Pochi libri hanno rivoluzionato davvero la storia della letteratura. La raccolta di poesie I Fiori del Male di Charles Baudelaire è uno di questi. Lo sottolinea Auerbach: «[…] il significato storico dei Fleurs du Mal è ormai incontestabile. La figura umana che in essi viene alla luce non è meno indicativa sia del disgregarsi, sia, se vogliamo, del trasformarsi della tradizione europea di quanto non sia Ivàn Karamazov. Senza i Fleurs du Mal non è pensabile non soltanto la veste stilistica della lirica moderna ma neanche quella di altre forme letterarie del secolo da allora trascorso […]. Ritroviamo le tracce di Baudelaire in Gide, in Proust, in Joyce e Thomas Mann come pure in Rimbaud, in Mallarmè, in Rilke ed Eliot» [1].

La portata innovativa di Baudelaire si dispiega lungo varie assi: egli è il primo poeta autenticamente e profondamente moderno, il primo poeta deliberatamente e voluttuosamente senza aureola [2]; ricorrendo di nuovo ad Auerbach, è «il primo a dare forma sublime a soggetti che di per sé non vi sembravano adatti. […] Baudelaire ha dato un’alta espressione stilistica all’angoscia paralizzante, al panico per l’inevitabile tragicità della nostra esistenza, al totale annichilimento cui questa terribile situazione conduce» [3]; sulla stessa linea è Jauss: «La poesia di Baudelaire […] sa portare al linguaggio l’alienazione estrema della coscienza sopraffatta dall’angoscia» [4]. In questo senso, all’interno dei Fiori del Male, il nocciolo della rivoluzione baudelairiana è rappresentato dal ciclo delle quattro poesie intitolate Spleen [5] – tutte le citazioni di Auerbach e Jauss sin qui proposte sono tratte proprio da lavori dedicati a queste composizioni; Auerbach analizza il quarto, mentre Jauss il secondo Spleen -.

Ora, ci si è interrogati a lungo, e diffusamente, sulla natura di questo spleen, di questo celebre stato di malessere che dà il via alla serie di grandi malesseri letterari del Novecento: il tedio pessoano [6], il male di vivere montaliano e la nausea sartriana. Come abbiamo visto, entrambi i critici tedeschi lo intendono in termini di angoscia. In particolar modo Auerbach, in riferimento al quarto Spleen, la poesia più claustrofobica di tutti I Fiori del Male [7], giunge alla seguente conclusione: «Lo spleen della nostra lirica è disperazione senza alcuna via d’uscita: non è riconducibile a cause concrete, e non c’è modo di porvi rimedio» [8].

Ma l’indicazione più significativa riguardo la natura, o meglio, la «natura profonda» dello spleen, ce la fornisce lo stesso Baudelaire, nella lettera alla madre del 30 dicembre 1857 – anno di pubblicazione della prima edizione dei Fiori del Male -. Leggiamo.

[Parigi], 30 dicembre 1857

Indubbiamente ho molti motivi per compiangermi, e sono stupito e allarmato del mio stato. Forse ho bisogno di cambiar posto, non lo so. Forse è il fisico malato che m’infiacchisce il morale e la volontà, oppure è la mancanza di energia spirituale che mi affatica il corpo, non lo so. Quello che provo, però, è un immenso scoraggiamento, una sensazione d’isolamento insopportabile, una costante paura di vaghe sciagure, una sfiducia completa nelle mie forze, un’assenza totale di desideri, una impossibilità di trovare uno svago qualsiasi. Il successo strano del mio libro e gli odi che ha suscitato mi hanno interessato per un po’ di tempo, dopo di che mi son lasciato andare. Vedete dunque, mia cara madre, quale possa essere uno stato d’animo abbastanza grave per un uomo la cui professione è quella di produrre finzioni e adornarle. Continuamente mi chiedo: a che scopo questo? A che scopo quest’altro? La natura profonda dello spleen consiste appunto in questo. Certo, se tengo conto che ho già sopportato situazioni analoghe e che ne sono venuto fuori, sarei portato a non allarmarmi troppo; ma, d’altra parte, non mi ricordo di essere mai caduto così in basso e di essermi trascinato così a lungo nella noia. A questo aggiungete la disperazione incessante della mia povertà, il lavoro tirato un po’ avanti e poi sospeso per i vecchi debiti (state tranquilla, non è un appello allarmante fatto alla vostra debolezza. Non è ancora tempo, PER PARECCHIE RAGIONI, di cui la principale è questa fiacchezza e questa apatia che io stesso riconosco), il contrasto oltraggioso, ripugnante, tra la mia onorabilità spirituale e questa vita precaria e miserabile, e infine, per concludere, strani soffocamenti e disturbi d’intestino e di stomaco che durano da un mese. Tutto ciò che mangio mi soffoca o mi provoca la colica. Se il morale può guarire il fisico, un violento lavoro ininterrotto mi guarirà, ma bisogna volerlo, con una volontà infiacchita; circolo vizioso.
[…] [9]

Secondo le parole dello stesso Baudelaire, la «natura profonda» dello spleen è dunque la vanitas. La vanitas genera lo spleen, che a sua volta si dirama in vari altri cupi stati d’animo come l’Angoscia, la Noia, l’insoddisfazione; stati d’animo che nessun altro poeta come Baudelaire ha saputo riprodurre con tanta efficacia, riuscendo a mantenere intatta, pur attraverso la mediazione della scrittura, la loro portata tormentosa.

Personalmente, credo che nel ciclo dei quattro Spleen, quello in cui emerge con maggiore chiarezza questa «natura profonda» in termini di vanitas dello spleen baudelairiano, sia il terzo.

Sono come il re d’un paese piovoso
ricco, ma impotente, giovane e insieme vecchissimo,
che disprezzando gli inchini dei suoi precettori
si annoia con i cani e le altre bestie.
Nulla può rallegrarlo, né la caccia, né il falcone,
né il popolo morente di fronte al balcone.
La grottesca ballata del buffone favorito
non distrae più la mente di quel crudele malato;
il letto tutto fiordalisi si trasforma in tomba
e le dame di corte, per le quali ogni principe è bello,
non sanno più trovare impudichi abbigliamenti
che strappino un sorriso a quel giovane scheletro.
Il saggio che gli fabbrica l’oro non ha mai potuto
estirpare l’elemento corrotto dal suo essere,
e con quei bagni di sangue tramandati dai Romani,
di cui in vecchiaia i potenti si ricordano,
non ha saputo scaldare quell’ebete cadavere
in cui verde acqua del Lete circola, e non sangue [10].

Nel poeta-re protagonista di questo componimento sembra rivivere la vicenda filosofico-esistenziale del biblico Qoelet («Vanità delle vanità, tutto è vanità», ricordate?). È la consapevolezza della vanitas ad innescare lo spleen, che nella fattispecie genera un opprimente ed insopprimibile senso di Noia – tra le principali protagoniste/antagoniste dei Fiori del Male – ed insoddisfazione. La stessa immagine baroccheggiante dello scheletro (v. 12), richiamata da quella del cadavere (v. 17), rimanda proprio alla classica rappresentazione artistica della vanitas.

«[…] a che scopo questo? A che scopo quest’altro?»; è il subdolo quesito che tormenta Baudelaire, e che costituisce la «natura profonda» dello spleen, malessere esistenziale che racchiude in sé gran parte della portata rivoluzionaria del poeta francese e dei suoi fondamentali Fiori del Male.

NOTE

[1] Erich Auerbach, Les Fleurs du Mal di Baudelaire e il sublime, in Erich Auerbach, Da Montaigne a Proust: ricerche sulla storia della cultura francese, Garzanti, Milano 1973, pp. 192-221.

[2] Mi riferisco ovviamente al poemetto in prosa L’aureola perduta, di cui riporto il testo:

«Come! voi qui, mio caro? Voi in questo brutto posto? Voi, il bevitore di quintessenze! Voi, il mangiatore di ambrosia! C’è invero di che restare sorpresi.
– Mio caro, sapete bene quanto mi terrorizzino le carrozze e i cavalli. Poco fa, mentre attraversavo il viale in tutta fretta saltellando in mezzo al fango, in quel caos in movimento dove la morte arriva al galoppo da tutte le parti nello stesso tempo, per un gesto brusco l’aureola mi è scivolata dalla testa nel fango della strada. Non ho avuto il coraggio di raccattarla. Giudicai meno sgradevole perdere le mie insegne che farmi rompere le ossa. E poi, mi dissi, la disgrazia serve sempre a qualcosa. Ora posso andarmene in giro in incognito, compiere azioni basse, darmi ai bagordi come i comuni mortali. Ed eccomi in tutto simile a voi, come vedete!
– Dovreste almeno pubblicare un annuncio della perdita dell’aureola, o fare denuncia al commissario.
– Proprio no! Mi trovo bene, qui. Solo voi mi avete riconosciuto. D’altronde la dignità mi disturba. E poi penso che qualche cattivo poeta la raccatterà e se la metterà in testa spudoratamente. Che piacere far felice qualcuno! Soprattutto qualcuno la cui felicità mi farà ridere! Pensare a X, o a Z! Ah, sarà davvero divertente!».

Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, trad. it. di Alfonso Berardinelli, Garzanti, Milano 1999, p. 195.

[3] Erich Auerbach, Les Fleurs du Mal di Baudelaire e il sublime, op. cit.

[4] Hans Robert Jauss, Il testo poetico nel mutamento d’orizzonte della lettura (la poesia di Baudelaire «Spleen II»), in Hans Robert Jauss, Estetica e interpretazione letteraria, Marietti, Genova 1990, pp. 157-207.

[5] Nella prima edizione dei Fiori del Male (1857), i quattro Spleen erano collocati dalla LIX alla LXII posizione, mentre nella seconda (1861) dalla LXXV alla LXXVIII.

[6] Per un approfondimento sul tedio pessoano si veda l’articolo Soares-Pessoa, fenomenologia del tedio.

[7] Di seguito, il quarto Spleen.

Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda a lunga noia
e abbracciando il cerchio di tutto l’orizzonte
ci versa una luce nera più triste delle notti;

quando la terra si muta in umida spelonca
dove la Speranza, come un pipistrello
va battendo i muri con la sua timida ala
e picchia la testa su fradici soffitti;

quando la pioggia distendendo immense strisce
imita le sbarre d’una vasta prigione
e un muto popolo di ragni infami
in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti,

campane a un tratto scattano con furia
e lanciano verso il cielo un urlo orrendo
come spiriti erranti e senza patria
che si mettano a gemere ostinati.

– E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,
sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza,
vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo.

Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, trad. it. di Claudio Rendina, Newton Compton editori, Roma 2016, pp. 195-197.

[8] Erich Auerbach, Les Fleurs du Mal di Baudelaire e il sublime, op. cit.

[9] Charles Baudelaire, Lettere alla madre, a cura di Cosimo Ortesta, con uno scritto di Giovanni Raboni, SE, Milano 1985, pp. 68-69.

[10] Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, op. cit., pp. 193-195.

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