Per chi non lo conoscesse, questo quadro vi dirà già molto di che personaggio abbiamo davanti. Non un classico demistificatore, bensì il capostipite degli espressionisti viennesi, oltre che preferito di Klimt che lo seguirà fin dalle sue prime mostre e lo indirizzerà verso il successo. Lo stesso Egon Schiele gli sarà vicino fina alla sua morte, ritraendolo sul suo letto negli ultimi attimi di vita nel febbraio del 1918, inconscio che quell’ottobre lo avrebbe raggiunto a miglior vita.

Egon Schiele fece ciò che molti contemporanei provano a fare costantemente con risultati meno graffianti: semplicemente sorprese. A Vienna, città borghese per eccellenza, i primi del novecento sono rivoluzionari. I grandi cambiamenti introdotti da Freud con la psicoanalisi aprono un mondo interiore fino a quel momento solamente immaginato. E in pittura Klimt e Schiele rappresentano l’ Art Nouveau e l’ Espressionismo. Tempi di grandi rivoluzione nel cuore viennese insomma, soprattutto culturale.

Cardinale e Suora, 1912, Egon Schiele

Cardinale e Suora, 1912, Egon Schiele

Il quadro si intitola “Cardinale e suora” anche se l’autore amava chiamarlo “Carezza”, ed è del 1912. Sicuramente ci sono molti punti in comune con il bacio di Klimt, può definirsi una ripresa in chiave caricaturale del precedente dipinto. D’altra parte è un operazione molto comune la riproposizione di quadri dei proprio maestri. Ma a differenza di come si possa pensare Schiele fu molto autonomo nelle sue opere, e tremendamente sincero nei suoi quadri. In molti dei suoi quadri si denota già dal tratto una nevrosi e le angosce che affiorano dal profondo dell’animo dell’autore.

Il quadro rappresenta un momento intimo tra un cardinale e una suora. In primo piano c’è la suora di spalle inginocchiata in un abito nero e davanti a lei vi è un cardinale nella stessa posizione ma in un abito giustamente rosso. Lo sfondo mantiene delle tonalità scure, tendenti al blu, ed è ignoto, non descrive un posto esatto. Il volto della suora e girato verso l’osservatore, ha uno sguardo colpevole, come se temesse di essere colta sul fatto o di essere osservata. Il cardinale a sua volta se ne frega e mantiene lo sguardo fisso sulla donna, prima che suora. Con una mano sulla spalla destra la richiama a se, come per evitare inutili ripensamenti. Le gambe con particolare attenzione sui piedi rappresentano un punto importante dell’estetica dell’autore. Come anche le mani in altri dipinti, i piedi in questo caso rappresentano tutta la sofferenza dell’autore. E’ il tratto che denota questa sensazione.

La scelta dei colori è volutamente un contrasto forte, il rosso sul nero, due differenze cromatiche così decise e marcate. Rappresenta la differenza dei due atteggiamenti dei protagonisti, ma serve ad introdurre nel quadro una tensione palpabile, un rapporto di dualità. Per quanto riguarda il paragone con il bacio di Klimt è da notare la differenza d’uso del colore per quanto riguarda i contorni, dove nel primo sono ben delineati o comunque accentuati tramite tratti, mentre in Schiele sono delineati solo dal colore e non da segni estranei. Inoltre una somiglianza decisa tra i due quadri da notare è senza dubbio la posizione dei due protagonisti. Ma c’è una grossa differenza in Schiele, dove i canoni della prospettiva non sono rispettati, infatti le reali posizioni degli abiti e dei protagonisti stessi sono quasi incomprensibili. Lo stesso autore si giustifica dicendo “E’ un delitto porre dei vincoli ad un artista, sarebbe come uccidere una vita nascente” come a voler dire che ognuno disegna come vuole, e come pensa sia giusto in quel momento.

In finale c’è lo sfondo sociale del quadro. E’ un chiaro attacco alla società viennese e in particolare alla bigotta e ipocrita classe borghese. Decide così, senza troppi fronzoli, di attaccarla tramite l’immagine di un amore proibito, sacrilego, che rappresenta se stesso in fondo (il volto del cardinale sembra essere proprio lui mentre la donna sarebbe la sorella). Quello che rappresenta è un amore privo di falsi moralismi, aleatorio per definizione.

Il bacio ben più famoso di Klimt verrà sempre accostato al quadro di Schiele, un artista che ha saputo fare nella sua brevissima vita, oltre trecento dipinti, una produzione estenuante che ha adoperato come valvola di sfogo del suo Io più profondo. Artista di una sensibilità fuori dal comune capace di mettersi a nudo con un quadro. Ha imparato la lezione di Klimt, e non solo ha appreso, ha saputo reinterpretare in maniera personalissima la doctrina del maestro, riuscendosi a distaccare, creandosi così uno spazio incolmabile senza di lui nella storia dell’espressionismo viennese.

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