Oh, se voi foste lui!

Si muove in una Pietroburgo vuota, deserta – con la primavera tutti si sono trasferiti in dača – il celebre sognatore protagonista de Le notti bianche (1848) di Dostoevskij. Ed egli la sua città la conosce tutta, intimamente; conosce ogni palazzo: «Quando cammino, è come se ognuno di essi mi corresse incontro per la strada, mi guardasse da tutte le finestre e quasi dicesse: “Salve; come va la salute? anch’io sto bene, grazie a Dio, e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano”. Oppure: “Come va la salute? domani cominceranno a restaurarmi”» [1]. È in questo scenario – in parte naturalmente, grazie al fenomeno della notte bianca – immaginifico, che il sognatore dostoevskiano vive le quattro notti più importanti, gioiose e al tempo stesso drammatiche, della sua vita.

Come il suo nero erede, l’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo (1864) [2], anche il sognatore è un uomo artefatto, costruitosi sui libri, in particolar modo su libri romantici (e tra tutte le opere di Dostoevskij questa è in assoluto la più romantica e, di conseguenza, la più banalizzata, o meglio, volgarizzata). In quanto tale, il sognatore è completamente avulso dalla realtà. Solo – obbligatoriamente solo; la solitudine è conditio sine qua non del sognatore – sembra vivere in un altro mondo rispetto a tutti gli altri suoi simili – simili biologicamente, niente di più -. Rispetto alla moltitudine, di cui pure non si dimostra ostile – non è un misantropo, non ancora -, egli è differente. L’«improvviso» [3] ingresso del sognatore nella realtà, e, più in generale, nella vita, la vita vera, avviene grazie all’incontro, sul lungofiume, con la giovane Nasten’ka, in attesa del ritorno in città del suo promesso sposo. I due trascorrono insieme, sempre sulla stessa panchina, notti d’attesa e di speranza, in perpetua oscillazione tra l’entusiasmo e lo sconforto.

Durante il loro primo, «improvviso» incontro, Nasten’ka pone al sognatore una condizione: «”in primo luogo (ma siate buono, fate quel che vi chiedo, – vedete, vi parlo con franchezza), non vi innamorate di me… Non si deve, vi assicuro. All’amicizia sono pronta, eccovi la mia mano… Ma non dovete innamorarvi, per favore!”» [4]. Il sognatore accetta, giura, ma qualcosa dentro di lui è accaduto subito, nel momento stesso in cui ha scambiato la prima parola con la donna. L’amore è la conseguenza più ovvia e naturale in un uomo inesperto della realtà, della vita, disabituato a qualunque relazione interpersonale, e sopratutto con una donna. Il sognatore, solo, irriducibilmente solo, appena ha a che fare con una donna, una donna vera, e non astratta, una donna di carne, sangue e ossa, e non irreale come le innumerevoli figure femminili che affollano le sue irrefrenabili fantasie, si getta a capofitto tra le sue braccia, incapace di comprendere la sua inadeguatezza, si concede a lei totalmente, non meno invasato di un demòne. La conclusione è scritta: la caduta, la disfatta. Ma, come sempre accade in questi casi, c’è un momento – e questo momento rende tutto più doloroso e drammatico – in cui questo amore, questa indefessa e sciocca passione sembra potersi davvero concretizzare.

Durante la quarta notte Nasten’ka è presa dalla disperazione per il mancato incontro con il promesso sposo, che pure è a Pietroburgo da qualche giorno. Allora reagisce rinnegandolo e appigliandosi al devoto sognatore, che intanto le ha confessato tutto il suo libresco amore: «”Ecco”, iniziò con voce debole e tremante, ma nella quale d’improvviso risuonò qualcosa che mi si piantò direttamente nel cuore e dolcemente lo fece dolere, “non pensate che io sia così incostante e volubile, non pensate che io possa tanto facilmente e in fretta scordare e tradire… L’ho amato un anno intero e giuro su Dio che mai, mai neanche col pensiero gli sono stata infedele. Lui questo l’ha disprezzato, ha riso di me, – Dio sia con lui! Ma mi ha mortificata e ha offeso il mio cuore. Io – io non lo amo, perché posso amare solo ciò che è generoso, che mi capisce, che è nobile; perché anch’io sono così, e lui non è degno di me, – ebbene, Dio sia con lui! Meglio ora che essere delusa in seguito nelle mie aspettative e scoprire che era così… Be’, è finita! Ma chissà, mio buon amico”, continuò stringendomi la mano, “chissà, forse tutto il mio amore è stato un inganno dei sensi, dell’immaginazione, forse è cominciato come uno scherzo, come una sciocchezza, perché ero sotto sorveglianza della nonna? Forse devo amare un altro, e non lui, non un tipo del genere, un altro, che abbia compassione di me e, e… Be’, lasciamo stare, lasciamo stare”, si interruppe Nasten’ka. soffocata dall’emozione, “volevo solo dirvi… volevo dirvi che se, nonostante il fatto che lo amo (no, lo amavo), se, nonostante questo, dite ancora… se sentite che il vostro amore è tanto grande che può alla fine eliminare dal mio cuore il precedente… se voi vorrete avere pietà di me, se voi non vorrete lasciarmi sola al mio destino, senza conforto, senza speranza, se voi vorrete amarmi sempre come mi amate ora, allora giuro che la riconoscenza…  che il mio amore sarà alla fine degno del vostro amore…”» [5]. Forse per la prima volta nella sua vita, il sognatore conosce la felicità, la vera felicità, ma dura poco. Perché infatti, nella stessa notte, ecco presentarsi il promesso sposo di Nasten’ka, e lei si getta tra le sue braccia.

Tutto è finito per il sognatore. Tutto. Restano le sincere, ma crudeli, ironicamente crudeli parole di Nasten’ka: «”Oh, se voi foste lui!”» [6]. Qualcosa si spezza per sempre nel sognatore – forse neanche più definibile tale -, quest’uomo formatosi ed esauritosi in fretta, nel giro di quattro notti. E la sua frase che conclude il racconto – «Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo?…» [7] – non è che il goffo e sciocco tentativo di aggrapparsi all’ultima, fragilissima illusione.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche, trad. it. di Luisa De Nardis, in F. Dostoevskij, Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 26.

[2] È assolutamente necessario in questo caso avere ben presenti i momenti in cui sono state composte le due opere: Le notti bianche sono precedenti all’esecuzione-farsa e ai quattro anni di prigionia di Dostoevskij in Siberia (dal 1850 al 1854), le Memorie dal sottosuolo successive. E nella vita del grande scrittore russo l’esperienza della detenzione si impone come vero e proprio tirocinio letterario oltreché esistenziale, che porta ad un radicale mutamento tematico-stilistico, come emerge analizzando le differenza tra Le notti bianche e le Memorie dal sottosuolo, libri per molti aspetti parenti. Si consideri, a mero titolo esemplificativo, l’opposto giudizio su Pietroburgo, prima città favolosa, parlante, poi «astratta» e «premeditata», infangata, insozzata dalla malsana neve bagnata. Per un approfondimento sulle Memorie si veda l’articolo Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima e seconda parte.

[3] Termine tipicamente dostoevskiano, che ricorre innumerevoli volte, e non solo in questa opera, ma nell’intera produzione del grande scrittore russo. Cfr. I. Verč, Vdrug. L’improvviso in Dostoevskij, Editoriale Stampa Triestina, Trieste 1977; E. Etkind, Il pensiero e la parola in Dostoevskij, in AA.VV., Dostoevskij e la crisi dell’uomo, Vallecchi Editore, Firenze 1991.

[4] Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche, op. cit., p. 32.

[5] Ivi, p. 56.

[6] Ivi, p. 59.

In copertina: Il’ja Repin, Ritratto di Garšin, 1884.

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