Per coloro che l’hanno attraversata cronologicamente, questa storia non sembrerà altro che una ripetizione o al massimo un approfondimento, ma per chi come me è nato sul finire degli anni ’80 la leggenda delle “teste di Modì” giungerà quasi sicuramente nuova alle proprie orecchie.

Prima pagina del giornale satirico
livornese, Il Vernacoliere

Nel 1984 il comune di Livorno, città natale del pittore, decise di organizzare una mostra dedicata all’autore proprio per il centenario della sua nascita. Questa aria di fermento intorno all’autore riportò in vita una leggenda popolare. Alcuni anziani livornesi raccontano di come, durante un breve ritorno in patria nel 1909 dell’autore, andò a mostrare alcune sue sculture a degli amici artisti del caffè Bardi, i quali lo derisero e lo consigliarono di buttare quelle sculture nel fiume. Ma quale autore sarebbe stato capace di gettare le sue opere nel fiume? Chiunque conoscesse un minimo Modigliani non avrebbe creduto mai che fosse stato capace di un gesto simile. Oltretutto lui era consapevole dell’incomprensione di cui era vittima ma con tenacia non cambiò mai il suo stile pittorico nonostante fosse circondato da illustri colleghi che avrebbero potuto benissimo condizionarlo. Bisogna anche ammettere che con il sennò di poi è molto facile stilare giudizi, sta di fatto che in quella calda estate del 1984 qualcuno credette a quella leggenda, in particolare la direttrice dei musei civici livornesi Vera Durbè. E così si cominciò a dragare il fiume per giorni finchè non vennero a galla alcune teste apparentemente risalenti all’artista livornese. Le forme erano somiglianti ai caratteri tipici dell’autore, ma di certo con troppa fretta venne cantata vittoria. Con grande euforia si smossero i più grandi critici d’arte contemporanei; Cesare Brandi, ordinario di Storia dell’Arte all’Università  la Sapienza, fu il primo a vedere le opere e affermò: “Sono di Modigliani, hanno una luce interiore, in quelle due scabre pietre c’è l’annuncio, c’è la presenza”; Carlo Ludovico Ragghianti, docente di Storia dell’Arte alla Normale di Pisa gli fa eco: “Queste opere oltre ad essere commoventi sono fondamentali per Modigliani e per la scultura moderna”; Giulio Carlo Argan insigne critico d’arte nonché politico italiano afferma: “Una di esse presenta finezze di taglio che rievoca inequivocabilmente Modigliani”.

Insomma niente fece pensare che dietro quelle teste non vi era l’arte di Amedeo Modigliani, fintanto che tre ragazzi si fecero avanti per confessare lo burla giocata, mettendo in ridicolo non solo l’organizzazione della mostra ma anche tutti coloro che avevano autenticato le opere. Ma con questa confessione si era spiegata la provenienza solo di 1 delle 3 teste ritrovate nel canale. E fu così che dopo poco tempo e numerosi appelli si fece avanti Angelo Froglia, un ragazzo appassionato d’arte e abile scultore, il quale rivendicò la paternità delle restanti teste. Il gesto venne motivato come un attacco al mondo della critica dell’arte e come esso sia legato più a ragioni di mercato che hai reali meriti artistici.

Solicchio a confronto con il quadro
Il mendicante di Livorno

E Così sembrò finire tutto con un nulla di fatto, una grande figuraccia da parte di chi aveva creduto e sostenuto la veridicità delle teste trovate e uno scherzo degno del film “Amici miei”.

Quando tutto ormai era sepolto da anni, uno stilista livornese trova in un officina, appoggiate tra un mucchio di roba vecchia, altre tre sculture, sempre tre volti che questa volta sembrano davvero essere originali. A confermarcelo sono una serie di prove che autenticano le tre sculture. Il meccanico, proprietario delle opere, afferma di averle salvate dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Erano custodite a casa dello zio Solicchio, particolarmente somigliante ad un quadro di Modì proprio del 1909, “il mendicante di Livorno”. Inoltre nel 1993 il caso ha voluto che a Venezia vennero esposti alcuni disegni inediti dell’autore in cui vi erano disegni incredibilmente somiglianti alle sculture ritrovate.

Confronto dei disegni inediti con le sculture ritrovate

Carlo Pepi, collezionista d’arte, fu il primo e l’unico ad affermare che le teste ritrovate nel fiume erano dei falsi, e fu sempre lui che successivamente riconobbe l’autenticità delle opere ritrovate nell’officina.

Ma non ci fu niente da fare, d’altra parte nessun critico era più disposto a rilasciare un certificato di autenticità dopo la grande burla dell’84.

Ad oggi sono in corso diverse vicende giudiziarie, ma le ultime notizie danno le tre teste divise una per ogni ceppo familiare avente diritto, e successivamente nascoste in un caveou livornese in attesa di successive decisioni. Rimane una certezza sul loro destino, le opere non finiranno in un museo italiano, anzi quasi sicuramente saranno vendute a collezionisti o musei stranieri. Una storia inverosimile, che lascia ancora un alone di mistero su ciò che si nasconde veramente dietro questa vicenda. Probabilmente rimarranno nascoste ancora per molto tempo, sotterrate da metri di burocrazia e dubbi…

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