In occasione dell’uscita del libro “Coloreria Schamash”, fotografia segreta della Parigi di inizio Novecento scattata attraverso i vetri di una bottega, abbiamo pensato di recensire una speciale versione de “I Fondamentali” dedicata agli storici Bistrot, ristoranti e alle locande parigine.
Dopo quella dedicata alle pagine più incredibili redatte tra le strade della ville lumière e quella dedicata ai Café artistici parigini, oggi entreremo nei bistrot e più in generale in quelle locande che hanno riscaldato gli inverni rigidi da Montmarte a Montparnasse, con balli, pasti o sparatorie. In ordine sparso.

Prima di passare ai nostri fondamentali vorremmo introdurvi all’ambiente con le parole di Francis Carco, che ci condurrà nello scenario della Butte, descrivendoci lo scenario che ci si presentava davanti in maniera cruda dagli esterni fino al tavolo dell’osteria, senza filtri di genere: “la butte con le sue catapecchie nella sterpaglia, i padiglioni, gli studi fatti di assi, i giardini e i terreni abbandonati che di notte si popolavano di sgualdrinelle sentimentali e temibili malviventi. Però quelle strade cinte dai muri offrivano prospettive uniche per un pittore. Al di sopra di quegli stessi muri emergevano da un groviglio di alberi morti costruzioni dall’intonaco umido e crepato, costellato di lucertole, tetti di paglia e zinco e comignoli. Ammassati a strati contro il cielo su cui si appoggiavano, nere degli anni, le sagome barocche dei tre mulini, e più di tutti il mulin de la galette con le nude pale in croce. Da qualunque punto si guardasse verso la sommità della collina si scorgevano quelle tre carcasse di legno e più su la torre quadrata circondata da impalcature e la cupola del Sacré-Coeur, che dominava Parigi dall’alto nel suo bianco livido, e che vegliava su vagabondi, pittori e bambini smarriti. Su quel pendio assieme agli alberi da frutto e alle vigne si nascondevano scapestrati di ogni genere, che vi abitavano in totale impunità e si aggiravano per i vicoli in cerca di divertimento. Finivano sempre per fraternizzare sotto la lampada a petrolio di qualche osteria sudicia o in fondo alla fumosa sala da ballo di qualche locale”

 

Chez Rosalie

Chez Rosalie fu uno dei più frequentati Bistrot di Montparnasse, non solo da pittori e scrittori, ma soprattutto da muratori e manovali che lavoravano nei cantieri della zona.
Dietro il nome francese si nasconde però una donnona ciociara, la signora Rosalia Tobia, nata e cresciuta in provincia di Frosinone per poi spostarsi a Parigi in cerca di fortuna.
Al termine della sua esperienza come modella per limiti anagrafici, decise di aprire un’osteria, un bistrot per tutti. Trovò il locale adatto in Rue Campagne Première n.3 a Montparnasse, dove tra i piani in marmo e le gambe in ghisa dei pochi tavoli diviene presto cliente affezionato Amedeo Modigliani, che tratta Rosalie come una mamma.
Le regala disegni in cambio di un piatto, schizzi che lei appende in bagno e che spesso vengono utilizzati come carta igienica non comprendendone il valore.
Persino Utrillo, che non abbandonava quasi mai il quartiere che viveva, Montmartre, attraversava la Senna solo per sedersi ai tavoli da Rosalie.
Dopo aver attraversato una generazione di artisti in concomitanza con la crisi del 1929 chiude il suo ristorante per trasferirsi nel sud della Francia a passare la pensione.
Questa donna è un simbolo di quella Parigi ed è l’emblema di quanto fosse diversa da quella che noi immaginiamo e crediamo oggi: basti pensare che le campagne di Montmartre erano un luogo che a Rosalie ricordava le sue terre.

 

A la Belle Gabrielle

Nel 1916 Zborowski iniziò a trattare le opere di Utrillo contemporaneamente a quelle di Modigliani.
Un anno dopo, quando Utrilllo era appena uscito dal centro
di cura, Paul Guillaume raggiunse la Belle Gabrielle in macchina, entrò nell’osteria sotto casa di Utrillo e comprò tutte le tele che tappezzavano il locale di cui era incallito frequentatore.
Nel frattempo il pittore, poco distante, giocava nella sua camera con un trenino che gli aveva regalato sua madre.
Questa breve introduzione racchiude già l’anima del luogo ed il nome che la rese famosa: Maurice Utrillo, innamorato della ristoratrice per altro.
Tanti i dipinti del luogo, qualche foto, poche, e tra le varie curiosità vi è un menù di Natale dipinto da Utrillo stesso per il bistrot che ha dispensato vino a fiumi a Montmartre.

 

Au Lapin Agile

Il Lapin Agile è uno dei locali più famosi di Montmartre. Aperto fin dal 1860 con il nome di “Au rendez-vous des voleurs”, successivamente ribattezzato “Cabaret des Assassins” per via delle scorribande avvenute all’interno e delle cattive frequentazioni, divenne il “Lapin Agile” solo nel 1875 circa, quando il caricaturista Andre Gill disegnò sulla facciata del locale un coniglio che scappava da una padella. Dapprima divenne “Au Lapin à Gill”, per poi acquisire l’immortale nome che ancora oggi conserva. Il locale vide nel periodo a cavallo dei due secoli i giorni più floridi della propria attività, con frequentazioni del calibro di Modigliani, Picasso, Utrillo, Apollinaire, Toulouse-Lautrec e molti altri.

 

Moulin de la Galette

Il Moulin de la Galette è arroccato sulla ripida e acciottolata rue Lepic, nel cuore di Montmartre. In cima alla collina nel XIX secolo, quando la Belle Époque impazzava, la vita stava cambiando velocemente e i numerosi mulini a vento presenti a Parigi venivano convertiti in piste da ballo e luoghi di incontro. E così si passò dal latte, che solitamente veniva servito insieme ad un pezzo di pane prodotto nel mulino stesso, al vino. Questo ovviamente comportò dei cambiamenti sostanziali nella clientela e con essa nelle abitudini del luogo.Dal 1830, anno in cui vennero realizzate le sostanziali modifiche al mulino, il successo arrivò inesorabile. Al bar fu aggiunta una pista da ballo esterna, voluta fortemente dal proprietario, Charles Debray, che incrementò notevolmente il flusso di gente che veniva a Montmartre. Ben presto il quartiere divenne ritrovo di artisti, attratti dalla vita semplice e spensierata della campagna, che ancora regnava lì nelle vicinanze. In prossimità del mulino vi era anche il Moulin Radet, una seconda struttura che mantenne però la sua destinazione d’uso fino al secolo scorso.Contrariamente a quanto si possa pensare, il più famoso Moulin Rouge aprì molti anni dopo il Moulin de la Galette, solo nel 1889 sulla scia del successo di quest’ultimo. La grande fortuna del locale di Montmartre fu quella di riuscire ad attirare personaggi di caratura artistica eccezionale come Renoir, Toulouse-Lautrec, Van Gogh (che tra l’altro abitò anche nella stessa Rue Lepic per un periodo), Pissarro, Picasso, Utrillo e molti altri. La vista mozzafiato di Parigi attraversata dalla Senna, la natura e le numerose vigne circostanti furono dei buoni motivi all’epoca per spostarsi fuori città, sulla collina di Montmartre.Cosa ne è rimasto oggi di quel sogno delirante riflesso sui ciottoli delle stradine di Montmartre? Poco o niente, apparentemente. Infatti il Moulin de la Galette non esiste più, o meglio esiste ed è anche stato ristrutturato recentemente, ma ora non è più un locale e dunque non è visitabile. In compenso esiste un ristorante sulla stessa via, chiamato Moulin de la Galette, ma in realtà corrisponde al Moulin Radet ed è quindi il frutto di una mossa commerciale infelice, che attira flotte di turisti nello zoo di Montmartre.

 

Il libro “Coloreria Schamash” è disponibile su:

Comments

comments