Vincitore del Premio Nobel nel 1920, Knut Hamsun è stato lasciato precipitare nell’oblio a causa delle sue simpatie per il Nazismo. Eppure, malgrado ciò, Hamsun resta uno dei più grandi scrittori a cavallo tra Otto e Novecento. In quanto tale, i suoi libri avrebbero meritato, e soprattutto meriterebbero oggi, vista l’imbarazzante pochezza della letteratura (ma è forse giusto chiamarla ancora così?) contemporanea, ben altra sorte. Ribadisco un concetto già espresso altrove: Hamsun è colpevole, ma i suoi libri no. Tanto più che in essi, della sua sciagurata adesione al regime hitleriano, non c’è traccia. Capolavori come PanFameIl risveglio della terra – vere e proprie pietre miliari della storia della letteratura d’ogni tempo e luogo – non possono e non devono essere noti solo a pochi, pochissimi fortunati lettori. In essi non ci si dovrebbe imbattere solo per caso, scovandone magari una vecchia edizione in una bancarella avvolta dalla puzza di piscio rappreso, tra un film porno e l’altro, come è accaduto – fortunatamente – al sottoscritto.

Tra i suoi capolavori spicca in particolar modo Fame (1890), un romanzo davvero straordinario, in cui Hamsun narra le tormentate vicende – in parte autobiografiche – di un giovane scrittore caduto in disgrazia, al quale non restano che una matita e un pezzo di carta, i soli strumenti in grado di garantirgli la sopravvivenza («I suoi articoli hanno sempre la febbre», gli dirà il redattore di un giornale). Il titolo, così essenziale e, proprio per questo, così significativo, dice già tutto. E in questo libro si trova la stessa feroce spietatezza presente nel racconto di quello che è probabilmente l’affamato più celebre dell’intera storia della letteratura: il Conte Ugolino.

Fame è un lungo incubo claustrofobico. E seguendo i disperati, angosciati, allucinati vagabondaggi del protagonista-narratore – sorta di cane randagio su due zampe – per le vie di Christiania, «singolare città che nessuno abbandona senza portarne le stigmate», si è vittima di un inquietante malessere che ci accompagna fino all’ultima pagina del libro, e persino oltre. Tale è la vividezza con la quale Hamsun racconta un’esperienza-limite vissuta in prima persona (e che comunque è niente rispetto alla reclusione in manicomio, cui lo costrinsero al termine della guerra, già decrepito, già uomo finito, per la sua collaborazione con i Nazisti).

Un uomo affamato, ma affamato sul serio, che non ingoia cibo da giorni e giorni ed è costretto a mettere sotto i denti trucioli di legno raccattati furtivamente in una falegnameria, si trova in una condizione psico-fisica estrema, che porta dritto alla follia. La fame mette alla prova la tenuta elastica della mente umana; la afferra e la tira, la tira quasi fosse curiosa di verificare quanto sia resistente, fino a che punto possa allungarsi prima di spezzarsi. Inoltre, come tutti gli altri casi limite, la fame svela di colpo quanto sia effettivamente misera la vita. La fame recide le palpebre della sua vittima, alla quale tutto appare per quel che effettivamente è: un incubo. Ma, badate bene, questo implacabile processo di svelamento non riguarda solo ciò che sta attorno all’affamato, ciò che lo circonda, ma anche, e forse soprattutto, se stesso. Egli scopre tutta la propria pochezza.

Certo, Hamsun lascia spazio a qualche attimo lieto – un articolo pubblicato, un amore fugace -, incapace tuttavia di mutare la miserevole condizione del protagonista. Oltre alla morte, solo un altro rimedio può cambiare il suo stato: abbandonare Christiania. Ed è proprio così che si conclude il romanzo, con il giovane scrittore assunto su un barcone diretto a Leeds.

Affinché, al di là delle mie inutili chiacchiere, possiate farvi un’idea concreta di Fame, ho deciso di selezionarne una sequenza, quella che, secondo il mio modesto parere, mostra meglio di ogni altra l’atmosfera asfissiante del libro, compendiandone il senso.

In questo passo il protagonista si reca in un bazar di Christiania, ovviamente in cerca di cibo. Giunto in una macelleria, escogita uno stratagemma che, da solo, ci dà l’esatta misura della sua disperazione: fingendo di possedere un cane, l’affamato si rivolge al primo macellaio domandandogli un osso da far sgranocchiare alla bestia. Ricevutolo – se lo avesse chiesto per sé il macellaio lo avrebbe certamente scacciato a male parole: è questa la macabra ironia -, si nasconde in un vicolo e vi si avventa. Ma per il protagonista è impossibile deglutire la poca e nauseabonda carne cruda ancora aggrappata all’osso; il suo stomaco infatti la rifiuta, la rigetta. Una pena da contrappasso dantesco. Allora l’affamato – esasperato, spezzato – leva la sua maledizione contro Dio, un Dio sadico e ingrato, prima di voltargli per sempre le spalle.

«Poi tutto ad un tratto mi viene l’idea di scendere in uno dei bazar che stanno da basso per procurarmi un pezzetto di carne cruda. Mi alzo e percorro tutta la balaustrata obbliquamente fino all’altra estremità dei tetti dei bazar e scendo. Quando fui sceso quasi all’altezza di una macelleria gridai su per la scalinata e guardavo indietro con faccia minacciosa come se parlassi ad un cane, e mi rivolsi sfacciatamente al primo macellaio che incontrai.
– Oh, sia buono, mi dia un osso per il mio cane! – dissi. – Un osso soltanto; non importa che sia scarnito; il cane ha bisogno di portare qualche cosa in bocca.
Ebbi l’osso, un magnifico piccolo osso dov’era rimasta attaccata ancora della carne, e me lo ficcai sotto la giacca. Ringraziai quell’uomo con tanto calore che egli mi guardò stupito.
– Niente grazie – disse.
– Oh, non dica così – mormorai – molto gentile da parte sua.
E tornai di sopra. Il cuore mi batteva forte.
Infilai il Vicolo dei Fabbri, m’inoltrai sino in fondo, fin dove potei arrivare e mi fermai davanti a un vecchio portone che dava su un cortile. Non si vedeva luce da nessuna parte, una benedetta oscurità intorno a me; e mi gettai sull’osso.
Non aveva alcun sapore; un odore nauseante di sangue stantio veniva fuori dall’osso e dovetti subito cominciare a sputare. Tentai di nuovo; se fossi stato capace di tenerlo, ne avrei avuto un beneficio; si trattava di tenerlo nello stomaco. Ma rimisi di nuovo. Mi adirai, addentai con forza l’osso, ne strappai un pezzettino di carne e lo ingoiai per forza. Ma non servì a nulla; non appena quei pezzettini di carne si scaldavano nello stomaco tornavano su. Congiunsi convulsamente le mani, mi misi a piangere dalla disperazione, addentavo come un pazzo; piangevo e l’osso si bagnò di lacrime, rigettai, imprecavo e rodevo di nuovo, piangevo come se il cuore mi si spezzasse e di nuovo rigettavo. E a voce alta bestemmiavo, maledicendo tutte le potenze del mondo.
Silenzio. Nessuno è dintorno, nessuna luce, nessun rumore. Provo una esasperata eccitazione dei sensi, respiro a stento e affannosamente e piango digrignando i denti ogni volta che devo restituire quei pezzetti di carne che potrebbero nutrirmi un po’. Poiché tutto questo non giova malgrado ogni mio sforzo scaglio l’osso contro il portone pieno d’incontenibile odio, trascinato dall’ira, grido e minaccio con forza contro il Cielo, grido il nome di Dio con voce rauca e con dispetto e contorco le dita come artigli… Io ti dico, sacro Baal del Cielo, tu non esisti, ma se esistessi io ti maledirei tanto che il tuo Cielo tremerebbe per il fuoco dell’Inferno. Io ti dico, ti ho offerto i miei servigi e tu li hai rifiutati, tu mi hai respinto ed io per sempre ti volto le spalle perché non hai saputo prendere cura di me. Io ti dico, so che devo morire eppure ti odio, tu Apis celeste, con la morte tra i denti. Tu hai usato la tua potenza contro di me e non sai che giammai mi piegherò nelle avversità. E non lo sai? Hai dato forma al mio cuore nei sonni? Ti dico, tutta la mia vita ed ogni stilla di sangue che è in me gode nell’odiarti e nello sputare sopra la tua grazia. Da questo momento voglio fare a meno di ogni tuo atto e del tuo essere, voglio maledire il mio pensiero se ancora penserò a te e voglio strapparmi le labbra se ancora nomineranno il tuo nome. Se esisti, voglio dirti l’ultima parola nella vita e nella morte, ti dico addio. E così ti volto le spalle e me ne vado per la mia strada…».

Knut Hamsun, Fame, trad. it., di Clemente Giannini, in Knut Hamsun, Pan e altri racconti, Sansoni Editore, Firenze 1966, pp. 486-488.

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