Nel gennaio del 1968 un tragico terremoto rase completamente al suolo Gibellina. Il piccolo paesino siciliano decise di spostare completamente il nuovo nucleo abitativo. Da qui nasce Gibellina nuova, a circa venti chilometri dall’originale. Il centro storico, ormai ridotto ad un cumulo di macerie, venne sostituito dall’eccezionale opera di Land Art di Alberto Burri.

Un personaggio chiave della rinascita del paese fu il sindaco Ludovico Corrao. Politico e intellettuale, spese tutto se stesso per il reclutamento di artisti internazionali e nazionali. Ben presto risposero all’appello personalità del calibro di Pietro Consagra, Mimmo Paladino, Arnaldo Pomodoro, Leonardo Sciascia, Franco Angeli, Ludovico Quaroni, Mario Schifano e Andrea Cascella. La città divenne un vero e proprio laboratorio di sperimentazione, unica nel suo genere, un vero e proprio museo di Arte contemporanea cittadino.

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Cretto di Burri, Gibellina vecchia, Alberto Burri

E che ne fu di Gibellina vecchia? Fu opera di uno degli interventi di Land Art più imponenti del mondo, meglio noto come il Cretto di Burri. L’intervento consiste in un monumento della morte, ricostruendo, in corrispondenza delle abitazioni, dei parallelepipedi di cemento. Le vie sono dunque percorribili in questi angusto cimitero cittadino. I blocchi in corrispondenza delle preesistenze sono alti circa un metro e settanta. Il cemento invece è interamente di colore bianco. Su una superficie totale di circa dieci ettari, l’opera è visibile da lunga distanza. In linea con il pensiero dell’artista, il cretto corrisponde ad una serie di fratture nel cemento, impresse a rimanere come memoria storica del paese.

Molto interessanti a tal proposito sono le parole di Burri a riguardo della nascita del suo progetto, e delle emozioni che ha suscitato in lui il luogo. Un opera ambiziosa e fortemente celebrativa dell’artista umbro che ha saputo cogliere le evocazioni del posto rendendo immortale il ricordo di ciò che era Gibellina e di quello che ha lasciato il terremoto.

«Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento».

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