“Che cazzo so sti’ romanzi di formazione?  Mah, non ciò capito una sega!”
Bisogna ammettere che il tipo del romanzo di formazione rimane una delle categorie più difficilmente inquadrabili, dai confini più indefiniti, lacunosi. Per la nomenclatura, ad indirizzo generico, il romanzo di formazione è una tipologia letteraria che segue le vicissitudini di un protagonista attraverso la sua maturazione e il raggiungimento dell’età adulta, narrandone le sensazioni, le emozioni e le difficoltà. Con la spiccata volontà di mettere a fuoco la natura catartica ed educativa delle “esperienze” sensibili. Nella narrazione delle vicissitudini del protagonista, risiede insito un esempio o un monito, che l’autore in maniera consapevole o meno, inserisce tra la righe, e che il lettore non può fare a meno di immagazzinare.
L’assioma che accomuna il romanzo di formazione alla formazione personale del lettore mi lascia discretamente perplesso, spesso i libri che mi sono rimasti addosso avevano tutto fuorché la volontà di formare il lettore.
Alcuni di questi romanzi lasciano però un legame forte con il protagonista di turno, ed così che ci si trova affezionati a bellissime vicende umane, dove  in qualche maniera ci si costringe a specchiarsi.


–  I turbamenti del giovane TorlessDie Verwirrungen des Zöglings Törleß, Robert Musil, 1906.
In questi articoli faccio una grossa collezione di superlativi, ma raccontare qualcosa che riguarda Robert Musil ti strappa dalla bocca una sfilza elogi bella cicciona. Uno scrittore monumentale che ha compresso in un libro breve una quantità possente di argomenti universali, ma anche corrosivi e urticanti. La parabola mistilinea del giovane Torless si dipana nel collegio militare, dove diversi personaggi assumono, come in un teatro, delle personalità e dei ruoli che piano si rendono evidenti. Il sadico e militaresco Reiting, Beineberg maschera strampalata del nichilista attivo, il magnifico Principe H. ancora di salvezza per Torless, ed infine Basini prototipo della viltà, mentitore e ladro, masochista. La difficile consapevolezza della sua omosessualità lo porterà a provare un pressante senso d’inferiorità difronte ai propri compagni.
Questi infatti lo incateneranno ad un ricatto,  sottoponendolo a sevizie terribili, crudeltà varie che partiranno dalle angherie psicologiche fino agli abusi sessuali. Basini subirà questi maltrattamenti quasi assuefacendosi, arrivando quasi a goderne, solo Torless lacerato dalle sue dicotomie psicologiche porrà fine a questa situazione. La parola Turbamenti è la chiave di volta dell’intero libro, e il personaggio di Torless diviene la tela dove osservare le reazione di un giovane essere umano difronte a quegli impulsi violenti.


–  Martin Eden, Jack London, 1909.
Ho rotto le palle prima a tutti i miei conoscenti, e poi a mezzo mondo online per sto’ Martin Eden. L’ho consigliato a destra e a manca, tutto il tempo a spiegare quanto fenomenale fosse questo libro. Voglio però ripetere ancora una volta quanto Martin Eden rappresenti per me, e detto papale papale,”che razza di bomba” abbia sparato Jack London nei primi anni del novecento.
Il racconto segue le stringhe del protagonista Martin Eden, marinaio illetterato, ragazzo di vita dall’esistenza difficile, che inizierà un processo di mutamento lunghissimo e violento, la miccia verrà accesa dall’amore per Ruth Morse, appartenente ad una famiglia molto ricca e completamente estranea al suo mondo. Ruth sarà l’innesco per il mutamento di Martin che deciderà  di diventare uno scrittore, in una successione serrata di eventi che lo porteranno alla distruzione. Scritto meravigliosamente, incredibilmente ottocentesco per certi versi e moderno invece per cento anni ancora. Dentro le pagine tese è sfuggita troppo spesso l’invettiva di London contro l’individualismo, contro quel nichilismo selvatico che Martin Eden rappresenta, e l’esaltazione di un socialismo veritiero, in cui  Jack London si riconosceva.
In ultimo non posso dimenticare le ventidue parole finali del libro: “Fu tutto quello che riuscì a capire: era sprofondato nell’oscurità. E nell’istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.” Che sono una pietra tombale per chiunque abbia la velleità di mettere in fila sulla carta due parole di senso compiuto.

– Doktor Faustus, Thomas Mann, 1947.
Buddenbrooks. Verfall einer Familie, Sua Altezza Reale, la tetralogia di Giuseppe e suoi fratelli, Doktor Faustus, La morte a Venezia, Tonio Kroger, anche alcuni racconti giovanili di cui non ricordo il nome, ogni cosa, ogni scritto, ogni riga abbia mai letto di Thomas Mann mi ha lasciato sempre atterrito, sconvolto per la maturità, la qualità, la sicurezza della prosa. Un essere disumano, che a ventisei anni pubblicò quel capolavoro che risponde al nome di Buddenbrook (nel 1901) con una completezza ed una qualità che non subirà picchi o flessioni nel corso del tempo. Era già pronto, completo. Perfetto a vent’anni, come Esenin oppure Michelangelo Buonarroti che a ventidue anni realizzò la Pietà, conservata oggi nella basilica di San Pietro. Così tanto per gradire. Mentre la sera noi andiamo a bere una carrettata di birra lui scolpiva quella meraviglia pallida. Che dobbiamo fare? Accontentiamoci, oppure raddoppiamo la quantità di birra e non ci pensiamo
“Avemo capito!”
Scusatemi, parlavo del Doctor Faustus! Ultimo grande rappresentante della storia a puntate del mito medievale del Faust, dritto da Marlowe e Goethe fino allo scrittoio di Mann. Lo spirito fine, raziocinante di Serenus Zeitblom narra le azioni del grandioso Adrian Leverkühn, dionisiaco divoratore di passioni, compositore bramoso di un successo che crede fermamente di meritare. Ed è così che decide di prendere parte al più classico dei patti “Faustiani”, progetta di contrarre la neuro-sifilide recandosi in un bordello accompagnato dallo Zoppo di Lipsia, ennesima incarnazione mefistofelica. La follia portata dalla malattia (un enorme, sfrontato, diretto riferimento a Nietzsche) condurrà Adrian Leverkühn alle vette della pazzia, ma spalancherà “le porte delle percezione” della propria mente, fino ad elevarlo a genio assoluto. Le traversie che passerà fino ad arrivare alla morte racconta di una costruzione narrativa di qualità assoluta, che al contrario dei suoi predecessori colloca il Diavolo (Mefistofele) solo come produzione diretta della mente di Adrian. Inoltre raccoglierà nella parole dell’amico Zeitblom il reale filo del suo tempo, narrando così la disfatta della Germania del Terzo Reich in una trasposizione limpida della follia umana.

 

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