In occasione dell’uscita del libro “Coloreria Schamash”, fotografia segreta della Parigi di inizio Novecento scattata attraverso i vetri di una bottega, abbiamo pensato di recensire una speciale versione de “I Fondamentali” dedicata agli storici Café parigini.
Dopo quella dedicata alle pagine più incredibili redatte tra le strade della ville lumière, “I libri che ci hanno raccontato il mito di Parigi”, oggi entreremo nei bar e nei Café letterari cercando di recuperarne l’immagine originale, ovvero non quella attuale del ristorante stellato, bensì quella sporca e sudicia all’inizio della loro attività, quando il carrefour Vavin era un pisciatoio per beoni, un incrocio di postriboli dove gli artisti stazionavano perché non potevano permettersi di meglio. Spesso, sempre in quegli stessi bar, trascorrevano le rigide giornate invernali per non morire congelati oppure si lavavano nei bagni che mettevano a disposizione poiché la maggior parte delle abitazioni nelle quali vivevano non erano fornite di acqua.
A forza di passare giornate intere ai bar, alla fine gli artisti hanno cominciato a dipingerli, a raccontarli, a viverli. Con il successo tardivo di questi ultimi (i pittori), da vecchi o defunti, i Café sono sopravvissuti alla vita stessa dei poveri artisti derelitti. Oggi, rifatti come una prostituta californiana, vivono la loro seconda vita in plastica, puzzolenti di naftalina, segno evidente che l’ibernazione non potrà mai funzionare, neanche sui locali.

 

Café du Dôme


Il Dôme è uno dei caffè più noti di Montparnasse oltre ad essere uno dei primi ad aver aperto il bancone imbandendolo di liquori e vini provenienti dalle vigne limitrofe. Tra tutti i locali della zona rimase sempre il più internazionale, tanto di divenire uno dei più noti punti d’incontro per gli artisti d’oltreoceano. Hemingway lo cita nel suo “Festa mobile” descrivendo un’uscita al bar con Pascin, ma anche Henry Miller, il britannico esoterista Aleister Crowley e il parigino Sartre non mancano di menzionarlo in molte loro opere. Da locale “popolare” si è tramutato negli anni in ristorante stellato, molto più caro e inaccessibile rispetto ai fasti del passato.

 

Closerie des Lilas

Fotografia del caffé La Closerie des Lilas, 1909 circa

La Closerie des Lilas è un Café aperto nel 1847 in boulevard Montparnasse al numero 171: da allora il locale ha visto crescere il mondo tutto intorno rimanendo nascosto e protetto da una cinta di Lillà in fiore. Dall’apertura diverse generazioni di artisti hanno attraversato la Senna per arrivare in quello che è stato una sala da ballo, poi un bar ed oggi è un ristorante di lusso. Qui grandi uomini hanno preso almeno un bicchiere di vino sui tavolini all’ombra degli alberi: prima Émile Zola, Cézanne, Théophile Gautier, Charles Baudelaire, poi a cavallo dei due secoli arrivarono Paul Verlaine, Lenin, Paul Fort, Guillaume Apollinaire e Alfred Jarry e i loro “Martedì de la Closerie”. In seguito si aggiunsero tra i tanti Amedeo Modigliani e Gino Severini (che si videro per l’ultima volta proprio qui tra i tavolini di questo locale), André Breton, Kees Van Dongen, Pablo Picasso, Jean-Paul Sartre, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Man Ray, Ezra Pound, Henry Miller e ancora Ernest Hemingway, il quale scrisse in questo caffè “Fiesta”, e Francis Scott Fitzgerald, il quale mostrò qui ad Hemingway uno dei primi manoscritti del suo unico capolavoro “Il grande Gatsby”.

 

La Rotonde

Fotografia scattata da Jean Cocteau fuori dal locale La Rotonde.

La Rotonde è un locale aperto dal 1903 al 105 di boulevard du Montparnasse, prelevato solo nel 1911 da Victor Libion, proprietario storico che portò al successo l’attività. Libion sopportava tutto agli artisti, i quali, grati per la pazienza, rubavano stoviglie, tovaglie, pane, cestini, tutto quello che potevano, rendendogli in cambio dei quadri, delle tele destinate a diventare tappezzeria del locale. Tanti passarono di qui e rimasero impressi nei racconti o nelle tele che hanno narrato la vita di questo storico locale, aperto ancora oggi. Leggendaria rimane una giornata d’agosto del 1916 quando Pablo Picasso, Amedeo Modigliani, Max Jacob, Manuel Ortiz de Zarate, Moïse Kisling, Jean Cocteau, André Salmon, Marie Vassilief e Henri-Pierre Roché vennero immortalati in una sequenza di venti foto scattate per lo più da Cocteau ed ambientate proprio alla Rotonde.

 

Café Procope

Disegno ritraente l’interno del Café Procope nel 1900 circa

Il Café Le Procope è il primo caffè di Parigi e ad oggi è ancora tra i suoi bistrot più noti nonostante le innumerevoli mutazioni subite dal locale.
Fondato nel 1680, fu rilevato nel 1686 dall’italiano Francesco Procopio dei Coltelli, emigrato a Parigi nella seconda metà del Seicento da Acitrezza, paese sul mare vicino Catania.
Dall’imprenditore siciliano deriva il nome “francesizzato” in Café Procope.
Negli anni a venire divenne presto frequentato dai più illustri letterati, francesi e non, che accorrevano numerosi ad assaggiare il sorbetto e le granite, di cui Luigi XIV aveva concesso esclusività di vendita in città.
Nel ‘700 si trasferì al 13 di rue de l’Ancienne Comédie, in una location più grande che tuttora ospita il bar.
Fu di gran moda nel Settecento e nell’Ottocento: fu frequentato, tra gli altri, da La Fontaine, Voltaire, Napoleone, Honoré de Balzac, Victor Hugo, George Sand, Paul Verlaine e Anatole France, come ricorda una epigrafe sulla porta, ma anche da Robespierre, Danton e Jean-Paul Marat. Nel XVIII secolo Voltaire e Rousseau erano degli habitué. La leggenda vuole che Diderot vi scrivesse alcuni articoli della celebre Encyclopédie.

 

Il libro “Coloreria Schamash” è disponibile su:

 

 

In copertinaDettaglio del disegno di Tsuguharu Foujita, A la Rotonde.

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