Il sonno della ragione genera mostri, ma nel nostro caso la ragione russa come un cinghiale, e i mostri si travestono da maestri.

In questa strana situazione di stallo ci siamo seduti in riva al fiume, aspettando che qualcosa accada, scrutando il cielo per non farci cogliere di sorpresa. Stiamo aspettando la pioggia, che non arriva, ad irrigare l’aridità contemporanea. Ci sono rimasti quei pochi canali inquinati, i nazionalismi, che corrodendo il terreno ingrossano la loro portata, trasformandosi in una melma, trascinando con sé tutto ciò che incontrano, annegando ogni altro pensiero.

L’ultima masturbazione culturale è la furia iconoclasta che tende ad abbattere monumenti, statue, fantasmi del passato, che in un modo o nell’altro possono ricordare un periodo storico o un evento infelice.

Gli Stati Uniti sono stati assaliti da una furia robespierriana, dove tra i tanti decapitati figurano simbolicamente la statua di Italo Balbo (non è stata distrutta a dire il vero, probabilmente però verrà rimossa) a Chicago, donata da Mussolini in occasione della trasvolata atlantica, e la statua di Colombo (realmente decapitata) perché considerato simbolo di divisione e di violenza.

Sorte infelice per il povero Colombo, che con il “capello fluente e il piede fetente” come disse De Andrè durante un famoso live, attraversò il “mare Oceano” in cerca delle Indie convinto di aprire una nuova tratta mercantile. Scoperchiò il vaso di Pandora e diede il via all’efferato sterminio delle popolazione native.

Ma facciamo un salto indietro a pochi mesi fa, tornando nello stivale, ed ecco che gli stessi politici, seguiti da qualche benpensante, hanno optato per la via becera del revisionismo storico: questo vento ricco di gommapane ha contribuito con forti bracciate a cancellare i nomi di chi, nel bene e nel male, era legato ad alcuni luoghi.

Siamo d’accordo noi a questa pulizia etica? No, ma non per motivi politici (chiunque segua minimamente questa pagina sa bene quali sono i nostri ideali). Ma che bisogno c’è di cancellare la storia? Perché questa euforia, questo brivido lungo la schiena, quando si annienta una volta di più ciò che è stato?

L’unica verità è che oggi manchiamo di eroi, culturali, politici e sociali, e dunque ci affanniamo a distruggere o esaltare quelli del passato. Ma secondo la stessa politica della rimozione dovremmo distruggere tutto ciò che l’umanità ha prodotto, frutto di violenza e abnegazione.

Vogliamo cancellare tutto ciò che è legato ai fascismi? Dovremmo cominciare da quel Foro italico che ha portato (e per qualcuno porta ancora) il nome di Mussolini, scolpito per altro in lettere latine sui pavimenti e sui muri di tutti gli edifici realizzati. Per non parlare delle poste, della Città universitaria di Roma, della splendida Casa del Fascio di Terragni e chi più ne ha più ne metta. Ma questo sarebbe un delitto ancor più grande e ci avvicinerebbe spaventosamente alle bestie che hanno distrutto il Tetrapilo di Palmira. Per le stesse ragioni dovremmo abbattere il Colosseo, impregnato di sangue (cosa che peraltro è stata pensata qualche secolo fa, convertendolo al rito cristiano).

Insomma non c’è bisogno di continuare il macabro elenco, ma a volte è bene conservare le cicatrici del passato, anche solo per ricordare.

La cultura occidentale vive costantemente albe e tramonti, che si susseguono nei secoli come le giornate in un anno, alcune soleggiate, altre più buie. La nostra è palesemente in una fase crepuscolare e, come disse Karl Kraus, “quando il sole della cultura è basso i nani sembrano giganti”.

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