Il Ghetto che vediamo oggi a Roma è il frutto dell’opera di ristrutturazione massiccia realizzata sul finire del XIX secolo. Prima di allora l’intera zona versava in condizioni disastrate, le condizioni igenico-sanitarie favorivano la diffusioni di malattie e delle epidemie. Per comprendere al meglio la situazione proponiamo una serie di stralci raccolti dalle dichiarazioni di alcuni storici che hanno studiato e vissuto la condizione nel Ghetto di Roma.
La via Fiumara nel Ghetto, inondata
Ettore Roesler Franz, 1878
“Che cosa sia il Ghetto di Roma, lo sanno i Romani e coloro che l’hanno veduto. Ma chi non l’ha visitato sappia che presso il ponte a Quattro Capi s’estende lungo il Tevere un quartiere, o piuttosto un ammasso informe di case e tuguri mal tenuti, peggio ripartiti e mezzo cadenti (ché ai padroni, per le tenuità delle pigioni che non possono soffrir variazioni in virtù del jus gazagà, non mette conto spendervi se non il pretto indispensabili), nei quali si stipa una popolazione di 3900 persone, dove invece ne potrebbe capire una metà malvolentieri. Le strade strette, immonde, la mancanza d’aria, il sudiciume che è conseguenza inevitabile dell’agglomerazione sforzata di troppa popolazione quasi tutta miserabile, rende quel soggiorno triste, puzzolente e malsano. Famiglie di quei disgraziati vivono, e più d’una per locale, ammucchiate senza distinzione di sessi, d’età, di condizioni, di salute, a ogni piano, nelle soffitte e perfino nelle buche sotterranee, che in più felici abitazioni servono da cantine. Questa non è la descrizione del Ghetto, né d’un millesimo delle dolorose condizioni che, nel silenzio e nell’abbandono d’una miseria ignorata, si verificano fra le sue mura; ma vi è appena un cenno: che a farne una giusta relazione troppo ci vorrebbe!”
Massimo d’Azeglio, Dell’emancipazione civile degl’Israeliti, 1848, Firenze, Felice Le Monnier
 
 
 
La via Rua, in fondo il Portico d’Ottavia,
Ettore Roesler Franz, 1888
Quando io ho visitato il Ghetto per la prima volta, il Tevere era straripato da poco, e i suoi flutti gialli correvano per la Fiumara, la strada più bassa del Ghetto. Le fondazioni delle case trattenevano la corrente come una banchina, e l’acqua copriva i locali sotterranei delle case site più sotto. Che spettacolo malinconico il vedere il quartiere ebraico sommerso dai torbidi flutti del Tevere!
…Entriamo ora in una delle strade del Ghetto e troviamo Israello davanti alle sue catapecchie in pieno lavoro. Gli Ebrei siedono sulle porte o fuori, nei vicoli, dove vi è appena un po’ di luce di quella che penetra nelle stanze umide e affumicate. E dividono stracci e cuciono. Non è descrivibile il caos di stracci e di cenci che si accumula colà. Sembra come se tutto il mondo ridotto in frantumi ed in stracci giacesse ai piedi degli Ebrei. Stanno accatastati davanti alle loro porte, di ogni foggia e di ogni colore: frangie dorate, frammenti di broccati di seta e di velluti, pezzi di stoffa rossa, azzurra, turchina, gialla, nera, bianca, vecchi, laceri, macchiati. Non ho veduto mai un simile vecchiume. Gli Ebrei potrebbero mascherare da Arlecchino tutto il creato. Essi ora siedono là, immersi in quel mare di stracci, come se cercassero dei tesori, o almeno qualche frammento di broccato in oro.
Portico d’Ottavia
Ettore Roesler Franz, 1896
…E le figlie di Sion siedono ora tra questi pezzi di stoffa e cuciono ciò che è cucibile. Grande è la loro abilità nell’arte del cucire, del rammendare, e non c’è nessuna lacerazione, nessuno strappo in qualsiasi tipo di stoffa che queste moderne Aracni non sappiano rendere invisibili. Tutto questo commercio si pratica specialmente nella Fiumara, nella parte cioè più vicina la Tevere, e nei vicoli laterali…Ne ho veduti molti dall’aspetto sofferente, pallido, cucire con i loro aghi, uomini, donne, ragazzi e fanciulle. La miseria traspare da quelle chiome incolte, da quei visi bruni, e nessuna bellezza che ricorda Rachele, Lea e Miriam; solo di tratto in tratto uno sguardo nero, profondo, rilucente, si solleva dall’ago e dagli stracci…”

Ferdinand Gregorovius, Passeggiate per l’Italia, I edizione italiana 1906, Roma, Carboni 

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