Il vagabondo delle stelle (1915) di Jack London (1876-1916), un libro scelto per caso in biblioteca, ma anche un segno del destino, capitato a sostegno di una mia tesi in una discussione con dei compagni di università, che sostenevano che «i carcerati fanno la bella vita, mangiano e bevono a nostre spese. Beati loro».

Questo diario, dalla copertina scricchiolante, invecchiato dal tempo, dalle pagine ingiallite ed impolverate racconta la vita di Darrel Standing, professore di agronomia all’Università del Nebraska incarcerato nel reparto assassini della prigione di Folsom e poi trasferito dopo aver picchiato una guardia nel carcere di San Quintino, considerato un “incorreggibile”.

Darrel, come tanti altri carcerati, desiderosi di fuggire, viene incastrato del progetto di fuga organizzato da Cecil Winwood, spia del tenente Arherton. Dopo aver scoperto il piano, chiaramente «si sentii un gran rumore di passi strascinati, colpi e percosse rumorose, e grida di dolore, ignobili imprecazioni, ed il rumore sordo d’un corpo che si strascina per terra. Perché le percosse ed i maltrattamenti erano abituali nelle prigioni… Più mi ricordo i fatti e più ritengo che un essere umano dev’essere dotato di una forza d’animo senza pari, d’una filosofia a tutta prova, per sopravvivere, senza impazzire alla brutalità di simili spettacolo, all’iniquità di simili sistemi, di cui si è vittima. Io sono questo essere umano. Ho sopravvissuto senza piegarmi, ed è per questo, non potendosi sbarazzare di me in altro modo, che i miei carnefici han deciso di mettere in giuoco la grande meccanica ufficiale, la corda passato intorno al collo, che per il peso del mio corpo, mi toglierà il respiro e la vita».

Tra le continue percosse, attività alienanti, intimidazioni psicologiche e torture di ogni genere, vi è quella della camicia di forza. Interminabili ore o giorni intrappolati, costipati in una stretta camicia di forza, nella quale i più deboli muoiono o confessano colpe mai compiute.

Darrel trascorrre gran parte del suo ultimo periodo nella soffocante camicia di forza, poiché si rifiuta di svelare il nascondiglio di una dinamite mai esistita, ma inventa da Cecil.

Vi starete chiedendo come abbia fatto a sopravvivere… La risposta è che si può «morire artificialmente, sì, voler morire». Dopo giorni di costrizione all’interno della camicia di forza non si ha più la percezione del proprio corpo e così, avendo fede e facendo agire la propria volontà, si può ordinare al corpo di morire. «Quello che è necessario che tu creda, è che il tuo corpo è una cosa e la tua anima un’altra. La tua anima è tutto. Il tuo corpo, al contrario non conta. Quando il tuo corpo è ben morto e il tuo spirito si sente intatto, non hai più che da uscire dalla tua pelle e lasciare le tue spoglia dietro di te. I muri di pietra e le porte sono fatte per chiudere il corpo. Ma non possono chiudere l’anima».

La morte artificiale operata da Darrel gli permette di penetrare più a fondo nelle sue vite anteriori. Egli conosce Pilato e partecipa alla sua, tanto agognata scelta, ma diviene anche «corsaro, assassino pagato e pirata, o monaco erudito e sapiente, curvo nella quieta e pacifica della sua celletta, su pagine manoscritte e di cartapecore. […] Poi improvvisamente, capo barbaro, conducendo dietro a me delle orde di urlanti, guidavo innumerevoli file di carri, per strade impervie e calpestavo il suolo di antiche città dimenticate. Marinaio audace arrampicato in cima agli alberi che oscillavano sul ponte delle navi, mi compiacevo a contemplare sotto di me l’acqua del mare». Ed anche vagabondo delle stelle: «Dico bene: le stelle. Camminavo fra loro. Ero un adolescente, vestito d’un abito leggero, dai colori freschi e delicati, che brillava dolcemente alla fredda chiarità stellare. Questo vestito era, ad un tempo, una reminiscenza di quelli, che nella mia infanzia, avevo visto alle cavallerizze dei circhi, e di quello che m’avevano insegnato che portavano gli angeli.
Così vestito, percorrevo lo spazio interstellare, elettrizzato dall’idea che ero partito per un’immensa avventura che, finalmente, mi scoprirebbe tutti gli aspetti del Cosmo celeste ed illuminerebbe per me il mistero supremo dell’universo».

di Costanza Raspa

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