Michel de Montaigne (1533-1592) è da annoverare tra i più importanti ed originali pensatori del Rinascimento. All’interno di quel rivoluzionario processo di rivalutazione dell’uomo [1] caratteristico dell’epoca, il filosofo francese gioca un ruolo fondamentale, soprattutto per quanto riguarda il ragionamento individuale e l’interiorità. In tal senso, basti ricordare una frase riportata in apertura dei Saggi (Essais, pubblicati in tre versioni nel 1580, 1582 e 1588), la sua opera più celebre: «[…] sono io stesso la materia del mio libro». Il termine distintivo della ricerca filosofica di Montaigne è senza dubbio “esperienza”. Il pensatore equipara la propria esperienza a quella degli altri, dando vita ad una singolare esplorazione interiore che ha lo scopo di condurre ad una piena conoscenza e comprensione di se stessi, del proprio io (ed in questo risiede tutto il carattere moderno del pensiero di Montaigne).

La filosofia di Montaigne si contraddistingue per uno spiccato ed originale scetticismo – che a tratti sfocia in un pacato e mai avvolgente pessimismo -, piuttosto inedito tra i pensatori rinascimentali. Egli attacca con veemenza e convinzione la presunzione, definita senza mezzi termini «[…] la nostra malattia naturale e originale» [2], e mira a rendere l’uomo un essere più giusto, obiettivo e saggio. Insomma, un essere migliore. Ciò è possibile solamente se l’uomo diviene consapevole dei propri limiti conoscitivi e se riesce a mutare il proprio atteggiamento nei confronti della morte. Montaigne attribuisce così tanta importanza a quest’ultimo punto, da giungere persino a dichiarare che «filosofare è imparare a morire».

Il filosofo francese scrive inoltre: «Ora, fra i principali benefici della virtù c’è il disprezzo della morte, mezzo che fornisce alla nostra vita una placida tranquillità, ce ne rende il gusto puro e gradevole, senza il quale ogni voluttà è spenta». La morte è un evento normalissimo, che non ha nulla di eccezionale, e farsi prendere da deleteri isterismi, oppure cedere a sciocchi timori ed ignoranti superstizionismi, quando si pensa ad essa, non ha senso: «Togliamogli il suo aspetto di fatto straordinario, pratichiamolo, rendiamolo consueto, cerchiamo di non aver niente così spesso in testa come la morte».

Aborrire la presunzione, riconoscere i propri limiti e non temere la morte: sono questi i punti fondamentali necessari a quella sorta di “riforma umana” pensata da Montaigne. Occorre tuttavia aggiungerne un altro: l’esaltazione della solitudine. La solitudine è infatti la condizione ideale nella quale conoscere se stessi ed i valori più importanti dell’esistenza, nella quale riposarsi dagli affanni della quotidianità. L’uomo deve dipendere esclusivamente da se stesso, ritrovare in se stesso la sua compagnia, non essere schiavo di affetti e di beni.

Detto ciò, vi proponiamo proprio le pagine dei Saggi dedicate al tema della solitudine. Nel testo troverete una delle caratteristiche dello stile di scrittura di Montaigne, l’utilizzo frequente di citazioni. Il filosofo francese reputa infatti del tutto inutile «ridire peggio qualcosa che un altro è riuscito a dire meglio prima». Buona lettura.

«Certo l’uomo di senno non ha perduto nulla se ha se stesso. Quando la città di Nola fu distrutta dai barbari, Paolino, che ne era vescovo, pur avendo perso tutto ed essendo loro prigioniero, pregava Dio così: “Signore, preservami dal sentire questa perdita, poiché tu sai che essi non hanno ancora toccato nulla di ciò che è mio”. Le ricchezze che lo facevano ricco e i beni che lo facevano buono erano ancora intatti. Ecco che cosa vuol dire sceglier bene i tesori che possano essere esenti da danno, e nasconderli in luogo dove non vada alcuno e tale che non possa esser tradito che da noi stessi. Bisogna avere moglie, figli, sostanze, e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi una retrobottega tutta nostra, del tutto indipendente, nella quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze, senza seguito e senza servitori, affinché, quando verrà il momento di perderli, non ci riesca nuovo il farne a meno. Noi abbiamo un’anima capace di ripiegarsi in se stessa; essa può farsi compagnia; ha i mezzi per assalire e per difendere, per ricevere e per donare; non dobbiamo temere di marcire d’ozio noioso in questa solitudine:
in solis sis tibi turba locis [3].
La virtù, dice Antistene, si contenta di se stessa; senza regole, senza parole, senza azioni.
Nelle nostre azioni abituali, fra mille non ce n’è una che ci riguardi. Colui che tu vedi arrampicarsi in cima alle rovine di quel muro, furioso e fuori di sé, bersaglio di tante archibugiate; e quell’altro, tutto pieno di cicatrici, smorto e pallido per la fame, deciso a crepare piuttosto che aprirgli la porta, pensi che lo facciano per se stessi? Lo fanno per un tale che forse non videro mai, e che non si dà alcuna pena del fatto loro, immerso frattanto nell’ozio e nelle delizie. E questi, tutto catarroso, cisposo e sporco, che vedi uscire dopo mezzanotte da uno studio, pensi forse che cerchi fra i libri come diventare migliore, più contento e più saggio? Niente affatto. O ci morirà, o insegnerà alla posterità la misura dei versi di Plauto e la vera ortografia d’una parola latina. Chi non scambierebbe volentieri la salute, il riposo e la vita con la fama e la gloria, la più inutile, vana e falsa moneta che sia in uso fra noi? La nostra morte non ci faceva abbastanza paura, carichiamoci anche di quella delle nostre mogli, dei nostri figli e dei nostri familiari. I nostri affari non ci davano abbastanza preoccupazione, mettiamoci anche a tormentarci e romperci la testa per quelli dei nostri vicini e amici.
Vah! quemquamne hominem in animum instituere, aut
Parare, quod sit charius quam ipse est sibi? [4]
Mi sembra che la solitudine abbia giustificazione e ragione maggiori in coloro che hanno dato al mondo la loro età più attiva e fiorente, secondo l’esempio di Talete.
Abbiamo vissuto abbastanza per gli altri, viviamo per noi almeno quest’ultimo resto di vita. Riconduciamo a noi e al nostro piacere i nostri pensieri e le nostre intenzioni. Non è un’impresa di poco conto organizzare tranquillamente la nostra ritirata; questo ci occupa già abbastanza senza che dobbiamo mescolarvi altre imprese. Poiché Dio ci dà agio di disporre il nostro trasloco, prepariamoci; facciamo i bagagli; prendiamo congedo per tempo dalla compagnia; sciogliamoci da quelle violente strette che ci impegnano altrove e ci allontanano da noi stessi. Bisogna sciogliere quei legami così forti e d’ora in poi amare questa e quella cosa, ma sposare solo se stessi. Vale a dire: il rimanente sia nostro, ma non unito e incollato in modo che non lo si possa staccare senza scorticarci e strappar via insieme con esso qualche pezzo di noi. La più grande cosa del mondo è saper essere per sé» [5].

NOTE

[1] Per un approfondimento si consiglia la lettura dell’articolo Il concetto di uomo nel pensiero filosofico rinascimentale.

[2] Per un approfondimento si consiglia la lettura dell’articolo Montaigne. Noi uomini, malati di presunzione.

[3] «Nella solitudine, sii per te stesso una folla»; Tibullo, IV, XIII, 12.

[4] «Come è mai possibile che un uomo si metta in testa e si convinca che qualcosa gli è più caro di se stesso?»; Terenzio, Adelphoe, 38-39.

[5] M. de Montaigne, Saggi, I, XXXIX, trad. it. di F. Garavini, Mondadori, Milano 1970, pp. 315-317.

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