Nei primi anni ’70 il genere thriller in Italia divenne un movimento cinematografico popolare e apprezzato dal pubblico. Con la trilogia zoologica di Dario Argento iniziò una fortunata serie di film di genere giallo-thriller che piano piano virò nel poliziesco, ritrovando molte produzioni e registi a dirigere quelli che oggi consideriamo dei cult. Divenne una vera e propria sfida per le varie case cinematografiche produrre più film possibili  per sbancare ai botteghini. Tra i registi più acclamati e richiesti possiamo citare Lucio Fulci, Umberto Lenzi, Sergio Martino e il sopracitato Dario Argento.

Come avviene per la musica, il genere con il passare degli anni tramonta per dar spazio a nuovi linguaggi cinematografici. Per gli amanti del thriller-giallo l’ultimo atto del genere è stato sicuramente Profondo Rosso (1975) di Dario Argento, ma pochi sanno che nel 1976 uscì il vero “ultimo capolavoro”, ovvero La casa dalle finestre che ridono.

Il regista non è uno specialista nel thriller, anzi, a eccezione di altre piccole parentesi horror, si occuperà di ben altro; stiamo parlando di Pupi Avati. Dopo aver diretto la commedia La Mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975), Avati decise di inserirsi nel filone thriller seppur non fosse più in voga. Con la stretta collaborazione del fratello Antonio, la sceneggiatura fu elaborata anche da Gianni Cavina e Maurizio Costanzo.

La trama parla di Stefano (Lino Capolicchio), giovane pittore chiamato dal sindaco di uno sperso paese vicino Comacchio per restaurare un vecchio affresco rinvenuto in una chiesa. L’affresco in questione rappresenta il martirio di San Sebastiano, creato vent’anni prima da Buono Legnani, artista famoso in paese nel rappresentare le persone in fin di vita. Dietro a questo pittore, Stefano intuisce che si nasconde un mistero, e il tutto viene confermato da Antonio (Giulio Pizzirani), vecchio amico che incontra al ristorante paesano, avvisandolo che in quell’affresco si nasconde una storia pericolosa. Tra strane chiamate minacciose e sguardi poco rassicuranti, Stefano farà amicizia con la maestra-prostituta del paese, il Maresciallo e il parroco Don Orsi.

Seppur la faccenda diventi sempre più complessa e pericolosa, il giovane restauratore cerca di approfondirla senza timori. In un secondo appuntamento Antonio rivelerà che esiste una casa dalle finestre che ridono, che è la chiave per decifrare il mistero;  la sera successiva appena l’amico deciderà di rivelargli la storia, verrà ucciso da un’entità sconosciuta.

Con una scusa, l’alberghiera sfratta Stefano, e grazie a Lidio (Pietro Brambilla), il chierichetto della chiesa, trova riparo in una vecchia casa di campagna di proprietà di una signora paraplegica e sola. Stefano per scoprire il grande mistero che il paese nasconde, trascinerà prima la nuova e bella maestra della scuola Francesca, poi il tassista “ubriacone” del sindaco Coppola (Gianni Cavina) che stufo dei suoi compaesani deciderà di aiutarlo. Proprio quando Stefano inizia a risolvere il complesso puzzle della storia arriva il finale più terrificante (e geniale) che il genere thriller italiano possa ricordare.

Girato con un modesto budget e da uno staff di sole 11 persone, La casa dalle finestre che ridono con gli anni è divenuto un vero film cult del genere, rappresentando il classico esempio di pellicola low cost di grande successo. Il punto forte è la sceneggiatura, ben studiata fin dai minimi dettagli, non tralasciando punti interrogativi in tutta la trama, mantenendo, grazie anche alla regia, la suspance e il mistero necessario per rendere l’effetto voluto da Avati.

La pellicola è stata girata nella bassa Padania, ovvero nel Ferrarese e nella zona di Comacchio. Sebbene Avati inizialmente aveva pensato di girarlo in America, per motivi di budget optò per zone più vicine alla sua Bologna. Che sia casualità o no, la scelta di usare la zona di Comacchio come location si rivelò azzeccata. Se il film crea moliassima tensione, è anche grazie al mistero che la zona padana crea, mostrandosi isolata dal mondo civile, come se oltre a quelle terre non ci fosse altro. Il paese rappresenta un mondo a parte, dove le faccende che accadono rimangono solo in quella determinata zona.

Lino Capolicchio interpreta Stefano, giovane restauratore in ricerca di un riscatto lavorativo. Dall’apparenza ingenua e per bene, nel proseguire della trama si mostrerà un amante del pericolo e coraggioso. L’interpretazione di Capolicchio nella sua complessità è ben recitata, mostrando tutti i lati di una persona coinvolta in un mistero fin troppo pericoloso. Da non sottovalutare le interpretazioni minori che hanno reso il film celebre. L’amico Antonio interpretato da Giulio Pizzirani ha davvero reso il suo personaggio tra i più particolari, in grado con la sola capacità degli sguardi e degli occhi di rappresentare la paura e il pericolo che Stefano sta andando incontro. L’ubriacone Coppola interpretato da Gianni Cavina, uno dei sceneggiatori, rende magnificamente un personaggio inizialmente marginale e che piano piano diverrà fondamentale per Stefano. Il chierichetto interpretato da Pietro Brambilla è un altro tassello importante per tenere alto il mistero della trama, personaggio dalle mille facce. Tra alti e bassi le altre interpretazioni reggono la trama senza particolari problemi, ricordando che il budget per la pellicola era molto contenuto.

Pupi Avati con La casa dalle finestre che ridono ha dimostrato che con la sola sceneggiatura si può realizzare un ottimo thriller seppur con mezzi economici modesti. Come per Avati anche altri film cult come Halloween – La notte delle streghe (1978) di Carpenter e Non aprite quella porta (1974) di Hooper hanno confermato questa tendenza.

Nel 1983 Pupi Avati e suo fratello tentarono il gran ritorno nel mistery horror con Zeder (1983), senza però raggiungere il successo del precedente. Con il suo intreccio di mistero e dalle capacità camaleontiche dei suoi interpreti, La casa dalle finestre che ridono per il cinema italiano è l’ultimo atto di un genere deceduto, che ritornerà alla ribalta a singhiozzi negli anni successivi senza però raggiungere i livelli del film di Avati.

Di Carlo Sampogna

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