«La vita è una tavola imbandita a cui fin dalla nascita mi fu proibito di stendere le mani».

Filippo Rubè, in “Rubè” (1921), di Giuseppe Antonio Borgese.

Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952) fu, oltre che un eccezionale critico, un pregevole scrittore [1]. Il suo romanzo più celebre è senza dubbio Rubè (1921), testo fondamentale della narrativa primonovecentesca. L’opera infatti apre quel decennio, che sarà poi chiuso dalla pubblicazione de Gli indifferenti (1929) di Moravia, decisivo della letteratura italiana, in cui, per la prima volta gli autori, tra i quali anche Svevo, Pirandello e Tozzi, affrontano il tema della crisi dell’individuo nella società moderna, una società oramai priva di valori duraturi e in balia della corruzione e dell’ipocrisia capitalistico-borghese.

Il romanzo di Borgese tratta delle vicende di Filippo Rubè, un giovane siciliano trasferitosi a Roma, neo-laureato in legge, convinto nazionalista e acceso interventista durante la Prima guerra mondiale. Quando l’Italia decide di partecipare al conflitto, egli parte immediatamente volontario per il fronte, ma proprio nel “bel” mezzo della battaglia, vede sgretolarsi come un fragile castello di sabbia tutte le sue fittizie sicurezze, venendo aggredito dallo spavento e dai dubbi più atroci. La morte e la brutalità gratuita, che ovunque lo circondano, devastano le sue certezze, tanto che, logorato, sconfortato e depresso, viene mandato in licenza.

La paura, causata in particolar modo dai boati delle granate che esplodono accanto a lui in enorme quantità, una quantità simile alla pioggia scagliata a terra dalle nubi nel corso di un temporale, porta all’estinzione, pressoché immediata, di quell’eroe, di quel superuomo che il protagonista fino a quel momento aveva creduto illusoriamente di essere. Il comportamento sfacciato, e apparentemente coraggioso, viene sostituito da una dolorosa consapevolezza delle proprie debolezze, delle proprie fragilità.

Nonostante tale ridimensionamento, Rubè torna al fronte, e questa volta viene addirittura ferito. Il rischio di perdere la vita lo porta a prendere definitivamente le distanze dal conflitto, e da quella parte di opinione pubblica favorevole alla guerra, di cui faceva parte fino a pochi mesi prima. Il disagio, naturale conseguenza della crisi che investe il suo io, si trasforma giorno dopo giorno in malattia psichica. I nervi si usurano, si sfilacciano come fossero vecchi fili di lana, ed egli è costretto ad attraversare un periodo di convalescenza tutt’altro che rigenerante. La frequentazione di luoghi distanti dal campo di battaglia – egli torna nella sua terra d’origine, la Sicilia – non fa altro che accentuare un disadattamento che lo allontana irreversibilmente dalla sua antica, e probabilmente più autentica, identità. L’inettitudine prende il posto dell’impeto. Filippo Rubè diviene così, dopo l’esperienza bellica, un inetto, figura topica della letteratura italiana ed europea del XX secolo [2].

Durante la guerra il protagonista aveva incontrato, in qualità di crocerossina, Eugenia, figlia del maggiore Berti. Travolto dall’incertezza, Rubè non si decise a sposarla. Quando poi si trova a Parigi fa la conoscenza di Celestina Lambert, consorte di un altro funzionario militare, donna mite e comprensiva che ascolta i turbamenti del giovane, rifiutandone tuttavia le amorose avances. Terminato il conflitto, il protagonista prova a reinserirsi nella vita di tutti i giorni, ma senza successo. Trova lavoro in un’industria, venendo però licenziato presto. Sposa Eugenia, non riuscendo però a instaurare con lei un rapporto sincero e di intesa. La notizia della gravidanza della moglie poi, lo scaraventa in una nuova e inquietante disperazione.

Si allontana dalla consorte, e casualmente incontra nuovamente Celestina. Questa volta diviene il suo amante. Durante una gita in mare, la donna perde però la vita. Rubè, innocente, viene ingiustamente accusato della morte della Signora Lambert. Le vicende giudiziarie almeno gli sorridono, e viene assolto, ma la disgrazia ha oramai lasciato il segno. Il protagonista viene divorato, spolpato dai sensi di colpa. La sua esistenza si aggrava di un ulteriore peso, il rimorso per non essere riuscito a salvare Celestina.

Convinto di poter trovare un poco di pace solamente accanto a Eugenia, decide di riavvicinarsi alla moglie, ma proprio mentre si dirige a un appuntamento con la donna, viene inghiottito da un corteo durante una manifestazione comunista. Nel mezzo della confusione, del caos, un cavalleggero delle forze dell’ordine lo investe inavvertitamente, uccidendolo.

Le ultime pagine del romanzo sanciscono il fallimento dell’esistenza di Rubè. Un fallimento clamorosamente totale, eccetto la parentesi della storia d’amore con Celestina, tuttavia bruscamente interrotta dalla morte di quest’ultima. Poco prima che Rubè perda la vita, Borgese descrive un protagonista lontanissimo dai giovanili slanci guerrafondai, un protagonista divenuto oramai meccanismo meccanico, senza più uno scopo, né una destinazione. Incerto sulla direzione da seguire, si getta persino all’inseguimento di quello che chiamerà il «Viaggiatore Sconosciuto». La sua fine poi, è paradossale, utilizzando un eufemismo. Rubè, intellettuale in tutto e per tutto borghese, trova la morte nel mezzo di una manifestazione operaia, e per di più comunista. Una morte causata inoltre da un esponente di quella classe militare cui egli aveva anelato per gran parte della sua esistenza.

Propongo il passo conclusivo del romanzo, in cui viene descritta la morte, come detto paradossale, del povero Filippo Rubè.

Stava addossato al muro che la folla trascorrendo lambiva. Siccome era ormai debolissimo, uno qualunque, strisciando accanto al muro in senso opposto al suo, lo staccò senza volere e lo buttò nel flutto umano. Allora non ebbe più che paura. Si sentiva i polpacci a brandelli, e sarebbe caduto se ci fosse stato spazio per cadere. Si tirò su il bavero della giacchetta, con quel caldo che faceva, per non far riconoscere che era borghese. Ma lo riconoscevano appunto per questo, e gli dicevano schernevolmente: «Grida viva Lenin». Lui diceva: «viva Lenin, viva la Russia!» con voce strozzata, per scampare la pelle. Ma a poco a poco ricuperava la voce. Ecco il ritratto di Lenin su un cartellone. «Faccia di cane!» pensava. «Ma almeno questo è un dio che si sa dove sta di casa, ed esiste davvero, e gli si può andare a domandare conto e ragione». E gridava: viva Lenin, con voce sempre più chiara. Gridava: viva il bolscevismo. «Sì», pensava, «il bolscevismo, la prigione universale, la caserma. Ma tutti avranno un posto in quella prigione. E saranno tutti uguali e senzanome». Uno gli mise in mano uno straccio rosso, e lui l’impugnò. Un altro gli disse: «Tie’, piglia questa che è più bella», e gli mise in mano uno straccio nero. Lui teneva nella mano sinistra la bandiera rossa e nella destra la nera. Andava a zig-zag, e voleva arrivare in testa al corteo per liberarsi. Altro scampo non c’era. A qualcuno che gli pareva più credulo diceva: lasciatemi passare, ché devo portare una comunicazione importante a quelli di testa. Siccome teneva due bandiere ed era roco dal tanto gridare viva Lenin, gli ammaccavano le costole ma lo spingevano avanti.
Udiva un grido: «Chiudete! Chiudete!» che non veniva dal corteo. Quando fu quasi giunto là dove voleva, udì un altro grido: Cavalleria! E questo veniva dal flutto umano. Pareva che la folla pronunciandolo schiumasse. Egli lo udì con un immenso tripudio. Veniva la cavalleria. Disperdeva la massa. Era libero.
Ma egli era già in testa al corteo. E gli bastò guardare di sbieco i visi di quelli che gli stavano accanto, contratti in uno sforzo inumano ed inutile d’arretrare, per capire che non c’era via di fuga. La strada finiva in una larga piazza, e tutta la fronte di questa era occupata dalla carica. Gli parevano le onde del Lago Maggiore in tempesta, gli parevano, i cavalleggeri grigioverdi con gli elmi crestati.
Fissando il breve spazio vuoto che già si colmava, ebbe ancora un pensiero, abbagliante come una scoperta:
«Eugenia era stamattina alla stazione. Ma era mia destino di seguire il Viaggiatore Sconosciuto». Poi gli restò tempo di vedere il primo cavaleggere che lo calpestò. Era giovanissimo, biondo, col viso quieto e clemente. Certo aveva gli occhi colore di cielo. [3]

Il primo dei due romanzi pubblicati da Borgese – l’altro, I vivi e i morti, uscirà due anni dopo, nel 1923 – è un’opera essenziale della letteratura italiana del primo Novecento. Filippo Rubè è il prototipo dell’uomo moderno che, appena a contatto con l’infausta realtà, perde se stesso, smarrisce il suo posto nel mondo, fino ad allora più immaginato che conosciuto. L’individuo inizia in questi anni a perdere la propria interiorità, assuefatto dalla morale borghese e dalle leggi capitalistiche. L’inettitudine diviene la caratteristica principale del soggetto-oggetto senza più identità, né dignità.

L’utilizzo del monologo interiore, piuttosto frequente nel romanzo, dimostra come negli anni Venti fosse presente ancora una coscienza, seppur limitata. Con l’avanzare degli anni e del progresso questa coscienza verrà sempre meno, fino quasi a svanire del tutto.

NOTE

[1] Per un approfondimento sulla figura dell’intellettuale siciliano si veda l’articolo Giuseppe Antonio Borgese – Alla (ri)scoperta di una personalità fondamentale della letteratura italiana.

[2] Per un approfondimento sul personaggio dell’inetto si veda la serie di articoli L’inetto – Figura centrale della letteratura europea del XX secolo – Parte IParte II Parte III.

[3] G. A. Borgese, Rubè, introduzione di L. De Maria, Mondadori, Milano 1974.

In copertina: Luigi Russolo, La rivolta, 1911.

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