Vitalogy – Pearl Jam (1994)
Per capire perchè Vitalogy è un disco fondamentale basterebbe stringerlo tra le mani, accarezzarne la ruvida copertina con la scritta in bassorilievo; però toccarlo e NON ascoltarlo sarebbe dissacrante, limitante anzi, imperdonabile. Nella carotide ingrossata di Vedder pulsava sangue di dolore per l’amico/nemico non dichiarato (Kurt Cobain) scomparso pochi mesi prima, così nel tributo incosciente lungo un disco, la voce graffiante si fa lamento mentre le urla ed i rantolii scompaiono dentro l’intro di Better Man, una raffinata ballata dedicata al “bastard who married my mom”, tornando prepotenti nel delirante ritornello di Not For You dove viene espresso tutto il disagio dell’essere una celebrità. L’unicità espressiva e la potenza vocale di Vedder raggiungono il proprio apice con Nothingman, struggente traccia posta a chiusura del quintetto d’apertura che da solo sarebbe capace di raccontarci 30 anni di rock.
Vitalogy non è un disco per tutti, è il disco di tutti; una pietra miliare del rock da ingoiare semintero masticandolo per 55 min risputandone soltanto i Bugs psichedelici di metà disco. Folgorante.

Siamese Dream – Smashing Pumpkins (1993)
Avrei potuto scegliere tra altri dieci dischi più conosciuti ed osannati che hanno venduto milioni di copie e contano frotte indisciplinate di fan, eppure Siamese Dream ha fatto la storia più di tutti perché ha contribuito a riscrivere il corso naturale del rock. Gli Smashing Pumpkins erano ancora in preda all’hangover post Gish quando hanno partorito un disco dilaniante, una mano gonfia di nervi che ti stringe la gola e non ti lascia parlare, se non alla fine di tutto, quando ti libera dalla morsa. Tutto inizia con un paio di rulli di tamburo (Cherub Rock) che introducono i riff cupi e tonanti che caratterizzeranno tutto il disco, poi una voce stridula, acida ed altezzosa sbuca da dietro il microfono, è Billy Corgan, il capo di tutto. Quest’ultimo è stato a lungo compagno di Courtney Love (ex moglie di Kurt Cobain, sempre lui) un’altra che meriterebbe centinaia di inchini quando canta e centinaia di schiaffi per tutto il resto della propria vita.
Siamese Dream è pungente come un cardo, lascia tracce indelebili al proprio passaggio, calpesta, distrugge e poi si prende cura di chi l’ascolta.

Protection – Massive Attack (1994)
Pomeriggi piovosi quelli di Bristol,  passati con le cuffie in testa mentre si torna a casa dentro l’autobus di linea, la testa appoggiata al vetro batte ritmica a 85 BPM, nel cervello risuonano i Massive Attack, quelli che l’hanno inventato il trip-hop. Protection è una benedizione, un passo nel sound del futuro dove musicisti veri sublimano l’elettronica ed il rap, il synthpop e R’n’B. La traccia che apre il viaggio da il nome al disco stesso e ti introduce in un mondo ovattato fatto di suoni e voci asessuate, brividi e pensieri; ogni singola nota racconta una storia intima, un percorso mentale, giovane e urbano. Il disco si chiude con una cover live di Light My Fire (The Doors) ma l’ultimo vero sussulto è Heat Miser, pochi suoni ripetuti, in sottofondo un respiratore e la vita della musica elettronica continua, anche se grazie ad una macchina.
Protection è un animale con cento costole, da queste sono nate decine di gruppi in poco più di vent’anni, un disco fondamentale per raccontare i suoni del nostro tempo.

Ok Computer – Radiohead (1997)
Questo disco ha spezzato in due la vita artistica dei Radiohead (e non solo), un baratro dal quale non si esce più, un vortice che ti trascina sempre più in basso, verso il fondo oblio di te stesso. Ok Computer t’inquina l’anima, la martorizza fino a farti sputare fuori la malinconia che hai dentro ma soprattutto fa una cosa speciale, una cosa unica che non riesce a nessun altro disco, ti insegna a convivere con essa. Allora via, libero sfogo a Paranoid Android, al suo turbolento riconoscimento del dolore per poi passare ai suoni sospesi nell’aria di Let down prima di arrivare al capolavoro assoluto, una canzone senza tempo che non ha bisogno di presentazioni, Karma Police. Quasi sul finire non possiamo non soffermare l’orecchio su No Surprises, melanconico soliloquio dell’animo tormentato di Thom Yorke.
Ok Computer ha il merito di far risuonare corde della tua anima che non vorresti mai sentir suonare, le sfuggi incapace di controllarle e di sopravvivere ad esse. Enigmatico.

Grace – Jeff Buckley (1994)
Originariamente questo posto era riservato a Nevermind dei Nirvana, poi mi sono chiesto se davvero questo rappresentasse un fondamentale del rock anni 90, con quello che sto per dire andrò incontro alle ingiurie della gente ma non mi importa, Nevermind per me non è stato un disco fondamentale degli anni 90. Gran disco senza dubbio, unico ed irripetibile, suono di un’intera generazione ma Jeff Buckley è stato altro, è stato un fuoco bruciato davvero troppo presto e con poche spiegazioni. Lui era la grazia, un’anima sensibile, preziosa, un talento cristallino e Grace è stato l’unico atto a dimostrazione di tutto questo. Il tutto si consuma in 51 min di forza espressiva, un muro sonoro che si infrange contro il cuore degli ascoltatori, la sublimazione della solitudine disturbante che devastava questo figlio d’arte. Un prodigio d’album che cresce in punta di piedi con i suoni che giungono da lontano di Mojo Pin e l’eleganza stilistica di Grace, quindi un triste e trascinante ultimo saluto (Last Goodbye), poi Lilac Wine e So Real prima di giungere difronte agli accordi misurati della cover più coinvolgente di tutti i tempi, Hallelujah.  Grace  ha consegnato alla storia il più grande talento vocale della storia dopo Freddie Mercury, un’anima sola che trovava sollievo raccontando la propria malinconia.

di Luigi Trincia

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