“Milano è un enorme conglomerato di eremiti”, disse Montale, ma in quel caso, in quell’inverno a cavallo tra il 1909 e 1910, alcuni eremiti decisero di  rompere la loro solitudine, infrangere quel silenzio assordante, alimentando un fermento che ribolliva da quando Filippo Tommaso Marinetti agli albori del 1909 aveva pubblicato il “Manifesto del Futurismo”. Irriverente e provocatore, dopo aver girato l’Europa trova un inatteso appoggio in un gruppo di pittori: l’11 febbraio 1910 nasce il “Manifesto dei pittori futuristi”, che uscirà in allegato con la rivista “Poesia”, fondata da Marinetti stesso. Qualche mese dopo verrà diffusa una versione definitiva, firmata da Luigi Russolo, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Gino Severini e Umberto Boccioni.

Sarà proprio quest’ultimo che forse rappresenterà al meglio il pittore “futurista”, abile a carpirne i movimenti interni e a sintetizzarli sulla tela, facendo da tramite tra Balla e il futuro. E’ in questo 1910 che Boccioni realizzerà le sue opere più ispirate e profonde, in cui è semplice e palese il passaggio stilistico dovuto alla naturale assimilazione degli ideali futuristi. Il movimento, i colori e le scelte dei soggetti sono caratterizzanti nell’opera di Boccioni, che realizzerà proprio in quell’anno propizio un trittico di importanza cruciale, “Gli stati d’animo”.

L’idea ha un epifania tipicamente futurista: la stazione ferroviaria è la protagonista dei nuovi cicli vitali, nessun trittico ideale o idealizzato, ma la sferragliante locomotiva moderna sarà l’artefice dei tre capitoli-punti di vista, che corrispondono a “Gli addii”, “Quelli che vanno” e “Quelli che restano”. Mentre negli ultimi due casi i protagonisti dell’opera sono i partenti e i restanti, nel primo caso, ovvero “Gli addii”, i protagonisti si uniscono e interagiscono in maniera spontanea.

A proposito del trittico degli stati d’animo va detto che Boccioni ne realizzò due diverse versioni, la prima ancora vicina nello stile al divisionismo e all’espressionismo: i corpi esuli sulla banchina danzano come fiammelle, la linea stessa diventa l’espressione di uno stato d’animo. Una seconda versione invece verrà elaborata dopo un breve viaggio a Parigi, sotto l’influenza di Braque e Picasso, questa volta con uno stile decisamente più cubista, nelle linee e nei colori.

Oggi le due diverse versione sono custodite una al Museo del Novecento di Milano (la I versione), mentre la seconda e più dichiaratamente futurista è esposta al Museum of Modern Art di New York. In merito alle due composizioni Boccioni darà spesso spiegazioni sui suoi scritti, ed è dunque ampio il materiale di indagine, così ampio da sembrarci riduttivo inserire entrambi i trittici in un solo articolo, minimizzando così l’importanza del cambiamento effettuato dall’artista e svalutando anche le sue opere.

Nei prossimi giorni la seconda e terza parte dell’articolo.

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