Baryali ha due occhi profondi e un sorriso contagioso. Lo sai che sta per raccontarti una storia che ha dell’incredibile, una storia difficile, eppure sorride. Eppure sorridi. Le mani corrono spesso ad accendersi una sigaretta. Scherza, gesticola, poi diventa serio.

La sua storia inizia cinque anni fa. No, non è una storia: è un’odissea, la sua. Ha poco più di vent’anni e la coscienza di non sentirsi adatto per quel posto. La sua casa, i suoi fratelli sono così diversi da lui. Lui sorride sempre, lui è sereno, lui non conosce depressione. Lui è Baryali. La trafila per lasciare l’Afghanistan non è poi così lunga. Basta cercare nel posto giusto. I gentili signori del traffico di carne umana sono facilmente reperibili. Si paga bene, d’altronde, il viaggio per la Felicità. Un saluto veloce a casa, uno zaino pieno di acqua e si va: l’Occidente ti aspetta, Baryali.

Uscire dai confini afghani è semplice: il paese è in preda alla corruzione più feroce, attraversare le frontiere che lo dividono dall’Iran dipende solo da quanto si è disposti ad assecondare i soldati al confine. E chi si imbarca in questo viaggio lo è parecchio: non ha prezzo la felicità. I trafficanti di uomini sono ben organizzati, non lasciano nulla (o quasi!) al caso: il percorso è preciso e studiato nei dettagli. Ogni tappa è coordinata da uomini diversi; ad ogni dogana che si oltrepassa una nuova guida è pronta a condurre il gioco. La notte la fa da padrone perché muoversi alla luce del sole non è semplice, i soldati, infatti, se capiscono che sei afghano non ci pensano due volte a sparare. Eppure quel faccendiere a Kabul aveva detto a Baryali che sarebbe stato un gioco da ragazzi arrivare in Europa.

Si guarda le mani, prende il pacchetto di sigarette e ne accende un’altra. Nel frattempo ci prepara un frullato: è la nostra cultura, dice, noi ci teniamo veramente all’accoglienza. A Kabul Baryali è uno studente di un’università americana, papà lavora al ministero dell’interno e i sette figli crescono senza che manchi loro nulla. Sì, fuori, da trent’anni le bombe segnano di rosso il cielo afghano, ma la vita continua. Il telefono squilla e Baryali sbuffa, ci dice che è la sua famiglia che lo chiama dalle cinque del mattino a mezzanotte, ogni giorno. Non vuole distrarsi, rifiuta le chiamate. Continua il suo viaggio e noi con lui.

È sempre a piedi che, insieme ad un gruppuscolo multietnico di altri sognatori, affronta la neve e il deserto, le montagne scoscese del Turkmenistan e il freddo dell’Iran. Con una naturalezza che lascia di stucco, Baryali ci parla dei più deboli che non ce la fanno, che vanno lasciati al loro destino. Gli occhi tristi cercano i nostri, non vuole giustificarsi ma affida allo sguardo il compito amaro di far comprendere le ragioni profonde della decisioni di quei momenti. È impossibile non comprendere, è impossibile non farsi convincere. Quel viaggio era la lotta per passare dalla implacabile monotonia della guerra alla spensieratezza occidentale e si trasforma nella forsennata ricerca della sopravvivenza: solo il cinquanta per cento di chi parte arriva. E la sentenza suona più dolorosa di una pugnalata.

Samos, Atene e Aleppo sono il benvenuto che l’Europa serba a chi osa superare il confine. Sei mesi di galera in cui incappa perché conosce l’inglese e se conosci l’inglese non puoi che essere lo scafista del gommone con cui sei arrivato sulle coste di quella stessa Ellade che un tempo considerava sacro l’ospite. In realtà Baryali non conosce solo l’inglese: è un pashtun e quella è la sua lingua madre; ma il persiano è simile, dice, quindi è impossibile non saperlo; ah e conosce anche il curdo e l’indiano. Le sue doti da poliglotta gli sono valse il lavoro di mediatore culturale, oggi, in Italia. Il paradosso, però, è che, qui, oggi, in Italia, Baryali studia per conseguire il diploma di scuola media superiore. Ah, la burocrazia! Si stupisce con noi, ci scherza: a giugno dovrà dare la maturità ed è preoccupato per matematica, ma in alternativa c’è una missione in Albania con l’UNHCR, cosa che lo tenta non poco.

Torna alla sua storia, e, sempre con i modi garbati e umili di prima, ci descrive le precarie condizioni che caratterizzano il viaggio verso le sponde italiane. Aggrappato sotto un camion, Baryali arriva in Italia. No, non è Roma, è Bari. Un treno lo porta in capitale e da qui inizia la storia di un Baryali nuovo: la voglia di tornare a casa scema piano piano e costruire da capo, da solo, una nuova esistenza non sembra essere un obiettivo arduo. Ha sfidato la natura e Dio per arrivare nella terra dell’oro e, anche se l’oro non c’è, non è la disperazione a dover prendere il suo posto. Se hai un sogno, trova la strada per raggiungerlo. I venticinque anni afghani pesano come macigni. Gli occhi giovani e svegli sono velati da un senno che non si addice alla spensieratezza dei vent’anni. È con la sofferenza che si arriva alla felicità, confessa.

Roma ormai è casa sua. Da qua può dare una mano a chi ha patito e patisce l’inferno in cui è stato catapultato cinque anni fa. Dovrebbero chiudere le frontiere, dice: non è giusto che chi parte col cuore ricolmo di speranze si ritrovi in un paese che speranze non ha. Baryali ci guarda in cerca di conferme: come dargli torto.

di Cristiana Mastronicola

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