dell’ultima rinunzia:

quegli che meditando fe’ palese
che il diletto ha radice nel dolore,
e che, sapendo, perdonò le offese,

quegli che non si proclamò Signore,
ma che agli uomini disse con umana
voce: «V’insegnerò come si muore»:

tra i viventi il piú prossimo al Nirvana
Siddharta, che dalla regina Maia
nacque e dal re dei prodi Suddhodana.

Languide e belle, sparse a centinaia
le schiave d’una lor musica rara
rendeano l’ora al principe piú gaia:

ma vanamente, poi che d’un’amara
tristezza disfaceasi lento il mite
sposo del fior di loto, Yasodhara.

Tristezza delle uguali ore infinite
scorse all’ombra dei tre vasti palagi,
per chi il germe chiudea di mille vite!

Disgusto insormontabile degli agi
sovrani per quel suo cuore profondo
gonfio d’inconoscibili presagi!

Vigile egli era se per il giocondo
incanto del giardino imperiale
giungesse una lontana eco del mondo:

ma silenzio, silenzio… Il penetrale
sacro cingea l’altezza delle mura
erette contro il Bene e contro il Male.

Allor l’assillo d’una nuova cura
lo punse, il desiderio crudele
di fuggir la vivente sepoltura.

Frenò in cuore le inutili querele
e attese. Un giorno, ad ingannar le scorte,
l’aiutò Channa, l’auriga fedele.

Ma non lungi un trar d’arco dalle porte
muovere incerto e trascinando il fianco
videro un uomo che tremava forte:

cave le guance grinze e l’occhio stanco
avea quell’uomo, e il pelo delle ciglia
e del mento e del capo raro e bianco.

Chiese Siddharta pien di meraviglia:
«Che cosa è quella?» «Un vecchio, o mio signore:
l’uomo che il tempo incurva ed assottiglia».

«Tutti gli uomini – chiese con tremore
il principe – così saranno un giorno?»
«Tutti: e tu pure, un giorno, o mio signore».

Piú taciturno allor, come d’intorno
cadea la notte, il giovinetto sire
lento compié la strada del ritorno.

E il dí seguente, con pavido ardire
uscito, vide un uomo dalla faccia
gialla divincolarsi e maledire.

Avea negli occhi come una minaccia
disperata: recea tra i denti fuora
schiuma verde e torcevasi le braccia.

«Che fa, dimmi, quell’uomo?» – chiese ancora
Siddharta. E il servo a lui: «Quegli è malato
e s’affanna pel mal che l’addolora».

«Tutti gli uomini – chiese piú turbato
Siddharta – fatti son preda del male?»
«Tutti, per l’alta volontà del Fato».

E il terzo dí, fuggito dalle sale
regali, vide un altr’uomo supino,
pallido d’un pallore innaturale.

Tra grida e suon di pianti, a lui vicino
uomini e donne ne aspergean le vesti
con incensi aromali e belzuino.

«Fatti costoro son dogliosi e mesti –
dissegli Channa – perché quegli è morto:
morto è quegli che tu ora vedesti!

Principe, ascolta il vero onde t’esorto:
l’uomo è sacro ad un ultimo momento
per quel destino a cui non è conforto:
segui ora tu l’interno ammonimento».

Sparsa nei cieli la gemmata veste
avea la notte: al giovinetto insonne
giungea il lungo respir delle foreste.

Gialli arabeschi su per le colonne
mettea la luna: piangea lungi il coro
dei fonti: riposavano le donne.

Giacean le belle in una cripta d’oro,
sfatte le chiome vaste come fiumi,
strette in carnal viluppo tra di loro;

a spire molli, nuvole di fumi
salían per l’ombra: crepiti sul fuoco
davano ardendo resine e profumi:

e da quel gruppo umano, a poco a poco,
dal palpitar di quelle membra attorte,
onde uscía qualche grido acuto e fioco,

parve al sire sgomento che risorte
fossero a un tratto le sembianze inerti
del Dolore del Tempo e della Morte.

Fuggí Siddharta sotto i cieli aperti
alla selva. Cosí fu che divenne
egli amico degli eremi deserti:

e fu il chiomato principe ventenne
il Perfetto Svegliato, il Buddha, il Grande,
poi che ogni impeto umano in sé contenne.

«Uomo, – egli disse – ogni dolor si spande
dal desiderio: diverrai perfetto
se l’acqua e l’erbe ti saran vivande».

«Uomo, – egli disse – pensa che il diletto
ove il sommo del tuo bene riponi
al duolo eterno ti farà costretto».

«Spezza l’incanto dei terrestri doni:
solo potrai cosí far che si fermi
la ruota delle trasmigrazioni».

«Soffoca nel tuo cuore i mali germi:
giunto al Nulla Assoluto del Nirvana,
gli uomini contro te saranno inermi».

Questa, o uomini, invero fu l’umana
dottrina un tempo espressa dal mortale
figlio del re dei prodi Suddhodana.

«Fuggite il Bene: fuggirete il Male».
Tristezza di quell’anima proclive
sul nulla eterno, o uomini! Ma quale

Buddha c’insegnerà come si vive?

Lo scoglio

La solitudine un giorno
cercai su uno scoglio recinto
dal mare, presso la riva.
Era di maggio, a mattina.
A torme infinite d’intorno
accorreano cupe e profonde
l’onde flagellando la rupe.
Il cielo era corso da nubi
sconvolte come se dentro
vi precipitasse in silenzio
una valanga di rupi:
come un uomo ridotto a brandelli
era il cielo, come chi gridi
pietà fra un immane disastro;
era il mare azzurrastro,
sinistro come chi affili
per un tradimento il coltello:
ma nitide chiazze d’argento
tra le balze degli Apennini
sorgenti dai boschi d’ulivi
mettevano i fasci di raggi
rompenti di tra gli strappi
delle nubi rotte dal vento.

Malinconia sovrumana
di che mi lasciarono erede
le vite infinite vissute
nello spazio e negli evi,
tu che mi fai piangere verso
non so che piú fulgidi cieli,
ah come in quel giorno, in quell’ora
indicibilmente esprimevi
la tristezza dell’Universo!

Io era com’uno che giunga
senza piú forze di dove
è fuggito per non tornare
o morire: ascolta pulsare
egli il suo sangue, né muove
ciglio: supino s’allunga
in terra e chiede alla terra,
sentendosi presso all’estremo,
soltanto il riposo, il supremo
riposo, pur di riposare.

Guardandomi intorno, stupivo.
Quello era il mio mare Tirreno?
Quello era il mio mare nativo
che nelle mattine di un maggio
infinitamente sereno
mi si rivelava sublime
splendendo nel raggio le cime
dell’Apennino, salendo
nell’aria un odore tremendo
di rose disfatte, un ronzío
d’api, un turbine, ond’io
stupito pensavo al buon Dio?

Quello era il mio mare Tirreno,
quello era il mio mare nativo:
mutato soltanto sentivo
lo sguardo un tempo sereno.
Tutto, se il mondo ci afferra,
dimentichiamo: anche il canto
del mare: del mare che è tanto
piú vasto di quello che è terra!
E quanto è piú triste il rimpianto
che l’anima nostra rinserra
per quello che piú non ci atterra
le fronti, forzandoci al pianto!
A mio parere nulla è
piú triste di piú non potere
desiderar ciò che non è:
sentire un cervello che tenta
di spremere lacrime vere
da un cuore che s’addormenta.

Era sordo dentro di me
il mio cuore ad ogni ricordo.
Io piú non vedevo nel mare
il Dio che mai non s’addorme,
il moto che mai non ha posa:
ma solo una cosa noiosa
eterna inutile informe
che mi costringeva a pensare:
si confondevano agli occhi
della mia mente il pensiero
del Tutto del Nulla e del Vero
con i ricordi piú sciocchi,
ed erano per la mia vista
le cose della Natura
come la caricatura
d’un Vero che non esista.
Amico pensoso, che scrivi
a lettere piccole il nome
tuo grande, ricordi tu come
si dubiti d’essere vivi?

Amico pensoso e lontano,
ben io nei miei soliloqui
ancor mi rammento i colloqui
tenuti con guidogozzano!
Rivedi il mio volto sul chiaro
tramonto che ardevami a tergo
in quella stanza d’albergo
a San Francesco d’Albaro?

Avrei voluto morire
sopra lo scoglio del mare,
avrei voluto provare
la gioia di non piú sentire:
spogliarmi della miseria
del mio fantasma di uomo,
non aver piú forma: esser l’uomo
scomposto nella materia;
non essere piú l’universo
nell’universo, ma un fiato
imponderabile, un atomo
labile in aria disperso;
dimenticarmi di ciò
che un giorno ho saputo, di tutto:
dimenticar soprattutto
quello che mai non saprò:
esser la morte cosciente,
esser la vita dissolta,
potere in una sol volta
essere il tutto ed il niente.

Questo nel triste abbandono
pensavo, e sentivo nel suono
dell’onda la vera risposta:
la vera risposta nascosta
nell’incomprensibile suono.
Non è dunque l’uomo una parte
del Tutto, che ignora il mistero
del Tutto? Che ignora un mistero
di cui egli stesso fa parte?
È il nostro cervello una lente
che tutto trasforma e deforma
e che dentro e fuori ci forma
un vero per sé inesistente?
Qual sonno terribile chiude
le nostre pupille alla luce
istessa che ci conduce
a chiedere se ci s’illude?
La vita e la morte? Bisogna
pur che procedano unite
se il lezzo d’una carogna
è il germe di mille vite.

Il teschio fiorito

E mi ricondussi al pensiero
l’immagine d’un cimitero
abbandonato e romito,
cinto di voli e di stridi
a primavera: ov’io vidi
un teschio umano fiorito.
Da molto tempo, da molto,
nessuno era stato sepolto
di là dalla soglia deserta:
la triste soglia era aperta
sul campo invaso dal folto
dell’erba, da un bosco di erba
selvaggia, da un mare di fiori
campestri, da un mare d’odori
primaverili, da sciami
d’api, da tutta la vita
che non visibili dita
sanno agitare per entro
la terra, da tutta la vita
che nasce e muore in silenzio.
Era quell’eremo pregno
di succhi e d’odori: tra i lacci
dell’erba emergevano bracci
di rade croci di legno.
Ed io procedendo e affondando
in quella selva vivente
ero detestabilmente
poetico e lirico: quando
fra un gruppo d’edere spesse,
aggrovigliate ad un branco
di spine acutissime e nere,
vidi o credei di vedere
un qualche cosa di bianco
che sembrava che m’irridesse.

Un teschio umano era quello
che m’irrideva: ripieno
tutto oramai di terreno
dov’era stato il cervello:
e come da un vaso di fiori,
a render piú tragico e buffo
quel misero avanzo, un gran ciuffo
d’erba ne usciva di fuori
con tal furore, che mosso
parea da quei resti carnosi
per compiere l’apoteosi
pazzesca d’un paradosso.
In quel sorriso supremo
di scherno eterno ben era
visibile quasi la vera
parola che mai non sapremo!

Ch’io creda alla favola trista
del vivere e del morire,
se il Tutto, dato che esista,
si può chiamar Divenire?
Tutto è la grande parola
che sbalordisce e consola
l’anima sciocca e fanciulla.
Tutto vuol dire anche Nulla.
Tutto vuol dire l’immenso
precipitare dei mondi
celesti verso l’ignoto.
Tutto è materia ed è vuoto.
Tutto è rinchiuso nel senso
dell’essere: è quello che vedi
e che non vedi, che credi
e che non credi: è pur quello
che già ti tese un tranello
col farti nascere: e appare
l’eterno mistificatore
nel fare crescere un fiore
e nel far muovere il mare.

Quale sarà la mia sorte
novella dopo la morte?
In quali forme viventi
d’insetti o di chicchi di grano,
o d’altro che viva o non viva,
si trasformerà la passiva
carcassa dell’essere umano?
O forse accadrà ch’io diventi,
se il caso mi toglie all’oblío,
la cosa che soffre ed ha un io,
quella piú vana che esista
nell’Universo, la trista
cosa che chiede perdono,
la cosa umana ch’io sono?
Destino! La libertà
con cui ci deprimi e bistratti
prova che tu non ci tratti
in abito di società!
Tu vedi: ho appena vent’anni
e il mondo non mi diverte,
sebbene non posi da Werther
ucciso dai disinganni;
ho una discreta memoria
e quasi sempre appetito:
non mi tortura il prurito
di un’inafferrabile gloria.
Che cosa, dunque, di meglio
per rendere un uomo felice?
Eppur qualche cosa mi dice
che potrei stare assai meglio.
Ho il benedettissimo vizio
di non creder ciò che si vede:
idea questa, come si vede,
da uomo di poco giudizio.
Aggiungi che a volte non posso
capir le piú semplici cose,
né credere che le cose
basti pensarle all’ingrosso.
Queste stranezze m’han fatto
un posatore ed un orso,
che non sa fare un discorso
e finge d’esser distratto.
«Se non sei nemmeno giocondo
prima dell’esperienza –
m’han detto – a che la presenza
della tua faccia nel mondo?»

O Terra, a te m’abbandono
dopo la morte: di me
fa’ ciò che credi, fuorché
rifarmi quello che sono.

Gli affetti

Quest’io ripensavo, supino
sopra lo scoglio del mare,
col desiderio e il rimpianto
di non poter ritornare
ancora una volta bambino:
quando piangevo del pianto
di mia madre, d’un disperato
pianto, cosí da sentire
rapido il ritmo del sangue
battermi forte il palato;
quando era tutto piú grande;
quando fra tutte le cose
la piú gradita era l’ora
di prendere il mio caffè e latte:
il caffè e latte che ancora
serba un profumo di cose
rimaste oneste ed intatte;
quando non ero distratto
ed ero quasi felice;
quando il profumo migliore
era l’odor di vernice
dei miei giocattoli nuovi;
quando ero triste o giocondo
senza sapere il perché
e non pensando che a me,
avevo in me tutto il mondo.

Nulla or mi vedo piú intorno
di ciò che amai: pianamente
tutto è caduto nel niente
col tempo, giorno per giorno.
Il non andare piú a messa
e il non guardar piú le stelle
m’han fatto mutare la pelle
dell’anima in pelle piú spessa,
così spessa che la paura
o il dubbio d’essere morto
fa ch’io ricorra al conforto
di nonna letteratura,
la quale induce chi campa
sotto il suo augusto potere
a leggere con gran piacere
il proprio nome in istampa,
spingendo sino l’ardire
questa signora indiscreta
a gabellar per poeta
chi non ha niente da dire.

Ah ch’io guarisca e diventi
buono ed ami le cose
nuove e misteriose
chiamate cose viventi!
E sopra tutte mi piacciano
quelle su cui mi stupisce
la cosa che si definisce
col nome strano di faccia.
Faccia! La cosa molliccia
con dentro i denti e la lingua,
che si deforma ed impingua,
che si torce e si raggriccia,
quella che manda dei suoni
e che si fa umile o tronfia,
quella che a un tratto si gonfia
se tu la pigli a ceffoni,
quella che spreme dagli occhi
lacrime e che si querela,
quella che a noi ci rivela
piú o meno stolidi e sciocchi,
quella che dà la misura
di ciò che è giusto ed ingiusto
e che, staccata dal busto,
ti fa tremar di paura:
ma (porgi bene l’orecchia
alla verità spaventosa),
ma soprattutto la cosa,
la triste cosa che invecchia!

Eppure quand’ero innocente
volevo tutto il mio bene
ai vecchi pii dalle vene
rigonfie e dal viso indulgente,
ai vecchi gravi e superbi
d’avere molto vissuto,
che hanno riconosciuto
la verità dei proverbi,
e dicono quello che v’è
di bene e di male nel mondo
con un lor fare profondo…
Ma come, dunque? Perché?
O vecchio, chi sei tu? Perché
vuoi ch’io ti porti rispetto?
Che cosa hai tu fatto? Che hai detto
per crederti dappiú di me?
T’è occorsa cosí lunga età
per essere ancora malcerto
se qualcosa esista di certo
o se tutto sia vanità?
La saggezza dei tuoi consigli
forse che in parte ti toglie
la colpa d’aver con tua moglie
messo alla luce dei figli?
Vantandoti conoscitore
del mondo, hai pensato tu a quello
che hai fatto? Hai aggiunto un anello
alla catena del dolore.
Fosti deluso ad oltranza:
fino d’illuderti appena,
ti si appiccicò la cancrena
incurabile della speranza:
ed eccoti che dopo tanti
malanni, triboli e stenti
cocciuto pur sempre ritenti
d’andare ancora un po’ avanti.
Prosegui per la tua via
e non farmi da precettore:
per me la scuola migliore
è la scuola dell’ironia.
È piú saggia, se tu sapessi,
della saggezza tua calva:
è quella che ancora ci salva
dal ridicolo verso noi stessi.

La folla

Mentr’io nel vano indagare
godevo del mio sgomento,
avea ricondotto già il vento
l’azzurro sul cielo e sul mare,
e in cento aspetti divini
tutta la gloria del sole
circonfondeva la mole
rocciosa degli Apennini.
Ma dietro quel vertice acclive
sentivo poco lontana
la specie temuta, l’umana
specie simile a me:
la specie degli uomini, che
non si meraviglia di vivere;
quella che fu favorita
da nostra madre Natura
col privilegio piú raro;
ma che si chiede di raro,
per non far brutta figura,
il gran perché della vita:
la sola specie che crede
ben fatto il coprirsi di panni;
la specie che avrà disinganni
finché vorrà avere una fede,
la specie gravata dal cupo
retaggio d’un odio mai domo,
la specie maligna dell’uomo
che all’uomo sarà sempre lupo,
la specie infinita che figlia
in modo vertiginoso,
che figlia senza riposo
al pari d’una coniglia,
che germina, alligna, rampolla
ovunque possa trovare
un posto: e che forma quel mare
vivente detto la folla.

La folla! Ecco il nome tremendo
che mi sbiancava la faccia
quando il mio sogno rompendo
nel cielo scagliavasi in caccia
di gloria, quando al gigante
mio sogno una forza primeva
sbatteva le ali d’alcione,
e a me che tremavo pareva
piú vasto di quello di Dante
il sogno di Napoleone!
Nell’ora limpida, quando
il rosso tramonto divampa
sulla città turbinosa
e i fuochi di tutte le lampade
sopra le strade ancor chiare
stan contro il vespero acceso
come un prodigio sospeso
a contrastar l’opra solare,
oh quante volte, guardando
la gran bestia umana da presso,
non chiesi tremante a me stesso
un solo gesto, ma eterno,
che stupefacesse l’ignava
sovrana, per renderla schiava,
per renderla schiava in eterno!
Ironia, divina ironia!
Sai tu quanti giovani imberbi
andavano e vanno superbi
di simile roba stantía?

Senza il bromuro e l’arsenico,
o cura medica alcuna,
mi sparvero già, per fortuna,
quei sintomi da nevrastenico,
poiché con un’equa ginnastica
della mia povera testa
mi son liberato da questa
manía troppo fantastica,
e insieme con quel deleterio
difetto dannoso al cervello
ho in parte perduto anche quello
di prender le cose sul serio:
della mia antica follía
tanto ho distrutto che ora
la parte che in me vive ancora
è un poco di malinconia.
La folla che si trascina
illusa da una speranza,
la folla, guardata a distanza,
che cosa pietosa e meschina!
Un po’ di gioire e soffrire
in questo breve cammino
con alle spalle il destino
sicuro di scomparire,
e scomparir senza piú
lasciar quasi traccia di sé,
al modo stesso con che
è già scomparso il mammouth.
Per quattro misere ore
di vita su questa terra,
a che dichiararci la guerra,
a che dichiararci l’amore?
O folla, che palpiti e vibri
in mezzo alle gioie e ai malanni
e che inutilmente ti affanni
sugli utensili o sui libri,
ti giuro che innanzi ai miei occhi
la tua gioia ed il tuo lamento,
la tua pace ed il tuo tormento
son cosí inutili e sciocchi,
che se dal buio ove sei
potessi trarti nel Vero
con una parola, davvero
non so se te la direi!

L’amore

Rapido è il tempo che passa
e che ci affoga nel nulla:
ieri eri ancor nella culla,
domani sarai nella cassa:
è vano che metta radici
la gioia nel nostro petto
se quello che reca diletto
è quello che rende infelici:
l’amore è la vanità
maggiore d’ogni altra, poiché
vorrebbe rinchiudere in sé
l’idea dell’eternità.

Piccola donna, che sempre
ricorderò nei miei brevi
giorni, come sapevi
dir la parola per sempre!
Il tuo per sempre s’è sciolto
nel nulla, dopo non molto,
come la neve nel sole;
l’altre tue buone parole
m’hanno fiorito la via
della malinconia,
m’hanno cosparso di pianti
la triste via dei rimpianti.
Ma il bel fanciullo, l’Amore,
s’è addormentato nel fondo
del cuore, d’un sonno profondo:
un sonno piú grave e profondo
di tutta l’acqua del mare
gli appesantisce le membra
con tanta gravezza, che sembra
che piú non si possa destare.

E se non si desterà piú,
pace su lui! Cosí sia.
Non resta la malinconia
lontana d’un bene che fu?
Ma neppure quella rimane,
piccola donna! Il ricordo
giorno per giorno scompare:
il cuore è sempre piú sordo
ai miseri casi lontani.
E forse un giorno, domani,
se t’incontrassi per via,
quest’anima mia, che si duole
in tanta malinconia,
per la sua piccola amica
ritroverebbe a fatica
gelide e rare parole.

E tu, dolorosa, che guardi
farsi piú sempre profondi
i segni degli anni sul viso
pallido e pensi che è tardi
ed a te stessa nascondi
con un tuo gesto improvviso
un filo che ieri divenne
piú chiaro fra le tue chiome
e brilla nel muoversi come
per un riflesso di gemme,
donna d’adesso, non vedi
tu che l’amore è dolore?
Quale conforto all’amore
tardivo e triste mai chiedi?
O donna, tu pensi che mai
bisognerebbe morire
come quand’è per finire
tutto e che senti e che sai
prossimo il dí che l’amore
naufragherà nel dolore.

E tu che a nome non chiamo
perché non so chi tu sei,
o tu, che forse amerei,
è meglio che non c’incontriamo!
Sai tu che cos’è la tristezza?
Io guardo la mia giovinezza
sorgere a un tratto su questo
mondo, vigile e viva,
come l’infermo mal desto
dall’incubo che l’atterriva
vede che il cielo è di rosa,
ed un’angoscia affannosa
lo stringe, poich’egli ignora
se sia il tramonto o l’aurora.

O donna, la mia giovinezza
è forse un tramonto: ogni giorno
qualcosa non fa piú ritorno,
qualche idolo nuovo si spezza.
Non si spezza, no: si dissolve
col tempo, non si sa come:
non ne rimane che il nome
e un po’ di misera polvere.
Il tempo sgretola, annulla
regolarmente entro me
quello che trova, finché
non ne rimanga piú nulla.
Da questo perenne pensare,
da questo perenne soffrire
si può sperar di guarire?
Si può sperare d’amare?
Io sento che non si può
mai piú guarire; lo sento:
da questo strano tormento
non si guarisce: lo so.
S’annida in te a tradimento
quando agisci e quando riposi:
è come la tubercolosi
cronica del sentimento.

La pietà

Mio Dio, se tu veramente
fossi per noi come un padre,
se il Dio che mia madre
chiamava buono e clemente,
se invece di esser l’eterna
vicenda di quello che è,
tu fossi per noi come un re
che benignamente governa,
quale io t’immagino ancora
a volte, con semplicità,
vorrei domandarti pietà
per tutto ciò che dolora:
per l’anima mia che si sente
a un tempo grande ed inane:
umile innanzi ad un cane,
superba innanzi al saccente;
per gli uomini cupi e corrosi,
provati da tutte le prove;
pei poveri senza ricovero
che chiedono un po’ di elemosina;
per la donna a cui nello specchio
il segno del tempo già appare;
per chi deve ancor lavorare
essendo già stanco e già vecchio;
pel piccolo insetto modesto
che s’affanna e che non si vede
e ch’io, camminando, col piede
inconsciamente calpesto;
per tutte le anime buone
di cui s’ignorano i nomi;
per gli asini senza diplomi
che soffrono sotto il bastone;
per gli uomini a cui non somigli,
perché sono gobbi o storpiati;
pei ciechi; per gl’impiegati
che mettono al mondo dei figli:
per tutto ciò che si offre
all’offesa senza difesa;
pel male che non si palesa
da chi n’è colpito e ne soffre!
Per tanto eterno soffrire,
mio Dio, ti chiedo pietà:
ma piú ti chiedo pietà
per me, che non so piú soffrire!

Stanchezza di questi miei
giorni ch’io vivo a ogni costo!
Un poco d’aria al mio posto
ed io non esisterei.
Per chi vive, chi non esiste
è come se stesse nascosto:
un altro gli occupa il posto
vuotandogli il calice triste.
Il calice: poiché la vita
è come una mensa imbandita,
su cui, da perfetto villano,
il prossimo è lesto di mano.
A volte però gli va male:
il dolce è un impasto di sale,
e un servo bizzarro, il Destino,
gli ha reso imbevibile il vino:
ma l’uomo per ciò non s’arresta,
finché un giramento di testa
lo smemora da tutti i mali
fra il gaudio dei commensali.
La storia un po’ matta e un po’ seria
ha questa morale: miseria.

L’uomo era un po’ di materia
che nulla vedeva e sentiva:
un soffio improvviso l’avviva
ed eccoti l’Uomo-Miseria:
s’abbranca – il perché non lo sa –
a un lembo rotondo d’ignoto,
e via che parte nel vuoto
a tutta velocità:
il tempo di dire: – Son qui –
senza capir ciò che dice
e di gridar ch’è infelice…
poi, zitto. Tutto finí.
Stupore di me, senza fine!
Io stesso che vedo e che sento
mi trovo in quel dato momento
che sta tra il principio e la fine!
Mio Dio, se tu mi prometti
di esistere veramente,
ti prego d’esser clemente
con tutti noi poveretti;
ma se per caso ti sbrachi
per noi d’un gran riso beffardo,
usaci questo riguardo:
di crederci tutti ubriachi.

La noia

Quest’io meditavo, supino
sopra lo scoglio del mare.
Compiuto avea l’astro solare
metà del suo lento cammino
nel cielo: ed insieme all’immenso
vibrar della luce, sul mare
s’era diffuso il silenzio.
E un’ansia, un’ansia affannosa,
che non mi lasciava piú posa,
pareva costringermi insieme
a fuggire ed a rimanere.
Tornare nel mondo a sperare
secondo l’umano destino,
o rimaner solo, supino
sopra lo scoglio del mare?
A che ritornare nel mondo?
Conosco a memoria la storia
eterna del genere umano:
vuol dire esser triste e giocondo,
vuol dire operare, ma invano;
vivere la vita vuol dire
combattere: ma contro che?
Combattere: ma perché?
Per sempre gioire e soffrire?
Sugli uomini quale diritto
ha l’uomo di vita e di morte?
Con quale diritto il piú forte
s’impone a chi è stato sconfitto?
Dovere esser umili o scaltri,
dover esser lupo od agnello
per semplicemente far quello
che sempre hanno fatto gli altri?
Tre volte beata la gente
che trova evidente ogni cosa!
S’io penso alla minima cosa
non ne capisco piú niente.

Quale sarà la mia vita?
Una sequela infinita
di notti insonni e di giorni;
proponimenti e ritorni
previsti verso le molte
cose che odiai mille volte;
un brancolare alla cieca,
un aspettare affannoso
quello che il tempo non reca,
l’abbandonarsi a un riposo
febbrile; il cercare un pretesto
per iscusar l’esistenza;
un rendersi adatto a far senza
di questo di questo e di questo;
un prepararsi al viaggio
ultimo e farsene bello
con sé stesso, ma sul piú bello
sentirsi mancare il coraggio
e assistere assistere assistere
a questa comedia d’esistere
fino a sipario calato
da spettatore annoiato;
avere un ultimo amore
ancora ed un’illusione,
e avere una delusione
ultima e ancora un dolore;
guardare con meraviglia
sprezzante l’uomo e dovere
convincersi d’appartenere
alla sua stessa famiglia;
sentirsi salire dal fondo
la noia di tutti i perché,
ed essere inutili a sé
ed essere inutili al mondo.

Inutilità! Se la fatua
credulità delle masse
umane non me lo vietasse,
vorrei farti fare una statua.
Umanità! Se del tutto
tu non m’ignorassi, un falò
faresti di me, che non fo
che esserti inutile in tutto.
Non credere già ch’io sia mosso
contro te da un odio furente:
ti sono semplicemente
inutile in quello che posso.
M’affaccio adesso alle porte
del mondo: ma ho fede nutrita
di esserti inutile in vita
e d’esserti inutile in morte.
Quand’io morirò (te lo dico
per dire: poiché l’uomo ignora
sé stesso, può darsi che allora
io sia tuo buonissimo amico),
quand’io morirò, la mia tomba,
ov’io dormirò fino al rombo
finale, la voglio di piombo
rotonda come una bomba;
che sia lanciata agli squali
nel piú profondo del mare:
nessuno così potrà usare
il mio grasso pei suoi stivali.

Il sogno

Signore del Cielo, figura
retorica, fai tu la grazia
del sogno a quest’anima sazia
della sua sciocca natura!
Tu vedi ch’io mi consolo
con poco: ti chiedo, o Signore,
soltanto l’immenso favore
d’esser lasciato da solo.
Illudermi! Non ho bisogno
d’altro conforto all’ambascia:
fa’ ch’io dimentichi: lascia
ch’io mi dissolva nel sogno;
ch’io veda ben oltre le porte
del mondo apparir la fiorita
contrada che dona alla vita
la placidità della morte!

Mio sogno, non sei l’ippogrifo
pagano, recantesi in groppa
pei cieli l’anima mia?
Conducila in alto: ella ha schifo,
per sé, dell’altrui borghesía.
Alato cavallo, galoppa
in cieli piú puri e piú vasti!
Nessuna vertigine basti,
nessuna gioia sia troppa
all’anima sola che vuole
andar piú lontana del sole!
Avventala nel turbinío
degli astri: le masse giganti
le passeranno davanti
con un immane ronzío,
col vibramento d’un masso
che con tre giri di fionda
un’energia furibonda
scagli in eterno allo spazio.
Anima mia, quali cose
eterne e meravigliose
tu vedi? La faccia deforme
di un mondo che passa: l’enorme
ammasso s’avventa: scompare.
Che meraviglie hai tu scorte?
Un mondo intero di morte:
un piano deserto ed un mare
deserto: un’immensa catena
di rocce, un deserto d’arena
rovente: e su tutta la mole
la luce di un altro sole.
Un altro mondo s’avventa,
altri mondi ancora, una schiera;
una vertigine intera
di mondi, che romba e che venta
calore, precipita e spare
per sempre. Lo spazio e l’età
scompaiono. Tu resti sola,
anima vigile, sola
nel nulla dell’eternità.

Mio sogno, non sei pure un angiolo?
Lo spirito cristiano
custode dell’anima mia?
Conducila piano per mano:
ella è una bimba smarrita
sopra la via della vita:
conducila per i giardini,
ove non s’ode che il suono
dell’acque, nell’abbandono;
promettile molti balocchi,
perché di buon grado cammini;
fa’ ch’ella guardi con occhi
stupiti la rosa e l’insetto;
e spiegale: questo è un insetto;
e spiegale: questa è una rosa;
e spiegale come ogni cosa
per fede, speranza ed amore
sia fatta da nostro Signore,
che a tutti vuol bene e perdona;
insegnale ad essere buona;
insegnale tutto l’orrore
di quello che è sacrilegio;
conducila per il collegio
del mondo: quanti bambini
la stupiranno, che sono
vestiti da donna e da uomo,
essendo pur sempre piccini!
E ti chiederà: – Mio bell’angiolo,
sai dirmi perché tutti piangono?
Sai dirmi perché quel bambino
percuota con rabbia il vicino?
E perché quell’altro che è a letto
tossendo dia sangue dal petto? –
Oh come, come stupita
ti guarderà ella ascoltando
la cosa incredibile, quando
saprà che questa è la vita!

Mio sogno, bel sogno, la foga
magnifica verso il prodigio
declina: scompare nel grigio
del tempo: la vita ti affoga.
Mio sogno, non c’è piú conforto:
io guardo tra il serio e il beffardo
velarsi piú sempre il tuo sguardo
del torbido proprio a chi è morto.
Passasti, poiché tutto passa.
È come se non ci fossimo
mai visti: il contagio del prossimo
ti ha bell’e ridotto alla cassa.

Alcuni desideri

Non chiedo la grazia divina
del sogno, né la scintilla.
Alcuni desideri del genio: una vita tranquilla
mi basta, una vita meschina.
Per questa manía solitaria
m’occorrerebbe un’onesta
casa, assai vecchia e modesta,
con molta luce e buon’aria,
con alberi verdi e da frutti
d’intorno, sepolta tra un folto
di pergole ombrose; ma molto,
ma molto lontana da tutti.
Un’assai vecchia dimora,
linda, ospitale ed ammodo,
un po’ rozza e semplice al modo
delle massaie d’allora;
e in questo rifugio all’antica,
vorrei, nell’oblío secolare,
illudermi di riposare
da un’immaginaria fatica.
Che sonni, che sonni tranquilli
da bimbo nella sua cuna,
le notti col lume di luna,
le notti col canto dei grilli!

Vorrei pure scrivere, senza
fatica, dei versi: ma sparsi
a spizzico, da giudicarsi
con una bonaria indulgenza:
dei versi bizzarri, rimati
secondo la mia prosodía,
con molta malinconía
e quasi niente grammatica:
e il lusso da milionario
vorrei per un mese, d’avere
a nolo per cameriere
un dottore universitario
per mettere in bella copia
le mie bislacche parole
e dirmi dove ci vuole
la lettera semplice o doppia.

O gioia di essere solo!
non l’ombra d’un conosciuto
vicino, toltone il muto
dottore che avrei preso a nolo.
Non ascolterei che la sola
Natura, l’unica amica;
non compirei piú la fatica
di dire una mezza parola.
Avrei con me qualche rado
libro, assai fuori di mano;
andrei per i campi pian piano
senza saper dove vado;
nella mia testa i pensieri
andrebbero com’io li lascio
andare, tutti a rifascio,
i piú pazzi con i piú seri:
e a sera, sull’imbrunire,
un letto fresco e profondo
mi smemorerebbe del mondo
con la voluttà di dormire.

Se un semplice regime uguale
bastasse a guarirmi dal tedio!
Ma in simile caso il rimedio
sarebbe peggiore del male.
Non guarirei, ne son certo,
da tutte queste torture
imaginarie, neppure
se andassi in mezzo al deserto;
il male, purtroppo, non sta
di fuori, ma nel mio interno,
ed è un prodotto moderno
come l’elettricità:
è come un tarlo che roda
addentro, senza mai posa,
ed era in addietro una posa
ormai passata di moda.
Oh come darei le parole
inutili e l’opere vane
dell’uomo, per essere un cane
che dorma placido al sole!
Per esser la foglia o l’insetto
o l’albero o il gufo o il leone,
per non aver la ragione,
per non aver l’intelletto,
per essere (questo conforto
concedi, o Natura, a chi è stanco
già troppo), per esser pur anco
un uomo, ma essere morto!

La morte

Morire! Una camera muta
e un letto profondo: lontano
la fiamma d’un vespro sanguigno
che splenda tra i cento comignoli
d’una città sconosciuta:
giacere in quel letto profondo;
udir con un senso inumano
d’angoscia il confuso lontano
eterno fragore del mondo:
sentire che per riposare
un sonno profondo non basta,
ma occorre una pace piú vasta;
sentire che tutto scompare
per sempre, che il sogno dilegua
per sempre, che tutto è fuggito
per sempre, che tutto è finito;
sentire vicina la tregua;
compiere il gesto improvviso:
il sangue che sfugge dal viso,
il senso indicibile, ignoto,
di precipitare nel vuoto,
di precipitare per sempre,
di divenir preda del niente…
un senso di gelo, fugace,
poi nulla. La morte. La pace.

Giacere in quel letto profondo,
già morto: sul volto, il suggello
della Verità spaventosa,
della Verità che si sposa
con l’uomo ch’è uscito dal mondo
e agguaglia il deforme col bello,
e agguaglia l’ignaro e il saccente
nel placido regno del niente:
giacere in quel letto profondo
piú immobile ancora di quando
si dorme: dell’unica buona
immobilità che traspira
dal volto di chi non respira,
dal corpo di chi s’abbandona;
il drappo che va disegnando
piú profondamente le forme
del rigido corpo che dorme
per sempre: poi ecco apparire
la prima dissoluzione
che sforma e dev’essere come
se si continuasse a morire.

Giacere in un letto profondo,
già morto: ecco il solo momento
di vero riposo nel mondo!
Piú tardi la terra ci afferra
e penetra e sbriciola in polvere
e volge in sé stessa ed evolve
e dissipa in preda del vento:
ma il letto sul quale si muore
concede per quarantott’ore
la pace assoluta, infinita.
Nessuna forma di vita
si svolge in quel tempo dal fondo
dell’uomo mutatosi in cosa;
quella materia riposa;
non vive, non vede, non sente:
sfasciandosi gradatamente,
rinunzia all’enorme fatica
di dover essere unita.
Natura, o burattinaia,
come raduni i tuoi fili
a tempo, perché l’uno appaia
e l’altro scompaia! Rigiri
i fili che agli esseri umani
fan muovere i piedi e le mani
e torcere gli occhi e la bocca:
quindi, infallibile, appena
è tempo, il fantoccio a cui tocca
scompare per sempre di scena.
Tarderà molto a finire
questa ridicola farsa?
Io sento che fo da comparsa
e che non ho niente da dire.

A che imaginarmi già estinto?
Parlare senza morire
di questo piacere vuol dire
non esserne bene convinto.
O morte, la nostra miseria
è grande: la nostra materia
che soffre ed invoca l’oblío,
gridando pur sempre: – Non voglio
morire! – s’abbarbica all’io
cosí disperatamente,
come il mollusco aderente
con tutte le forze allo scoglio:
l’io per ciascuna persona
è come un’amante noiosa
che stanca sopra ogni cosa,
ma che tuttavia non si dona;
l’amante che piú non si varia,
compagna in piaceri e malanni
e che, con l’andare degli anni,
diventa vieppiú necessaria;
l’amante un poco volgare
che ha verso di noi mille cure
e che spesse volte neppure
ci si accorge di sopportare.

Questo pensavo: e un divino
tramonto d’oro e di rosa
circonfondea la rocciosa
catena dell’Apennino.

L’ironia

Lode a te, madre Natura,
che un poco ironica e dura
m’hai conformata la faccia
e fatto esperto di questo:
che l’uomo, pur se gli dispiaccia
non essere il solo immortale,
è un essere medio, che vale
né piú né meno del resto;
tanto ch’io stesso mi guardo
a volte con un improvviso
stupore ed un mezzo sorriso
tra l’indulgente e il beffardo.
Ma questo, o Natura, mi turba
profondamente: che ignoro
le cose piú semplici e chiare:
gli uomini, a quanto mi pare,
han l’aria invidiabile e furba
d’intendersi tanto fra loro,
ch’io solo, sentendomi escluso,
rimango in disparte confuso.
O madre Natura, ti chiedo
perdono di tanta ignoranza:
da molto tempo non vedo
piú libri: ho perduto l’usanza
di leggere libri e giornali;
non son presidente di leghe,
né socio: detesto le beghe
politiche e ignoro, al momento,
chi occupi il parlamento
e i seggi ministeriali.
O madre Natura, bisogna
che tu mi perdoni due volte
se per queste fisime stolte
non so provare vergogna.
Accogli nell’anima immensa
il figlio non troppo modello,
facendogli grazia di quello
a cui per pigrizia non pensa.

O voluttà di godere
l’immobilità dei fachiri!
Non sembra che tutto mi giri
d’intorno per farmi piacere?
Il tempo trascorre, la morte
s’approssima, il mondo è lontano:
dall’anima vigile e forte,
temprata nell’essere sola,
prorompe la vera parola:
morire e vivere è vano!
La traccia dell’uomo scompare
sulla brevissima via
del mondo come la scia
che si riconfonde col mare;
il Tempo, figliuolo minore
dell’Eternità, ci dissolve
nel nulla o in un pugno di polvere
in poco volgere d’ore;
perfino l’arte sovrana
non è che la caricatura
di ciò che madre Natura
ha dato all’anima umana,
tenendo per fermo che tutto
il bello nel verso rinchiuso
non vale un profumo diffuso,
non vale il sapore d’un frutto.
È vana l’arte. La sorte
vuol che ogni cosa sia vana,
vuol che la vita sia vana
e che sia vana la morte.

O madre Natura, il tuo figlio
che trema guardandoti in faccia,
non simula quanto sia vano
pur quello ch’ei dice: l’umano
vortice ancora lo allaccia;
non sopporterà piú l’esilio:
non rimarrà piú supino
sopra lo scoglio del mare,
ma tornerà ancora a sperare
secondo l’umano destino.
Che nuova speranza rampolla
nel suo cuore? Tutte e nessuna:
l’istinto che l’accomuna
a quello che vive, alla folla
premuta, accecata da un rude
bisogno di vita, sospinta
a vincere o ad essere vinta,
che spera lavora e s’illude;
l’istinto che mai non sapremo
domare e che tutti trascina
per la medesima china,
il genio, il mediocre, lo scemo;
l’istinto a cui non si resiste,
che torce la bocca al sorriso
o al pianto e che sorge improvviso
a rammentarci che esiste.

Natura, che imponi la vita
e ridi curvandoci sotto
quest’obbligo, tu non ascolti
se un uomo ti si rivolti
come la biscia colpita
a tergo dall’urto del ciottolo:
non curi ch’egli s’avveda
del tiro: l’hai fatto tua preda.
L’ignoto te lo imprigiona
per sempre: tu stessa finisci
per esser con lui quasi buona;
diventi materna; lo lisci
finch’egli sia quasi quieto,
lo rendi dabbene e discreto,
gl’insegni che certe domande
non son piú da uomo già grande,
gli parli d’ingegno e d’onore
finché gli si vada imbiancando
la barba: ed infine, allorquando
diventa commendatore,
il nostro brav’uomo deterso
d’ogni impurità, veramente
comprende la Vita e si sente
il re dell’immenso Universo.

La notte era sorta dal mare:
la notte serena ed illune
avea generato il profondo
silenzio e la pace sul mondo;
udivo soltanto l’ansare
dell’acqua sopra le dune
lontane: il profilo malcerto
dei monti apparía di lontano
sul cielo, segnato d’inchiostro
come il profilo d’un mostro
del tempo antidiluviano;
il mare tranquillo e deserto
cingea con alterno gorgoglio
l’immobilità dello scoglio,
e in cielo, non so quale mano
non vista da me, a poco a poco
avea suscitato già il fuoco
latente di cento fiammelle:
brillavano tutte le stelle
del cielo: la notte profonda,
diffusa e confusa per entro
la terra invisibile e l’onda
che s’increspava sul mare
insonne, pareva ascoltare
l’eternità del silenzio.

Un giorno era infine trascorso:
tutto era triste ed uguale
intorno a me: l’immortale
Natura seguiva il suo corso.
Il Tempo girava la ruota
eterna: l’eterno ritorno
del cielo seguía quella traccia
dovuta, che innanzi si caccia
pur sempre la notte ed il giorno:
il Tutto era l’indifferenza
del Tutto: ma l’intima essenza
dell’essere erami ignota.
Come si muore e si vive
all’ombra del Tutto e del Nulla?
Silenzio. Mai nessun Buddha
c’insegnerà come si vive!
L’ignoto non teme la luce
del nostro cervello; il mistero
che nasce con noi ci conduce
per non si sa quale sentiero.
Ci premon le tenebre spesse
di un’unica sorte: di quella
che uomini e cose affratella
nel tedio comune dell’essere.

Questo pensavo, e l’eterno
sgomento gonfiava il mio cuore.
Sentivo, sentivo fraterno
lo scoglio del mare e il rumore
del mare, il lontano stormire
degli alberi a terra, l’aulire
dei boschi profondi col vento,
le stelle che nel firmamento
brillavan d’un tremito d’oro
e lente salivan la via
remota, in eterna armonía,
con ritmo concorde fra loro:
sentivo che tutto era uguale
alla mia spoglia mortale:
sentivo di tendere verso
il Tutto, di esser la parte
minima dell’Universo,
la parte che vede e che sente,
che esiste in eterno e che cade
col tutto continuamente
per una china infinita
senza principio, né fondo,
per ove in eterno si fondono
insieme la Morte e la Vita.

Questo sentivo, supino
sopra lo scoglio del mare.
E parve un tratto alle mie
pupille immobili e fisse
nelle celesti armoníe,
che immensa, tra laceri veli,
raggiasse su un volto divino
la Verità secolare.
Fu come se il mondo salisse
in alto, fu come se i cieli
scendessero: tutte le porte
aveva dischiuso il mistero
al mondo degli uomini, sulla
mirabile luce del Vero.
E in me scese il Tutto ed il Nulla,
la Vita e la Morte.

In copertina: Edvard Munch, Sera. Melanconia, 1891.

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