«Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione».

Pietra miliare della letteratura del Novecento, La nausea, pubblicato nel 1938, è senza dubbio l’opera più celebre di Jean-Paul Sartre, figura di eccezionale spessore nel panorama culturale del XX secolo. Ecco come lo stesso autore riassume il romanzo, nel soffietto per la prima edizione de La nausea:

«Dopo aver viaggiato a lungo, Antoine Roquentin si è stabilito a Bouville, tra feroci persone dabbene. Abita vicino alla stazione, in un albergo per commessi viaggiatori e scrive una tesi di storia su un avventuriero del XVIII secolo, il signor de Rollebon. Il lavoro lo porta spesso alla Biblioteca municipale dove il suo amico Autodidatta, un umanista, s’istruisce leggendo i libri in ordine rigorosamente alfabetico. La sera Roquentin va a sedersi a un tavolino del “Ritrovo dei Ferrovieri” ad ascoltare un disco – sempre lo stesso: Some of these days. E, a volte, sale in camera al primo piano con la padrona del bistrot. Da quattro anni, Anny, la donna amata, è scomparsa. Pretendeva sempre di aver dei “momenti perfetti” e si sfiniva immancabilmente in sforzi minuziosi e vani per rimettere insieme il mondo intorno a lei. Si sono lasciati; attualmente Roquentin perde goccia a goccia il proprio passato, sprofondando sempre più in uno strano e losco presente. La sua stessa vita non ha più senso: credeva di aver avuto delle belle avventure, ma non ci sono più avventure, ha solo delle “storie”. Si attacca al signor de Rollebon: il morto dovrebbe fornire una giustificazione al vivente.
Allora comincia la sua vera avventura, una metamorfosi insinuante e dolcemente orribile di ogni sensazione; è la Nausea che vi prende a tradimento e vi fa galleggiare in una tiepida palude temporale. È stato Roquentin a cambiare? O è stato il mondo? Mura, gradini e caffè vengono bruscamente assaliti da nausea; altre volte Roquentin si sveglia in una giornata malefica: qualcosa è in putrefazione nell’aria, nella luce, nei gesti della gente. Il signor de Rollebon torna a morire; un morto non può mai giustificare un vivente. Roquentin si trascina a casaccio per le strade, corpulento e ingiustificabile. E poi, il primo giorno di primavera, capisce il senso della sua avventura: la Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza. Roquentin conserva ancora un briciolo di speranza: Anny gli ha scritto, la rivedrà. Ma Anny è diventata una cicciona greve e disperata; ha rinunciato ai suoi momenti perfetti, come Roquentin alle Avventure; anche lei, a suo modo, ha scoperto l’Esistenza: non hanno più nulla da dirsi. Roquentin torna alla solitudine, sprofondando nell’enorme Natura accasciata sulla città e di cui prevede i prossimi cataclismi. Che fare? Chiamare in aiuto altri uomini? Ma gli altri uomini sono gente dabbene: si scambiano gran scappellate e ignorano d’esistere. Lui deve abbandonare Bouville; entra al “Ritrovo dei Ferrovieri” per ascoltare un’ultima volta Some of these days, e, mentre il disco gira, intravede una possibilità, un’esile possibilità di accettarsi» [1].

L’articolo potrebbe concludersi qui. Sartre in poche righe scrive l’essenziale. E già leggendo questa breve sinossi è possibile intuire il vero punto debole del libro: la conclusione. Un’«esile possibilità», scrive Sartre, ma una possibilità, per quanto esile, è inammissibile per un uomo nelle condizioni di Roquentin. Come vedremo nel corso dell’articolo, il tema principale del romanzo è l’Assurdità dell’Esistenza, Assurdità di cui il protagonista diviene consapevole e che egli stesso definisce «chiave dell’Esistenza». Ora, tale tema trova il suo massimo cantore in Franz Kafka – lungo una linea che si dispiega a partire da Dostoevskij [2]-, di cui Sartre raccoglie l’eredità, e a cui viene giustamente accostato dopo l’uscita de La nausea. Ma Kafka, e già Dostoevskij, ci insegnano che colui che è consapevole dell’Assurdità dell’Esistenza non può intravedere, alla fine della fiera, nessuna possibilità, per quanto esile essa sia. Alla fine c’è e deve esserci, necessariamente, il dramma (Il processoLa metamorfosi), o quantomeno l’incompletezza (Il castello). Ma a distruggere, frantumare, annichilire l’«esile possibilità» di Roquentin-Sartre sarà la Storia.

A maggior ragione questo articolo potrebbe concludersi qui. Dovrebbe, forse. Ma andiamo avanti – già che ci siamo – e iniziamo la lettura del libro di Jean-Paul Sartre.

Sono due i locali di Bouville in cui il rosso Roquentin si reca di frequente: il già citato Ritrovo dei Ferrovieri e il caffè Mably. Ed è qui che troviamo Roquentin all’inizio del libro. Da una parte i borghesi, che «per esistere, han bisogno di riunirsi» (e in merito alla borghesia si ricordi ciò che scrive Sartre nell’Autoritratto a settant’anni: «La Nausée non è solo un attacco alla borghesia, ma lo è in gran parte…» [3]), dall’altra parte Roquentin, che vive solo, completamente, ferocemente solo: «Non parlo con nessuno, mai; non ricevo niente, non do niente» [4]. È stato troppo generoso – ancora una volta – Sartre definendo l’Autodidatta un amico; ha una relazione puramente sessuale con Francesca, la padrona del Ritrovo dei Ferrovieri: «Non la pago: facciamo l’amore alla pari. Lei vi prende piacere (le occorre un uomo al giorno e ne ha molti oltre me) e io mi purgo così di certe melanconie di cui conosco fin troppo bene la causa. Ma scambiamo appena qualche parola. A che scopo? Ciascuno per sé; per lei, d’altronde, io resto anzitutto un cliente del suo caffè» [5]. Certo, stando così le cose, Roquentin non è che se la passi poi tanto male: è giovane – ha trent’anni -, non ha bisogno di lavorare perché campa di rendita e non deve neppure pagare per fare l’amore. Mica poco. Ma in Sartre l’Assurdità dell’Esistenza poteva rivelarsi solo a un uomo in queste condizioni. Un uomo, secondo lui, fuori degli schemi borghesi. Roquentin ricorda il gozzaniano Totò Merùmeni [6], ma molto meno poetico e ironico. Non che Sartre cercasse la poesia – o forse sì? -, ma l’ironia di certo.

Ma proseguiamo, a sbalzi. Quando si è così perfettamente soli gli oggetti divengono surrogati degli individui: «Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, perché non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive» [7]. Ed è proprio stringendo in mano un oggetto, precisamente un ciottolo, che Roquentin prova per la prima volta una «nausea dolciastra», «una specie di nausea nelle mie mani». Ecco, Roquentin crede che la Nausea non sia in lui, ma provenga da ciò che lo circonda: «La Nausea non è in me: io la sento laggiù sul muro, sulle bretelle, dappertutto attorno a me. Fa tutt’uno col caffè, son io che sono in essa» [8].

Roquentin perde il proprio passato «goccia a goccia», come scrive Sartre, sprofonda «in uno strano e losco presente»: «non vedo più niente; ho un bello sfogliare il passato, non ne ricavo altro che briciole d’immagini e non so bene che cosa rappresentano, né se sono ricordi o finzioni» [9]. E ancora: «Mai come oggi ho provato così forte la sensazione d’essere senza dimensioni segrete, limitato al mio corpo, ai pensieri lievi che da esso affiorano come bolle. Costruisco i miei ricordi col mio presente. Sono respinto, abbandonato nel presente. Il passato tento invano di raggiungerlo: non posso sfuggire a me stesso» [10]. Il passato si è sgretolato, sbriciolato come terra, il futuro si presenterà solo alla fine sotto forma di «esile possibilità». La nausea è un libro solo ed esclusivamente presente, e questo, per certi aspetti, è il suo valore più grande.

Eppure Roquentin non è un uomo finito, a differenza dell’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo [11], di Josef K. e di Gregor Samsa. Roquentin può essere addirittura ancora felice, e la felicità è sempre un limite a meno che non ci si chiami Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Come al termine di una domenica, in cui prova un forte sentimento d’avventura e vaga per le strade di Bouville in cerca… della cassiera del caffè Mably: «è… è lei che m’attendeva. Lei era lì, ergendo il suo busto immobile sopra la cassa, e sorrideva. Dal fondo di questo caffè qualcosa torna indietro sui momenti sparsi di questa domenica e li salda gli uni agli altri, dà loro un senso: ho traversato tutta questa giornata per venire a finir qui, con la fronte contro questo vetro, per contemplare questo volto fine che si schiude su una tenda granata. Tutto s’è fermato; la mia vita s’è arrestata: questo vetro, quest’aria greve, azzurra come l’acqua, ed io stesso formiamo un tutto immobile e compatto: sono felice» [12]. A Roquentin va comunque riconosciuto il coraggio di riconoscere e persino fissare la propria felicità. Di questo è giusto dargliene atto.

«Tutto quello che so della mia vita mi sembra d’averlo appreso dai libri» [13], scrive Roquentin, e lui e i borghesi si differenziano anche nel rapporto con il passato:

«Vivono in mezzo alle cose ereditate, ai regali, ed ogni mobile per loro è un ricordo. Pendole, medaglie, ritratti, conchiglie, fermacarte, paraventi, scialli. Hanno armadi pieni di bottiglie, di staffe, di vecchi vestiti, di giornali, hanno conservato tutto. Il passato è un lusso da proprietari.
Ed io dove potrei conservare il mio? Non ci si può mettere il passato in tasca; bisogna avere una casa per sistemarvelo. Io non possiedo che il mio corpo; un uomo completamente solo, col suo corpo soltanto, non può fermare i ricordi, gli passano attraverso. Non dovrei lagnarmi: il mio solo desiderio è stato d’esser libero» [14].

Roquentin lavora al libro sul signor de Rollebon, che rappresenta, al punto in cui si trova, in cui è giunto al termine dei suoi innumerevoli viaggi, delle sue innumerevoli avventure, o presunte tali, l’unica giustificazione della sua esistenza [15]. Così, ogni giorno si rintana nella Biblioteca municipale, tra file di libri che, «tozzi e pesanti, insieme con la stufa, le lampade verdi, i finestroni, le scale a piuoli, […] arginano l’avvenire. Finché si resta tra queste mura, tutto ciò che dovrà capitare capiterà a sinistra e a destra della stufa. […] Così questi oggetti servono almeno a fissare i limiti del verosimile» [16].

Alcune delle pagine più riuscite del libro, secondo il modesto parere del sottoscritto, sono quelle dedicate alla visita di Roquentin alla sala – sorta di pantheon borghese – in cui sono conservati i ritratti delle illustre personalità di Bouville. Tra queste vi è il commerciante Pacome. «Ho capito allora tutto quello che ci separava: quello che io pensavo di lui non lo toccava […]. Ma il suo giudizio mi trafiggeva come una spada e metteva in discussione perfino il mio diritto d’esistere. Ed era vero, me n’ero sempre reso conto: non avevo il diritto di esistere. Ero apparso per caso, esistevo come una pietra, una pianta, un microbo. La mia vita andava a capriccio, in tutte le direzioni. A volte mi dava avvertimenti vaghi, a volte non sentivo che un ronzio senza conseguenze» [17]. Nella sala dei ritratti Roquentin misura tutta la distanza tra sé e quel mondo borghese che ha rifiutato, che ha avuto la possibilità di rifiutare (un privilegio riservato a pochi): «Ero al centro della stanza, punto di mira di tutti quegli occhi gravi. Non ero né nonno, né un padre, e nemmeno un marito. Non votavo e a malapena pagavo qualche imposta: non potevo fregiarmi né dei diritti del contribuente, né di quelli dell’elettore, e nemmeno dell’umile diritto all’onorabilità che vent’anni di obbedienza conferiscono all’impiegato. Il fatto della mia esistenza cominciava realmente a sconcertarmi. Che non fossi che una semplice apparenza?» [18]. Roquentin non è una «pecora», non fa parte del gregge borghese convinto d’avere il diritto di esistere. Egli è libero, ma questa libertà ha un prezzo altissimo, e inoltre nessuno è mai davvero immune al rimpianto della mancata omologazione, che striscia viscido e subdolo come un vermiciattolo pronto a mordere e a infettare con il suo veleno a cui non esiste antidoto (si ricordi il racconto Tonio Kröger di Thomas Mann).

È questo pensiero, questa atroce domandina che insinua a Roquentin il dubbio di non poter scrivere del signor de Rollebon: «Come posso sperare di salvare il passato di un altro, io che non ho avuto la forza di trattenere il mio?» [19]. E infatti il signor de Rollebon muore per la seconda volta: «Il signor di Rollebon era mio socio: per esistere aveva bisogno di me, e io avevo bisogno di lui per non sentire la mia esistenza. Io fornivo la materia bruta; di questa ne avevo da vendere e non sapevo che farne: l’esistenza, la mia esistenza. Lui, invece, la sua parte era di rappresentare. Mi stava di fronte e s’era impadronito della mia vita per rappresentarmi la sua. Non m’accorgevo più che esistevo; non esistevo più in me, ma in lui: era per lui che mangiavo, per lui che respiravo, ognuno dei miei movimenti trovava la sua giustificazione al di fuori, là, di fronte a me, in lui; non vedevo più la mia mano che tracciava le parole sulla carta, e nemmeno la frase che avevo scritta – ma dietro, al di là della carta, vedevo il marchese, che aveva reclamato questo gesto e del quale questo gesto prolungava e consolidava l’esistenza. Io non ero che un mezzo di farlo vivere, lui era la mia ragion d’essere, mi aveva liberato da me stesso. Cos’avrei fatto, ora?» [20]. Con la morte del signor de Rollebon, Roquentin scopre la propria Esistenza: «Non è niente: la Cosa sono io. L’esistenza liberata, svincolata, rifluisce in me. Esisto» [21].

È la svolta. Cade il velo. «Se si esisteva, bisognava esistere fin lì, fino alla muffa, al rigonfiamento, all’oscenità. In un altro mondo, i circoli, le arie musicali conservano le loro linee pure e rigide. Ma l’esistenza è un cedimento. […] Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione d’esser lì, né gli uni né gli altri, ciascun esistente, confuso, vagamente inquieto, si sentiva di troppo in rapporto agli altri. Di troppo: era il solo rapporto ch’io potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli» [22]; «Ed io – fiacco, illanguidito, osceno, digerente, pieno di cupi pensieri – anch’io ero di troppo. Fortunatamente non lo sentivo, più che altro lo comprendevo, ma ero a disagio perché avevo paura di sentirlo […]. Pensavo vagamente di sopprimermi, per annientare almeno una di queste esistenze superflue. Ma la mia stessa morte sarebbe stata di troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei ciottoli, tra quelle piante, in fondo a quel giardino sorridente. E la carne corrosa sarebbe stata di troppo nella terra che l’avrebbe ricevuta, e le mie ossa, infine, ripulite, scorticate, nette e polite come denti, sarebbero state anch’esse di troppo: io ero di troppo per l’eternità» [23]. Roquentin è in trappola. E l’Assurdità, incarnata nella radice del castagno, è la chiave: «E senza nulla formulare nettamente capivo che avevo trovato la chiave dell’Esistenza, la chiave delle mie Nausee, della mia vita stessa. Difatti, tutto ciò che ho potuto afferrare in seguito si riporta a questa assurdità fondamentale» [24].

Roquentin finalmente sa: siamo gratuiti e di troppo, non abbiamo alcun senso. E il suo pensiero corre ai borghesi, i «Porcaccioni»: «L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è esser lì, semplicemente; gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare, ma non li si può mai dedurre, […] non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare […]: ecco la Nausea; ecco quello che i Porcaccioni […] tentano di nascondersi con il loro concetto di diritto. Ma che meschina menzogna: nessuno ha diritto; essi sono completamente gratuiti, come gli altri uomini, non arrivano a non sentirsi di troppo. E nel loro intimo, segretamente, sono di troppo, cioè amorfi e vacui; tristi» [25].

In tutto ciò Roquentin prova un «atroce godimento». Disagio, sì, ma dall’altra parte il piacere, un piacere feroce, convulso, cannibalesco, antropofago, da orgasmo depravato. Si è immuni a ogni catastrofe. La catastrofe non è più catastrofe. Colui che sa come stanno effettivamente le cose, chiamatelo pure nichilista – il nome è un dettaglio, una inutile etichetta -, vi ride in faccia. «Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione» [26].

Roquentin rivede Anny, che è a Parigi e gli ha scritto, dicendogli d’aver bisogno di lui. Anny è ingrassata e «si sopravvive», ma Roquentin si appiglierebbe volentieri a lei per salvarsi. Ma lei parte per Londra con un altro.

Roquentin, completamente libero, senza più il signor de Rollebon e Anny, insomma senza «più alcuna ragione di vivere», decide di lasciare Bouville e stabilirsi a Parigi. Prima di partire ripensa alla donna amata: «Chi si ricorda di me? Forse una grossa giovane donna a Londra… E ancora, penserà proprio a me? D’altronde, c’è quel tale, quell’egiziano. Magari è appena entrato nella sua camera, magari l’ha presa tra le sue braccia. Non sono geloso, so bene ch’ella si sopravvive. Anche se l’amasse con tutto il cuore sarebbe sempre un amore di morta. Io ho avuto il suo ultimo amore da viva. Ma ad ogni modo, può sempre darle questo: il piacere. E se lei sta per venir meno, se sta per smarrirsi nella voluttà, allora non c’è più nulla in lei che la leghi a me. Lei gode, ed io non sono più nulla per lei, come se non l’avessi mai incontrata; ella s’è vuotata di me d’un tratto, ed anche tutte le altre coscienze del mondo sono anch’esse vuote di me» [27].

Antonio Roquentin ascolta per un’ultima volta, al Ritrovo dei Ferrovieri, Some of these days, ed è visitato dall’«esile possibilità». Jean-Paul Sartre è stato troppo buon con Antonio Roquentin e con se stesso. Ci penserà la Storia a ridimensionare tale eccesso di generosità [28].

NOTE

[1] Jean-Paul Sartre, La nausea, traduzione di Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 2014, pp. 4-5.

[2] Ricordo che Nabokov, nelle Lezioni di letteratura russa, definisce Sartre mediocre imitatore di Dostoevskij.

[3] Jean-Paul Sartre, La nausea, op. cit., p. 6.

[4] Ivi, p. 17.

[5] Ivi, p. 18.

[6] Per la letteratura e l’analisi della poesia di Gozzano si veda l’articolo Totò Merùmeni ovvero l’anti-dannunziano.

[7] Jean-Paul Sartre, La nausea, op. cit., pp. 22-23.

[8] Ivi, p. 34.

[9] Ivi, p. 50.

[10] Ivi, pp. 51-52.

[11] Per un approfondimento sul romanzo di Dostoevskij si vedano gli articoli Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parteDostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Seconda parte.

[12] Jean-Paul Sartre, La nausea, op. cit., p. 80.

[13] Ivi, p. 90.

[14] Ivi, p. 92.

[15] Ivi, p. 99.

[16] Ivi, pp. 106-107.

[17] Ivi, p. 117.

[18] Ivi, p. 119.

[19] Ivi, p. 131.

[20] Ivi, pp. 134-135.

[21] Ivi, p. 135.

[22] Ivi, p. 173.

[23] Ivi, p. 174.

[24] Ivi.

[25] Ivi, p. 177.

[26] Ivi, p. 180.

[27] Ivi, pp. 227.

[28] Ricordo ciò che scrive Theodor Adorno: «Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile».

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