In un piccolo sondaggio, qui nel nostro caro sito, si era paventato il sogno di conoscere i grandi personaggi della letteratura davanti a un camino, al caldo insomma. La scelta era caduta anche sulla bevanda preferita da bere in compagnia oltre che sull’autore, e lì sono stati sciorinati i più disparati tipi di alcolici in commercio, di ogni epoca e continente. Dimostrando come il nostro pubblico preferisca l’ebbrezza all’analcolico (evidentemente avete capito le nostre inclinazioni). Quindi mi sembra obbligatorio raccontare ed elencare i libri che mi è capitato di leggere dove ho sentito trasudare più alcool dalle pagine fitte di lettere. Sono libri che a mio modestissimo parere debbono stare nello scaffale di ogni lettore, non sono solo curiosità legate al bere, altrimenti non ce ne faremmo nulla, sono soprattutto capolavori della letturatura. Non sempre questi libri parlano di ubriaconi e sbronze, quasi mai sono i migliori libri dei rispettivi autori, ma sempre ho sentito mentre lì leggevo il sapore del vino, e l’odore di distillati. Se manca il vostro libro preferito non fatene una questione personale, sarà l’occasione per consigliarmi un libro che non ho letto. Ecco alcuni scrittori che conoscono la fatica della “mattina dopo”, quando la bocca è impastata e il ricordo confuso.

La cripta dei cappuccini – Joseph Roth
Roth era un polacco, un austriaco, anche un parigino, magari scappato da una patria mista, che era terra di confine. La lanuginosa idea di un impero mai addensato, grumoso.
Era diventato il narratore di una realtà che praticamente non gli apparteneva, l’impero austriaco che si sfaldava piano nel corso degli anni, come il suo Hotel Foyot dove aveva abitato tantissimi anni, in una catapecchia. Quel genio che abitava gli ospizi e la povertà assoluta, che prima di morire cercava ancora la penna, come ancora per una realtà che aveva visto bene, più che altro da ubriaco.
Benissimo!  Ha scritto anche Die Legende vom heiligen Trinker ovvero La leggenda del santo bevitore, ma non è quel racconto che rappresenta in pieno il rapporto tra Roth e l’alcool. Una persecuzione su se stesso, una devozione drammatica. Il libro che scardina la mente del lettore è proprio La cripta dei cappuccini, che è la continuazione viva de La marcia di Radetzky, rappresenta il drammatico disfarsi di uno scrittore, di pari passo con il disgregamento di una nazione. Il protagonista Francesco Ferdinando Trotta è il grigio testimone di questo dolcissimo spegnersi, decadenza e romanticismo che è il risvolto più straziante dell’ebbrezza.

John Barleycorn. Memorie alcoliche – Jack London
Che cos’è Jack London? Odore di grasso di maiale nella padella, il fuoco che consuma troppa legna, il freddo monumentale di una terra che è tutto un confine. Che cos’è Jack London? I cani, le slitte e l’alaska. Un cane che diventa lupo e un lupo che diventa cane.
Va bene, tutto questo è sacrosanto, verissimo. Ma Jack London, che si è ammazzato a forza di alcool e antidolorifici, ha scritto Martin Eden, Martin Eden cazzo! Ha scritto dei libri formidabili come Il vagabondo delle stelle, questo bellissimo viaggio allucinato inspirato da chissà quali bevute, possiede delle pagine memorabili, in particolare le righe lancinanti ed evocative che descrivono in maniera perentoria l’agonia vissuta nella camicia di forza.
Giusto! Ho indicato come libro Le memorie di un bevitore, questa autobiografia alcolica che London ci ha regalato, e che ho trovato in un banco a piazzale Flaminio sotto un orribile libro di Bruno Vespa,  ci racconta come per tutta la giovinezza si sia forzato a bere… che l’alcool non gli piaceva….  Va bene! tutto molto interessante!!  Ma Jack London ha scritto Martin Eden!!! Un capolavoro! Scusate, ma qual’è la cosa migliore uscita dagli Stati Uniti  nel 900? Forse Sabin che ha debellato la poliomielite da Cincinnati (magari anche Furore di Steinbeck), ma subito dopo c’è London.

Festa mobile – Ernest Hemingway
Abbiamo qui un personaggio che è sempre stato soggetto al fascino del malto, del luppolo, delle fermentazioni e degli alambicchi in genere. Un uomo di un vigore traboccante, di una fisicità psichica mitologica, e l’atteggiamento che aveva con le bevute e con gli alcolici vanno dietro di conseguenza. Cuba, Chicago, Toronto o Parigi, tutte le quinte teatrali che l’hanno circondato lo hanno anche visto ficcarsi con prepotenza nel mondo dei bar e della vita notturna, insomma conosciamo tutti le sue gesta leggendarie a Cuba: “My Mojito in la Bodeguita and my Daiquiri in El Floridita”.
Fiesta mobile, in questo libretto postumo e incompiuto Hemingway racconta i suoi anni in esilio artistico a Parigi, dove vive a contatto con esseri umani incredibili. Non solo F. Scott Fitzgerald, Ford Madox Ford e Gertrude Stein, ma artisti come Picasso e Pound, oppure personaggi incredibili come BelmonteAleister Crowley. Tutti conoscono il contenuto di queste pagine, ma non voglio che vi sfugga il vero protagonista del libro: l’alcool. Quanto vino bianco frizzantino! Ogni pagina, ogni capitolo sono pieni di vino, bianco di solito, e di pessima qualità suppongo. Un liquido che riempie il lettore di sete, vera sete, e che racconta di questo rapporto così vigoroso e divertito con l’alcolismo che infine ha terminato anche Hemingway.

 I vagabondi del Dharma – Jack Kerouac
Per me il miglior libro di Kerouac rimane sicuramente quel compendio di jazz nero scritto su carta che risponde al titolo de I sotterranei. Ma la libertà mentale di non trasgredire mai alla propria idea di raccontare l’esistito gli permette finalmente di innervare I vagabondi del dharma di uno spessore spirituale e culturale mai messo in gioco. A forza di iniettare realtà Kerouac riesce a rappresentare in qualche modo anche la trascendenza. Quello che ne esce è un libro meraviglioso, pieno di mistica e trascendentalismo americano vecchio stampo. Qui l’alter ego Ray Smith racconta con maggiore mordente di un Sulla strada (per me mal riuscito) la gioiosa ricerca di se stessi attraverso un medium liquido, l’alcool (e le droghe) che espande orizzontalmente la percezione del mondo, e attraverso il cammino in montagna immerso nella natura più coinvolgente che è vettore verticale per eccellenza. Decisamente più potente e catartico delle lunghissime distese di On the road. Kerouac è finalmente quel profondo “bonzo dionisiaco” che si era sempre riproposto di essere, ebbro e lucidissimo, prototipo metropolitano dell’alpinista-asceta Sufi. La sbronza qui è un’amica innocua, chiave per le segrete del proprio io, e via maestra di una ricerca personale.
Scusate lo sproloquio ma il libro mi lasciato piuttosto scosso.

Ok si, mancano un sacco di autori, manca Bukowski, ma io Bukowski non lo amo, si va bene ho letto Compagni di sbronze e Pulp, e anche Post Office mi pare, ma in tutta sincerità non mi interess. Manca certamente Pessoa, alcolista formidabile, ma parliamoci chiaro, Fernando António Nogueira Pessoa con quel talento monumentale avrebbe scritto ciò che ha scritto con o senza alcool, in senso sia negativo che positivo. Certo anche i poeti maledetti!
Io ho parlato di libri che dovreste avere, e questi sono quelli che vi consiglio io.

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