In questo spazio spesso abbiamo parlato dell’architettura moderna italiana, nota con l’accezione di “razionalista”, che vide in Terragni, Pagano, Moretti, Cattaneo e Libera i suoi portabandiera oltre che mentori. Quest’oggi vorremmo approfondire un’edificio spesso bistrattato e male utilizzato, come gran parte del complesso per l’Esposizione universale di Roma oggi noto come quartiere EUR, ovvero il Palazzo dei Congressi.

L’esperienza EUR nasce dal bisogno e il volere del governo fascista di esibire al mondo la nuova potenza italiana attraverso il lavoro della sua nuova generazione di architetti, grazie ai quali avrebbe esposto, senza dubbio in maniera eccelsa, lo stile e il modello totalitario e uniforme che permeava tutto l’operato del regime. In occasione dell’anniversario della marcia su Roma, la capitale avrebbe ospitato (secondo i piani di governo) la grande Esposizione del 1942. Ovviamente non è andata così e i lavori si sono interrotti ben presto a causa dell’intervento bellico italiano che ha causato il dirottamento dei fondi stanziati per la costruzione nell’impresa fallimentare della seconda guerra mondiale.

Costruzione a parte, spesso ci siamo soffermati a parlare del Palazzo della Civiltà Italiana come il simbolo ideologico dell’impegno del regime nel rafforzare l’idea di un’architettura che simboleggiasse la potenza, quando in realtà dal punto di vista architettonico vi è nello stesso asse prospettico (in corrispondenza dal lato opposto del colosseo quadrato) il Palazzo dei Congressi, un autentico gioiello di Adalberto Libera.

Dopo aver vinto il concorso (fu aspramente criticata da Pagano la scelta del progetto di Libera come vincitore, arrivando a parlare di “occasione mancata” per realizzare una nuova architettura. Nello specifico preferiva il progetto di Terragni e Cattaneo, solo secondo) i lavori iniziarono con ritardo solo nel 1939 e vennero terminati, come predetto, dopo la seconda guerra mondiale, all’inizio degli anni ’50.

Il progetto si presenta come un’imponente cubo di quarantacinque metri, perfetto nella sua rude originalità: il travertino maschera le strutture in cemento, rendendo più “pura” la forma e il progetto stesso. Il grande piazzale antistante e il colonnato d’accesso (tra l’altro Libera stesso lo rinnegò, affermando di essere stato obbligato ad inserirlo per seguire ordini dall’alto) allungano le distanze e gli spazi, rendendo la dimensione dell’edificio imperioso e monumentale.

L’aspetto classico del progetto è visibile anche nei rapporti tra luce e ombra, che proprio nell’atrio d’ingresso vedono l’estasi di un intreccio mistico tra uomo e divino: addentrandosi all’interno della sala centrale poi, la pienezza monolitica del blocco marmoreo lascia spazio al vuoto invertendo il rapporto esterno. Lo spazio rimane così vuoto e libero, coperto solo da una volta a crociera ribassata innervata da due travi ad arco che si intrecciano nel centro, diramandosi dalle diagonali del quadrato di base.

La struttura, insieme a Libera, furono tra le poche cose che salvarono del fascismo negli anni del dopo guerra: gran parte dei compagni di viaggio dell’architetto trentino non superarono il conflitto mondiale, altri invece non lavorarono più per via della loro adesione al regime dittatoriale precedente. In questo contesto la sua architettura trovò in maniera camaleontica diversi utilizzi fino ad arrivare ai giorni nostri.

Le ultime notizie di cronaca ci parlano dei gioielli dell’EUR in vendita per monetizzare la crisi dell’ente statale, e tra questi c’è anche il prestigioso Palazzo dei Congressi che, muto e silenzioso, si vede costruire un mostro leggero quale è la nuvola, a pochi metri di distanza. Una fotografia desolante dell’architettura contemporanea.

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