Spesso l’animo del poeta è lacerato da un feroce conflitto tra due forze diametralmente opposte. L’una, candida, anela alla vita, al divino, alla limpida e fresca ampiezza della volta celeste, al sublime. L’altra, oscura, tende alla morte, al demoniaco, all’umido e fetido sottosuolo, all’orrore.

Abbandonarsi alla prima forza significa abbracciare l’esistenza nella sua totalità, nella sua magnificenza, significa vivere una vita longeva e piena, accompagnati dal chiarore della serenità, della calma, rischiarati dalla pace e sfiorati dalla santità.

Cedere invece alla seconda forza significa sprofondare nell’oblio, divorati dall’angoscia, dal turbamento, dall’inquietudine, dall’insoddisfazione ed infine dalla rassegnazione. Significa quasi sempre morire presto, e spesso volontariamente.

Il poeta sente dentro di sé queste due forze, che si contendono il suo corpo, il suo cuore ed il suo talento. C’è chi riesce a compiere una scelta, in favore della forza candida ed angelica, e chi al contrario soccombe alla forza oscura, macabra e mostruosa perdendosi per sempre.

La letteratura tedesca ci offre due esempi illustri, che bene incarnano tale doloroso ed al tempo stesso splendido conflitto: Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) ed Heinrich von Kleist (1777-1811). Due poeti straordinari, eccezionali, che conobbero la lotta tra le due forze, la quale ebbe nei loro casi esiti ben diversi.

Goethe scrutò l’abisso, ma riuscì a distogliere lo sguardo e a non lasciarsi travolgere. Disse un appassionato sì alla vita, al divino, al sublime, riuscendo a vivere un’esistenza lunga, lunghissima ed impreziosita da riconoscimenti ed onorificenze. Egli sconfisse la forza oscura, la schiacciò, trionfò su di essa, se ne liberò uccidendo uno dei suoi personaggi letterari più celebri e più grandi, il giovane ed addolorato Werther. Goethe, privando della vita Werther, annientò la forza negativa e si tuffò in quella positiva, che lo accolse entusiasticamente a braccia aperte come un figliol prodigo.

«Tutto è quieto intorno a me, e la mia anima è tranquilla. Ti ringrazio, mio Dio, per la forza e il calore che tu dai ai miei ultimi istanti.
Vado alla finestra, mia cara, e vedo, attraverso le fuggenti nuvole, alcune stelle del cielo eterno. No, voi non cadrete! Iddio vi tiene nel suo cuore, e tiene anche me. Ho visto le prime stelle del carro, la più cara di tutte le costellazioni. Essa stava in alto, innanzi a me quando la notte uscivo dalla tua casa e varcavo il tuo cancello. Con quale ebbrezza io la guardavo! Quante volte levando il braccio in alto l’ho presa come simbolo della mia felicità presente, come sacra testimonianza della mia beatitudine… e ora… O Carlotta, tutto mi ricorda te; e non mi sei forse tutta intorno? E non ho io conservato avidamente, come un fanciullo, mille piccole cose che tu avevi toccato?
E la tua cara silhouette! Te la rendo, Carlotta, e ti prego di tenerla cara. Mille, mille volte l’ho baciata, mille volte l’ho salutata uscendo e tornando a casa.
Ho scritto un biglietto a tuo padre pregandolo di prendersi cura del mio corpo. Nel cimitero vi sono due tigli, in fondo all’angolo che è verso la campagna: lì voglio riposare. Lui può farlo e lo farà per il suo amico, pregalo anche tu. Non intendo costringere dei devoti cristiani e seppellire i loro corpi vicino a quello di un povero sventurato. Vorrei essere seppellito sulla strada, o nella valle solitaria in modo che il prete e il levita passando si facessero il segno della croce, il samaritano versasse una lacrima.
Ho finito, Carlotta. Non tremo nell’afferrare il gelido, orrendo calice dal quale sorbirò l’ebbrezza della morte. Sei tu che me lo offri, e io non esito: si adempiono tutti i desideri e la speranza della mia vita. Così busso, freddo e irrigidito, alla porta della morte.
Mi fosse stata concessa, almeno, la gioia di morire per te! Affronterei la morte con serena felicità se fossi certo di restituire la pace e la gioia alla tua vita. Ma a pochi eletti è concesso di donare il loro sangue per quelli che amano e di procacciare con sacrificio ai loro cari una vita nuova e feconda.
Voglio essere sepolto con questi stessi abiti, che tu hai toccato, consacrandoli: anche di questo ho pregato tuo padre. La mia anima aleggia sulla mia bara. Non desidero che alcuno guardi nelle mie tasche. Questo nastro rosa che ti ornava il seno quando ti vidi, per la prima volta, tra i tuoi piccoli… Oh, baciameli tanto, e narra loro la sorte del tuo povero amico. Cari! Essi mi sono intorno! Quel nastro che tu mi hai donato per il mio compleanno deve essere sepolto con me. Io stesso non potevo immaginare dove mi avrebbe condotto la strada che avevo intrapresa. Ti prego, sii calma!
Sono già cariche – battono le dodici il mio destino si compie! Carlotta, addio! Addio!».
Un vicino vide il lampo e udì il colpo; ma poiché, dopo, tutto rimase tranquillo, non vi badò oltre.
La mattina alle sei entrò il servitore col lume. Vide il suo padrone per terra, le pistole, il sangue. Lo chiamò, lo scosse: nessuna risposta, solo un rantolo. Corse dal medico, da Alberto. Carlotta udì suonare il campanello e un tremito le corse per tutte le membra. Svegliò il marito, si alzarono, e il servitore, balbettando e piangendo, diede loro la notizia. Carlotta cadde svenuta ai piedi di Alberto.
Quando il medico giunse presso l’infelice, lo trovò che non c’era più niente da fare; il polso batteva, le membra erano del tutto paralizzate. S’era sparato alla testa, sopra l’occhio destro, il cervello gli era saltato. Per precauzione gli fu praticato un salasso; il sangue uscì, respirava ancora.
Dal sangue che era sulla spalliera della seggiola, si poté arguire che si era colpito mentre sedeva alla scrivania; poi era caduto e si era rotolato convulsamente intorno alla seggiola. Giaceva supino presso la finestra, immobile; era completamente vestito, con gli stivali, la giacca e il panciotto giallo. La casa, il vicinato, la città erano in subbuglio. Giunse Alberto. Werther era stato trasportato sul letto, con la fronte fasciata; il viso era mortalmente pallido, non faceva alcun movimento. Il rantolo era orribile a udirsi, ora debole, ora più forte; si attendeva la fine.
Non aveva bevuto che un bicchiere di vino. Sulla sua scrivania stava aperto il dramma Emilia Galotti. La costernazione di Alberto, il dolore di Carlotta erano indicibili.
Il vecchio borgomastro accorse a briglia sciolta alla notizia, e baciò il morente versando lacrime cocenti. I suoi figli più grandi lo raggiunsero presto, si gettarono accanto al letto, esternando il loro acerbo dolore, gli baciarono le mani e la bocca e il maggiore, che era sempre stato il suo prediletto, non si staccò dalle sue labbra fino all’ultimo respiro, e bisognò strapparlo via con la forza. Werther morì verso mezzogiorno. La presenza del borgomastro e le misure da lui prese valsero ad arginare lo scandalo. Verso le undici di sera lo fece seppellire nel luogo da lui designato. Il vecchio seguì il feretro con i suoi figli; Alberto non ne ebbe la forza; si temeva per la vita di Carlotta. Alcuni artigiani lo trasportarono, e nessun prete lo accompagnò. [1]

La prova più evidente dell’appartenenza di Goethe alla schiera dei beati della prima forza, è la salvezza di Faust nell’omonima, immensa opera. L’accoglienza in Paradiso dello scienziato, il furto della sua preziosa e sconfinata anima da parte degli angeli a danno dei demoni, è una sublime manifestazione del destino aureo dell’autore.

SEPOLTURA

Lemure (solo).
Chi questa casa fatta ha sì male,
con vanga e con badile?

Lemuri (coro).
Ospite tetro, ravvolto in canapa,
per te non è già vile!

Lemure (solo).
Chi questa sala male arredava?
Desco, sedie son fuori?

Lemuri (coro).
Per poco tempo valeva il prestito!
Son tanti i creditori!

Mefistofele. Il corpo giace; ma se lo spirito se ne volesse sfuggire, subito gli mostrerei il patto scritto col sangue… Il male è che oggi, pur troppo, si hanno tanti mezzi per rubare le anime al diavolo! Con la strada vecchia, c’è caso di urtare; sulla nuova, non godiamo punto favore. In altri tempi me la sarei cavata da me; ora invece debbo procurarmi dei tirapiedi!

In tutti i casi per noi la va sempre male! Tradizione, consuetudine, diritto antico: non ci si può proprio più fidare su di nulla! In altri tempi, l’anima usciva con l’ultimo respiro, io le facevo la posta, e paff! te la serravo tra le mie grinfie, come se fosse stata il più svelto di tutti i topi. Ora ella esita e non vuol lasciare il luogo scuro e la casa nauseante dell’ignobile cadavere. Gli elementi che si odiano l’espungono alla fine e suo gran scorno. Ma se anche per giorni ed ore mi scervello, il quando, il come, il dove; ecco il problema sciagurato! La vecchia morte ha perso la sua forza pronta. Perfino il se è diventato da lungo tempo dubbio! Ho spesso sorvegliato avidamente le membra irrigidite. Non era che apparenza: ricominciavano a stirarsi e a muoversi daccapo!

Gesti di scongiuro a modo di fantastico capofila.

Ed ora a me, lesti! Raddoppiate i vostri passi: voi signori dal corno diritto e voi signori dal corno torto, diavoli di taglio e di grana antica! E portate con voi anche le fauci dell’inferno. Veramente l’inferno, di fauci, ne ha molte e molte; ed inghiottisce diversamente a seconda dei gradi e delle classi. Però in avvenire anche in codesto ultimo gioco, non si guarderà più tanto per il sottile!

Si spalancano a sinistra le orrende fauci infernali.

Disserrate le zanne: dalla volta d’abisso sgorgano in furore i torrenti di fuoco, e tra il bollore e il fumo crasso dello sfondo, vedo la città di fiamme nella sua brace eterna. La risacca roggia rigurgita fino ai denti; avanzano i dannati a forza di nuoto, sperando salvezza. Ma la iena gigantesca li dilania, e loro riprendono in tormento la via del fuoco. Negli angoli rimane ancora parecchio da scoprire: tanto di supremo orrore sta chiuso in luogo tanto angusto! Fate molto bene a spaventare i peccatori. Ma loro lo ritengono sogno, inganno e menzogna.

Ai diavoli grassi dalle corna dritte e corte:

Ed ora a voi, panciuti furfanti dalle guance di fuoco! Bruciate così bene, grassi come siete, di zolfo infernale! Voi dalle nuche corte, tozze come ceppi, che non si giran mai! Spiate qua sotto, se per caso c’è un qualche barbaglio come di fosforo. È l’animuccia. Psiche con le ali: spennatela, e non sarà più che un verme schifoso. Voglio prima sigillarla col mio marchio, e poi via con lei nella tempesta vorticosa del fuoco!

State attenti, voi otri, alle regioni basse: ecco il vostro dovere. Se proprio laggiù a lei piacesse abitare, proprio con precisione non si sa. Sta volentieri di casa nel bellico. Fate attenzione: vi può sgusciar fuori di là!

Ai diavoli magri dalle corna lunghe e torte:

E voi, ridicoli bellimbusti, capifila giganteschi, annaspate per l’aria, datevi senza sosta da fare, tendete le braccia, mettete fuori gli artigli aguzzi, che possiate ghermirla, la svolazzante fuggitiva! Certo si deve trovar male nella sua vecchia casa! E come genio, è naturale che voglia subito innalzarsi.

Gloria (dall’alto, a destra).

Schiera celeste.
Seguite, o messi,
figli celesti,
d’un volo placido!
Ai peccatori
perdono! Resti
vita alla polvere!
Su tutti gli esseri
influssi, amando,
il lento stormo
sparga aliando!

Mefistofele. Sento un vocio stonato e uno strimpellare disgustoso. Scende dall’altro insieme col malaugurato giorno. È l’acciabattio di gente mezzo maschietti e mezzo bimbe, come piace al gusto degli spiriti pii. Voi sapete bene come in ore di profonda empietà meditammo distruzione al genere umano. Ebbene, quel che di più vergognoso allora inventammo, è anche quel che maggiormente piace alla loro devozione!

Arrivano gli scimuniti, con le loro arie ipocrite! Così ci fanno la guerra con le nostre stesse armi. Son diavoli anche loro: soltanto, travestiti! Perder qui la partita, sarebbe per voi eterno scandalo. Lesti, alla tomba! E tenete fermo ai margini!

Coro degli Angeli (spargendo rose).

Rose abbaglianti
splendono balsami!
O in volo alianti,
che le segrete
vite infondete,
voi frondi alate,
voi bocci schiusi,
presto fior date!

Sia primavera
verde, purpurea,
qui germogliante!
Portate cieli
al riposante!

Mefistofele. Com’è che vi curvate tutti convulsi? È questo l’uso d’inferno? Tenete duro e lasciateli spargere! Ogni barbagianni al suo posto! Pensano sul serio di seppellire i diavoli infocati sotto la neve delle loro melense fiorite! Ma è roba che si strugge e si raggrinzisce davanti al vostro respiro. Ed ora soffiate, soffioni!… Basta, basta! Non vedete che l’intero stormo impallidisce davanti alle vostre esalazioni?… Non così forte! Chiudete bocca e naso! Avete soffiato troppo forte per davvero! Che proprio non conosciate mai la giusta misura! Non soltanto si raggrinziscono, ma diventano brune; e seccano e bruciano! Ecco che già s’avanzano volteggiando con fiamme vive e avvelenate. Puntate i piedi a terra! Tenete loro testa! Stringetevi saldi insieme! Perduta ogni forza! Svanito il loro coraggio! I diavoli fiutano un inconsueto fuoco di seduzione!

Angeli (coro).

Beati fiori,
fiamme gioconde,
amore spandono,
gioia preparano,
ch’è grata ai cuori!
Parola vera,
etere in luce,
giorno agli eterni
ovunque adduce.

Mefistofele. Maledizione! Vergogna a simile razza di scempi! Ecco i miei diavoli con la testa in giù. Quegli zoticoni vanno facendo capitomboli su capitomboli e precipitano nell’inferno a rinculoni! Buon pro’ vi faccia il meritato bagno di fuoco! Ma io rimango al mio posto!…

Schermendosi dalle rose che gli volteggiano intorno.

Fuochi fatui, via! Tu costà, splendi forte quanto ti pare: tanto, una volta preso, rimani sempre nauseabonda massa di gelatina! Cosa vai svolazzando? Te ne vuoi filare?… Mi si appiccica alla nuca come se fosse pece e zolfo!

Angeli (coro).

Tutto evitate
che non vi spetti;
niente soffrite
che turbi i petti!
Moviamo forti
contro il furore:
solo gli amanti
accoglie Amore!

Mefistofele. Mi brucia la testa, il cuore, il fegato: elemento sovradiabolico, molto più pungente del fuoco d’inferno!… E però fate così enormi lamenti, o innamorati infelici, quando sprezzati prendete il torcicollo per voltarvi a sbirciare la vostra bella!

Ed anche a me: che cosa mi fa mai voltare il capo da quella parte? Mi trovo pure con loro in guerra giurata! La loro vista m’era una volta così nemica e tagliente! Un qualche cosa di estraneo m’è dunque penetrato fino al midollo! Mi piace vederli, codesti deliziosi maschietti! Che cos’è mai che mi trattiene dal maledirli?… E se ne divento innamorato pazzo, chi mai si chiamerà ancora pazzo in avvenire? Codesti bricconcelli che detesto, mi si presentano davvero troppo seducenti!

O bei ragazzi, fatemelo sapere! Non siete anche voi della razza di Lucifero? Siete così carini! Davvero vi vorrei baciare! Mi sembra che arriviate proprio al momento buono. Mi sento così a comodo mio, trovo la cosa così naturale, come se vi avessi già visti migliaia di volte. E mi sento la fregola segreta d’un gattino. Ad ogni occhiata, sempre, sempre più belli! Oh avvicinatevi! Concedetemi uno sguardo!

Angeli. Ecco, veniamo! Perché ti ritrai? Noi ci avviciniamo; se puoi, rimani!

Gli angeli vagando torno torno invadono tutto lo spazio.

Mefistofele (che viene respinto fino al proscenio). Voi ci bollate per spiriti dannati, ma i veri stregoni siete voi! Perché voi seducete insieme uomini e donne… Che maledetta avventura! È dunque questo l’elemento d’amore? Tutto il mio corpo è in fuoco e m’accorgo appena del bruciore alla nuca… Ma voi fluttuate in qua e in là. Via, scendete un poco più giù e muovete le vostre membra graziose in modo un poco più profano! Certo l’aria grave vi sta a pennello; però una volta tanto, vorrei pure vedervi sorridere! Sarebbe per me proprio una delizia eterna! Voglio dire: come quando gli innamorati si guardano! Un piccolo verso delle labbra: ed è tutto! Ehi, te, maschiotto lungo, proprio te mi piaci a preferenza di tutti! La faccia di prete, proprio non ti si confà. Guardami dunque con un briciolo d’occhio languido! Potreste anche presentarvi un poco più decorosamente ignudi! Codesta lunga vostra camicia a pieghe è veramente ultra morale!… Si voltano… A vederli di dietro… quei bricconcelli son veramente troppo appetitosi!

Coro degli Angeli.

Su, fiamme amanti,
e chiarità!
Salvi i peccanti
la verità!
Che dal mal possano
sè riscattare,
e alfin beati
nel Tutto stare!

Mefistofele (riprendendo dominio di sé). Che mi sta succedendo?… Proprio come Giobbe, che, pieno d’ulceri da capo a piedi, prova orrore di se stesso! Ma nel medesimo tempo trionfa, quando guardandosi per tutta la persona, riprende fiducia in sé e nella propria razza. Le nobili parti del diavolo sono salve. E quanto allo spettro dell’amore, egli lo espunge per la pelle! Già sono consunte le sciagurate fiamme, e come di ragione, vi maledico quanti siete!

Coro degli Angeli.

O fiamme sante!
L’alme cui cingono,
liete coi buoni
son tutte quante!
Insiem cantando
v’alzate! In pura
aria quell’anima
vada spirando!

Si sollevano portando con sé la parte immortale di Faust.

Mefistofele (guardandosi attorno). Eppure com’è che?… Dove se ne sono andati? Razza di minorenni, tu m’hai sorpreso! Se ne sono volati verso il cielo con la loro preda! Perciò faceva loro gola questa tomba! M’hanno derubato d’un grande, d’un mio unico tesoro! La nobile anima che mi s’era promessa, me l’hanno astutamente frodata!

Presso chi appellarmi? Chi mi rimetterà nel mio diritto acquisito? T’hanno imbrogliato nei tuoi vecchi giorni: te lo sei meritato! Ora per te la va terribilmente male! Sono stato sconfitto in modo vergognoso! Tanto spreco d’energie, vergogna, per non concluder nulla! Volgare lussuria e un amoretto assurdo sono riusciti ad appiccicarsi a un diavolo incallito! E saggio e esperto com’è, s’è gingillato con codesta roba da pazzi e da ragazzi. davvero non è piccola la pazzia che alla fine s’è impadronita di lui! [2]

In Kleist accadde esattamente il contrario. Anch’egli scrutò l’abisso, ma vi rimase intrappolato. Sebbene il desiderio di evadere dalle tenebre fosse impetuoso – come dimostrano queste splendide ed accorate parole ispirate dalla santa visione di un devoto prostrato a terra dedito con tutto se stesso alla preghiera: «Nessun dubbio lo tormentava. Lui crede. Io ho provato un indescrivibile desiderio di gettarmi per terra accanto a lui e di piangere» – non riuscì a districarsi da esse. Sopravvisse per trentaquattro, tormentatissimi anni nella sofferenza e nell’angoscia, prima di suicidarsi sparandosi in bocca.

Scrutando l’eccezionale e geniale produzione kleistiana, un’opera più delle altre dimostra l’appartenenza dell’autore alla schiera dei dannati della seconda ed ostile forza, la tragedia Pentesilea (1808) [3].

Solamente un animo invischiato nell’oblio poteva concepire un epilogo tanto feroce, sorprendente, magnifico: la regina delle impetuose amazzoni, innamorata di Achille – l’amore è corrisposto – si avventa sull’eroe divorandolo. Il più noto caso di cannibalismo in letteratura.

MEROE Oh, voi, sacerdotesse sacre di Diana, e voi, figlie di Marte, ascoltate: io sono la Gorgone africana, e qui, quali voi siete, vi converto in pietra.

GRAN SACERDOTESSA Parla, sciagurata, che cos’è successo?

MEROE Lo sapete, lei gli è andata incontro, al giovane che amava, lei, per cui d’ora innanzi non ci sarà più nome, nello scompiglio dei giovani sensi, armando il desiderio rovente di possederlo con tutti gli orrori di quelle armi. In mezzo all’urlio dei cani, tra gli elefanti, arrivò, con l’arco nella mano: La guerra che imperversa tra concittadini, questo fantasma che trasuda sangue, quando si aggira a grandi passi, orrenda, brandendo la torcia su città fiorenti, appare meno selvaggia e atroce di lei. Achille, che, come si dice in giro tra i soldati, l’aveva sfidata in campo, il giovane pazzo, soltanto per soccombere volontario nel duello – perché anche lui, oh, come sono potenti gli dèi, anche lui l’amava, estasiato dalla sua giovinezza, e la voleva seguire al tempio di Diana – Achille le si avvicina colmo di dolci presentimenti, e lascia indietro gli amici, alle sue spalle. Ma adesso, ora che lei si avventa, con tutti quegli orrori, contro di lui, che ignaro, solo per finta si era armato di una lancia, indugia, volge l’agile collo, tende l’orecchio, corre sgomento, indugia, corre di nuovo: come un giovane cervo che tra i dirupi sente l’urlo lontano del leone irato. Grida: Ulisse! con voce strozzata, si guarda intorno ansioso e grida: Tidide! E vuol tornare indietro, vuol ritrovare gli amici; e si ferma, una schiera gli sbarra il passo; e alza le mani, e si china, e si nasconde, lo sfortunato, dietro un abete che greve pende coi rami scuri. Intanto è venuta avanti la regina, i cani dietro a lei, dall’alto, come un cacciatore, controllando montagna e foresta; e quando lui, scostando i rami, fa per gettarsi ai suoi piedi: ah! le corna hanno tradito il cervo, grida lei, e tende, con la forza dei dementi, subito l’arco, finché gli estremi si baciano, e lo solleva, e mira e tira, e gli trafigge con la freccia il collo; lui stramazza: un grido di vittoria si alza rauco dalla truppa. Ma ancora è vivo, il più sventurato dei mortali; con la freccia, lunga, che gli fuoriesce dalla nuca, si alza rantolando; e ricade, e si rialza e vuole fuggire; ma: su, grida lei, Tigri, su, Leana, su, Sfinge, Melampo, Dirke, su, Ircaone! e piomba, piomba con tutta la muta, oh, Diana! su di lui, e lo afferra, lo afferra per il cimiero, come una cagna, messa insieme ai cani; uno gli addenta il petto, l’altra la nuca, e lo butta giù, tanto che trema la terra per la caduta! E lui, torcendosi nella porpora del suo sangue, le tocca le guance tenere e grida: Pentesilea! Mia sposa! Cosa fai! È questa la festa delle rose che qui hai promesso? Ma lei – una leonessa l’avrebbe ascoltato, l’affamata selvaggia in cerca di una preda, ruggendo per i campi vacui coperti dalla neve – lei lo colpisce, gli strappa dal corpo l’armatura, affonda i denti nel suo petto bianco, lei e i cani, a gara. A destra Oxo e Sfinge, i denti nel suo petto, a sinistra lei; quando arrivai io, dalle mani e dalla bocca le grondava sangue.
(pausa di orrore)
Se mi avete sentito, donne, parlate, datemi un segno che siete vive. [4]

Non ho scelto a caso i due esempi appena mostrati. Goethe e Kleist si sfiorarono. Il più giovane, tormentato e sconosciuto, tentò di entrare nelle grazie del maestro, vecchio e stimato, deificato, ma non vi riuscì. Kleist invitò Goethe a partecipare alla sua rivista “Phöbus”, ma ricevette un rifiuto. Quindi gli inviò il primo numero, accompagnato dalla commovente dedica «sulle ginocchia del mio cuore». Non servì a nulla.

Il giudizio di Goethe su Kleist fu severo, troppo. L’autore del Faust, come del resto tutti gli altri suoi contemporanei, non comprese l’enorme grandezza di Kleist, che, già dilaniato da dolori devastanti, morì senza conoscere quella gloria tanto desiderata, tanto agognata, tanto bramata che avrebbe ampiamente meritato.

NOTE

[1] Trad. it. di A. G. Sabatini e A. M. Pozzan, in J. W. Goethe, I dolori del giovane Werther, Newton Compton editori, Roma 2013, pp. 124-126.

[2] Trad. it. di G. Manacorda, in J. W. Goethe, Faust, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008, pp. 875-889.

[3] Per un approfondimento sull’opera si consiglia la lettura dell’articolo La bestiale Pentesilea di Heinrich von Kleist.

[4] Trad. it. di Enrico Filippini, in H. v. Kleist, Opere, i Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011, pp. 372-373.

In copertina: Gustav Klimt, Morte e Vita, 1916.

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