Esiste un film che non è solo un film, ma un mito, il manifesto della Nouvelle Vague e di tutte le correnti cinematografiche sviluppatesi da essa, la suprema ed al tempo stesso romantica affermazione della libertà dei nuovi soggetti metropolitani del XX secolo. Questo film è Fino all’ultimo respiro (1960) del regista francese Jean-Luc Godard. Il protagonista, Michelle Poiccard, interpretato da un giovane Jean-Paul Belmondo in rampa di lancio, è divenuto una vera e propria icona cinematografica, l’icona del criminale “maledetto” deciso ad esprimere tutta la sua personalità e tutta la sua individualità fregandosene della società e delle sue regole che non possono appartenergli. Dovesse questo richiedere anche l’uso della violenza, ed il sacrificio di alcune vite umane.

La pellicola si apre con il furto di un’automobile. Michel la ruba nel porto di Marsiglia in un soleggiato giorno d’estate. Con l’auto rubata intraprende un viaggio fino a Parigi. Un viaggio caratterizzato da un intenso monologo interpretato dal protagonista. Un monologo necessario affinché lo spettatore conosca il tipo con cui ha a che fare, un tipo intellettualmente modesto oltre che arrogante. Celebre la battuta recitata da Belmondo guardando dritto nella camera da presa: «Se non vi piace il mare… Se non vi piace la montagna, se non vi piace la città… Andate a quel paese!». Durante il viaggio avviene quell’atto violento, quel sacrificio della vita cui ho accennato sopra. Michel braccato da due gendarme, ne uccide uno. Scappa e finalmente raggiunge Parigi dove lo attende Patricia, interpretata da Jean Seberg, la sua amante. Insieme passeggiano per gli Champs-Elysees. Occorre sottolineare l’importanza di questa passeggiata. Non è una semplice camminata romantica tra due giovani innamorati, coppia simbolo del trionfo dell’amore autentico, è un congeniale modo adottato da Godard per fare entrare la capitale francese nel film. La scelta non è casuale. Parigi incarna, meglio di ogni altra città, il mito della città moderna, della metropoli. Quella stessa Parigi che agli albori del progresso e dell’espansione turbava Baudelaire, quella stessa Parigi definita da Benjamin, nel Novecento, la città-labirinto. In essa l’uomo perde se stesso divenendo nient’altro che un elemento qualunque della massa, in essa l’uomo perde la sua facoltà più importante, la facoltà di pensare liberamente. L’uomo della metropoli non è più un uomo libero. Tuttavia esistono individui che non riescono proprio ad omologarsi alla moltitudine, che lottano per affermare se stessi e la propria libertà. Michel e Patricia appartengono entrambi a questa sempre più rara categoria di eroi.

Rappresenta al meglio tutto questo la sequenza seguente a quella della passeggiata. La sequenza più lunga del film, ventidue minuti e cinquantadue secondi, un’enormità, interamente girata nella stanza 12 dell’Hotel de Suede. La sequenza in cui il protagonista e la sua amante si posseggono l’un l’altro. La sequenza in cui soprattutto parlano. Si tratta di un dialogo del tutto particolare, che rompe con la tradizione cinematografica, che prevedeva il lineare scambio di battute tra personaggi. Un dialogo che allo spettatore appare casuale, privo di ogni finalizzazione. Eppure c’è un passo del colloquio tra Michel e Patricia che definire fondamentale è un eufemismo. La donna legge al compagno la seguente frase, tratta dal romanzo Palme selvagge (1939) del premio Nobel statunitense William Faulkner (1897-1962): «Fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore», chiedendogli poi: «E tu, cosa sceglieresti?». Michel, dopo un tentativo neanche troppo convinto di spostare l’attenzione sull’importanza dei piedi nella donna, risponde: «Il dolore è idiota. Io scelgo il nulla. Non è meglio… ma il dolore è un compromesso. O tutto o niente». Michel sceglie dunque il nulla. Perché? Perché il nulla è una scelta esistenziale molto più radicale del dolore, perché lui stesso è nulla, perché, decidendo di non fuggire nella sequenza finale, pur essendo braccato dalle forze dell’ordine e privo di una qualunque via di fuga e di salvezza, dimostra che la stessa libertà inseguita incessantemente e rivendicata lungo tutto il film è nulla. Michel non muore ucciso. Si è rifiutato di tagliare la corda, muore dunque suicida, sebbene sia l’arma da fuoco di un altro a sparargli.

Non poteva esserci altro destino per un simile personaggio. D’altronde la morte è l’inevitabile fine di gran parte dei soggetti trattati dalle opere di Godard. Egli è un regista esistenzialista. Fa sue le lezioni di tutti quei filosofi e di tutti quegli scrittori riconducibili a tale linea di pensiero, tra gli altri Kierkegaard – il padre dell’esistenzialismo -, Dostoevskij, Nietzsche, Camus, Sartre, rielaborandole e fissandole sulla pellicola.

Poniamo per un istante che la vita sia davvero tutta qui, una scelta fra il dolore ed il nulla, fra il dolore-compromesso ed il nulla-morte. Io ho fatto la mia scelta. Tu, lettore, cosa sceglieresti?

Bibliografia: Paolo Bertetto, La libertà e il nulla, in L’interpretazione dei film – Dieci capolavori della storia del cinema, a cura di Paolo Bertetto, Marsilio, Venezia 2011.

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