I pilastri della società è la dodicesima opera teatrale di Henrik Ibsen, pubblicata nel 1877 e rappresentata per la prima volta nello stesso anno. Essa è «fondamentale per cogliere la svolta di fondo di Ibsen verso un nuovo teatro» [1], di cui la successiva e ben più celebre Casa di bambola (1879) sarà la prima e davvero esemplare prova.

Il senso della commedia è colto alla perfezione da Scipio Slataper, in quella sua memorabile tesi di laurea che resta ancora oggi il contributo più importante della critica italiana sul drammaturgo norvegese: «occupiamoci meno della società: pensiamo a esser onesti noi. Non facciamo i “pilastri”, ma siamo uomini. Così come Ibsen era riuscito ad affermare che l’arte è individualità, e onestà purificatrice di spirito, afferma anche positivamente che la vita è vita di individui, onestà, fedeltà di individui a se stessi» [2].

Al centro dell’opera sta il console Karsten Bernick, e tutta l’azione si svolge all’interno della sua casa, in una cittadina della costa norvegese. Atto dopo atto, I pilastri della società è un progressivo processo di decostruzione e di smascheramento delle menzogne, degli intrighi, dei sotterfugi sui quali ha fondato la propria esistenza e la propria carriera il pilastro della società per eccellenza, il ricco e celebre console Bernick. E al termine di questo processo si giunge alla sua redenzione, con la confessione, a tutti gli abitanti della città, delle proprie colpe.

Accanto a Bernick, due personaggi svolgono un ruolo fondamentale nell’opera, imponendosi come exempla di onestà e rettitudine rispetto alla corrotta, convenzionale ed interessata moralità borghese, di cui, prima della redenzione, il console è il supremo esponente: Lona Hessel, sorellastra della moglie di Bernick, Betty, e Marta Bernick, sorella del console. La prima è colei che, ritornando improvvisamente dall’America, spalanca porte e finestre e risveglia in Bernick lo spirito di onestà e di giustizia; la seconda è colei che, moderna Penelope, si sacrifica per rendere felice l’uomo che ama, Johan Tönnesen, fratello minore di Betty e anch’egli di ritorno dall’America, consegnandogli la futura sposa, Dina Dorf, giovane allevata con materna premura proprio da Marta.

C’è un momento nel quarto e ultimo atto, in cui viene fuori tutta la grandezza di queste due splendide figure femminili, di queste due eroine che Bernick, redento e purificato, dopo la confessione, in conclusione dell’opera definirà «i veri pilastri della società», riconoscendone finalmente la maestà.

SIGNORINA HESSEL Ora siamo rimaste sole, Marta. Tu hai perduto Dina, ed io Johan.
SIGNORINA BERNICK Tu… lui?
SIGNORINA HESSEL Oh, l’avevo già perduto laggiù. Voleva camminare da solo; e perciò gli feci credere di soffrire di nostalgia.
SIGNORINA BERNICK Per questo? Ora capisco perché sei tornata. Ma lui ti tichiamerà, Lona.
SIGNORINA HESSEL Una vecchia sorellastra!… Che cosa se ne fa? Gli uomini sono capaci di dimenticare tutto per giungere alla felicità.
SIGNORINA BERNICK Sì, spesso succede così.
SIGNORINA HESSEL Ma noi due ci aiuteremo a vicenda, Marta.
SIGNORINA BERNICK Posso essere qualcosa per te?
SIGNORINA HESSEL E chi potrebbe meglio? Noi due, madri adottive… non abbiamo perso forse i nostri figli? Siamo sole, adesso.
SIGNORINA BERNICK Sì, sole. Adesso ti posso dire che io… l’ho amato più di ogni altra cosa al mondo.
SIGNORINA HESSEL Marta! (La prende per un braccio.) È vero?
SIGNORINA BERNICK La mia vita si riassume in queste parole: l’ho amato e l’ho atteso. Ogni estate speravo di vederlo tornare. È tornato… ma non mi ha vista.
SIGNORINA HESSEL Lo amavi e tuttavia sei stata tu che gli hai messo nelle mani la felicità.
SIGNORINA BERNICK Proprio perché l’amavo gli ho messo la felicità nelle mani. Sì, l’ho amato. Dopo la sua partenza, tutta la mia vita è stata sua. Ti chiederai, forse, perché sperassi. Ebbene credo che qualche motivo l’avevo. Ma quando è tornato… era come se avesse dimenticato tutto. Non mi ha vista.
SIGNORINA HESSEL Dina ti ha messo in ombra, Marta!
SIGNORINA BERNICK Fortunatamente! Quando partì avevamo la stessa età… ma quando l’ho rivisto… Oh, che angoscia!… Ho capito che adesso avevo almeno dieci anni più di lui! Johan ha vissuto laggiù in pieno sole respirando salute e gioventù ad ogni boccata d’aria; mentre io, qui, restavo seduta a filare, filare…
SIGNORINA HESSEL …il filo della sua felicità, Marta.
SIGNORINA BERNICK Un filo d’oro ho filato. Nessuna amarezza, dunque. Siamo state per lui due buone sorelle, vero Lona?
SIGNORINA HESSEL (abbracciandola) Marta! [3]

«Gli uomini sono capaci di dimenticare tutto per giungere alla felicità», dichiara Lona. Non così le donne, «i veri pilastri della società», incaricate da Ibsen di migliorare il mondo, di renderlo meno falso e più autentico. Nel loro piccolo, Lona e Marta ci sono riuscite.

NOTE

[1] Giovanni Antonucci, Presentazione de I pilastri della società, in Henrik Ibsen, I pilastri della società, in Henrik Ibsen, I capolavori, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 2.

[2] Scipio Slataper, Ibsen, Bocca, Torino 1916, p. 158.

[3] Henrik Ibsen, I pilastri della società, traduzione di Giuseppe Ottaviano, in Henrik Ibsen, I capolavori, op. cit., pp. 59-60.

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