Rappresentare una natura umana pienamente bella. È questa l’idea grandiosa che ispira a Dostoevskij L’idiota, come spiega egli stesso nelle due fondamentali lettere al caro amico Apollon Nikolaevič Majkov e all’adorata nipote – alla quale peraltro dedica il romanzo – Sof’ja Aleksandrovna Ivanova del 31 dicembre 1867 (12 gennaio 1868 secondo il calendario gregoriano) e del 1 (13) gennaio 1868 [1]. Su questa idea il grande scrittore russo modella uno dei suoi personaggi più celebri, l’indimenticato ed indimenticabile principe Lev Nikolaevič Myškin.

Di tale bellezza morale, caratteriale, Dostoevskij fornisce alla nipote degli esempi. A livello storico, è esistito un solo uomo pienamente bello, Cristo, mentre a livello artistico spicca su tutti Don Chisciotte (lo scrittore cita inoltre il Pickwick di Dickens ed il Jean Valjean di Hugo, comunque non all’altezza del grande personaggio di Cervantes).

Ora, come definire questa bellezza che accomuna Cristo, Don Chisciotte ed il principe Myškin? In tal senso, ritengo che possa essere utile ricorrere ad un testo di Dostoevskij poco noto, ma straordinariamente significativo: Pensieri sulla morte e sull’immortalità, una serie di appunti risalenti al 16 aprile 1864. Il giorno successivo alla morte della prima moglie, Màrija Dmìtr’evna, mentre veglia il cadavere della donna steso su una tavola, come vuole la tradizione russa (e nella stessa identica situazione si troverà il protagonista del racconto La mite), lo scrittore annota delle riflessioni di capitale importanza, centrali all’interno del suo pensiero. Nella fattispecie, mi riferisco al seguente passo:

«Màša distesa sulla tavola. La rivedrò io mai? Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale eterno sin dall’inizio dei tempi, quell’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve» [2].

È ciò che fanno Cristo e Don Chiosciotte, ed è ciò che farà il principe Myškin: donare il proprio io interamente a tutti, senza riserve né distinzioni (caso emblematico è quando il principe, durante la prima visita a casa Epančin, in attesa di essere ricevuto dal generale, si intrattiene con il cameriere parlandogli della pena di morte), senza temere l’altrui giudizio, l’altrui dileggio.

Dell’idea che gli ispira L’idiota Dostoevskij, nella sopracitata lettera a Majkov, si dichiara addirittura innamorato (testuali parole), e, di riflesso, è proprio l’amore ad imporsi come tematica dominante e dunque motore dell’intera vicenda. L’idiota, scrive Pacini, «è anzitutto un romanzo sull’amore, sulle varie specie di amore: c’è l’amore-compassione di Myškin per Nastas’ja, un amore asessuato, non-possessivo, e l’amore possessivo, sensuale, violento di Rogožin per la stessa donna; c’è l’amore ingenuo, quasi infantile di Aglaja per Myškin, un amore apparentemente “normale”, ma non privo di un suo carattere possessivo ed esclusivo che la induce anche a odiare la sua “rivale”; c’è l’amore come passione volgare di Tockij e del generale Epančin che fanno i loro calcoli, il primo per liberarsi di Nastas’ja e il secondo per conquistarne le grazie; e soprattutto c’è Nastas’ja, il personaggio femminile più commovente e addirittura straziante creato da Dostoevskij, l’unico che abbia veramente compreso Myškin e che lo ami di un amore totalmente disinteressato e disposto al sacrificio» [3].

Ed è proprio attraverso il tema dell’amore, sviluppato fino al suo esito più estremo e drammatico, che Dostoevskij sancisce il fallimento della bellezza, la bellezza morale, caratteriale di Myškin e la bellezza fisica di Nastas’ja. Quest’ultima, ad un passo dall’altare, abbandona il principe e fugge a Pietroburgo con Rogožin. Avviene allora ciò che Myškin anticipa più volte nel corso del romanzo (e già nelle primissime pagine, quando alla domanda dell’arrivista Ganja se Rogožin sposerebbe Nastas’ja risponde così: «Anche domani, credo. Sì, la sposerebbe, ma dopo una settimana, sarebbe capace di sgozzarla»): Rogožin uccide Nastas’ja.

Entrarono nello studio. La stanza era molto diversa da quella vista dal principe la prima volta che era stato lì. Una pesante tenda di seta verde era tesa da una parete all’altra e separava l’alcova dove si trovava il letto di Rogožin. Era molto buio. Le notti bianche di Pietroburgo volgevano al termine e, se non ci fosse stata la luna piena, sarebbe stato molto difficile distinguere le cose che si trovavano in quella stanza. Anche il viso del principe e quello di Rogožin si intravedevano a malapena. Rogožin, come al solito, era pallido; i suoi occhi infiammati fissavano il principe, immobili.
«Dovresti accendere una candela», suggerì il principe.
«No, non serve», rispose Rogožin che, tirando il principe per un braccio, lo costrinse a sedere. Poi si mise a sedere di fronte a lui e avvicinò la sua sedia finché le sue ginocchia non toccarono quelle del principe. Fra di loro, spostato di lato, c’era un tavolino rotondo.
«Mettiti seduto, riposiamoci un po’», disse Rogožin.
Seguì un silenzio.
«Ho pensato che ti saresti fermato proprio in quell’albergo», disse Rogožin, come se, prima di toccare l’argomento principale, avesse voluto soffermarsi su alcuni particolari irrilevanti. «Ed entrando nel corridoio, mi sono detto: strano come, in questo momento, forse lui sta cercando me esattamente come io cerco lui. Sei stato dalla vedova del professore?»
«Sì», riuscì a dire il principe, con il cuore che gli batteva all’impazzata.
«Me l’immaginavo. “Lascia che parlino”, pensai. “Poi… poi lo porterò qui da me e passeremo la notte insieme”».
«Rogožin! Dov’è Nastas’ja Filippovna?», balbettò il principe, alzandosi e tremando come una foglia.
Anche Rogožin si alzò in piedi.
«È là», rispose, indicando la tenda verde con un cenno della testa.
«Dorme?».
Rogožin tornò a guardarlo fisso.
«Andiamo… Tu però… non importa. Andiamo!».
Alzò la tenda, si fermò e si girò verso il principe.
«Entra», disse.
Il principe entrò.
«È buio».
«Ma ci si vede».
«Io vedo solo… un letto».
«Avvicinati».
Il principe obbedì. Fece un passo, poi un altro… quindi si fermò e rimase a scrutare il buio per un minuto o due. Sia Rogožin che il principe tacevano. Nel silenzio di quella buia alcova si sarebbe quasi potuto sentire il battito di un cuore. Alla fine, gli occhi si abituarono al buio e fu possibile vedere tutto il letto. Non si udiva il minimo respiro. Chi dormiva aveva il lenzuolo tirato sopra la testa; e, sotto il lenzuolo, sporgeva, confusa, la forma delle membra. Tutto intorno, in disordine sul letto, sulle sedie e sul pavimento, erano sparsi dei vestiti: un abito di seta bianca, fiori, nastri. Sul comodino, presso il capezzale, scintillavano dei diamanti. Vicino ai piedi, un mucchio di merletti; e tra i merletti, sporgendo dal lenzuolo, biancheggiava la punta di un piede nudo: bianco come il marmo e spaventosamente immobile. Più il principe la guardava, più silenziosa e morta gli sembrava quella stanza. A un tratto, si udì un ronzio; una mosca volò sul letto e si posò sul guanciale. Il principe rabbrividì.
«Usciamo», e Rogožin lo condusse fuori tenendolo per mano.
Tornarono a sedere l’uno di fronte all’altro. Il principe tremava sempre più forte e, con gli occhi, continuava a cercare una risposta sul volto di Rogožin.
«Tu tremi», disse Rogožin, «tremi come quando sta per colpirti il tuo male: ti ricordi? Eravamo a Mosca… Ti succede sempre così quando stai per avere un attacco. Io, adesso, non so cosa fare con te…».
Il principe, guardandolo fisso, cercava di capire con tutte le sue forze.
«Sei stato tu?», balbettò poi, indicando la tenda.
«Io…», e Rogožin, finalmente, abbassò gli occhi.
Ancora un lungo silenzio.
«Il problema», riprese a parlare Rogožin, come se non avesse mai interrotto il discorso che aveva iniziato prima, «è che se ti prende un attacco, se ti agiti, se gridi, ti sentiranno fin dalla strada e dal cortile e capiranno che di notte c’è gente qui dentro; allora si metteranno a bussare e poi entreranno… credendo che io sia fuori. Per questo non ho acceso la candela. Quando io esco, porto con me le chiavi e per tre o quattro giorni non viene nessuno a sistemare le camere… Questo è l’ordine… Insomma, capisci, non si deve sapere che stiamo passando la notte qui».
«Aspetta… Oggi ho chiesto al portiere e alla domestica se Nastas’ja aveva dormito qui. Vuol dire che già lo sanno…».
«Hai domandato, lo so. Alla domestica ho detto che Nastas’ja era venuta ieri ma che era ripartita per Pavslovsk dopo dieci minuti. Nessuno sa che lei ha dormito qui. Ieri siamo saliti quassù pian piano, come abbiamo fatto poco fa io e te. Strada facendo, ho pensato che non le piacesse questo mistero, questa prudenza… ma mi sbagliavo! Lei bisbigliava, camminava in punta di piedi, raccoglieva la gonna perché non la si sentisse strusciare, col dito, mi minacciava che salissi piano, aveva sempre… aveva sempre paura di te. In treno sembrava una pazza e non per la paura, no… è stata lei che mi ha pregato di portarla a dormire qui. Io credevo che volesse essere portata dalla vedova del professore… e invece no! “Là”, mi ha detto, “verrà a cercarmi appena fatto giorno… nascondimi, invece; e domani, col primo treno, andiamo a Mosca e poi a Orël”. Mettendosi a letto, ripeteva sempre di voler andare ad Orël…».
«Un momento… un momento… Cosa vuoi fare adesso?»
«Tu, con questo tuo tremore, mi fai preoccupare… Passeremo la notte insieme. Non ci sono altri letti. Prenderemo i cuscini dei due divani e li metteremo qui, vicino alla tenda, poi ci coricheremo insieme. Perché quando entreranno qui cercheranno, frugheranno e… rendendosi conto di quello che è, la porteranno via. Sarò interrogato, si capisce. Dirò che sono stato io e mi arresteranno… Ebbene, che stia lì, adesso, che riposi vicino a noi… vicino a te e vicino a me».
«Sì, sì!», assentì con calore il principe.
«Vuol dire che bisognerà stare zitti e poi non permettere che la portino via».
«No, no, per nulla al mondo, assolutamente no!».
«Questo è quello che ho deciso anch’io: non bisogna cederla a nessuno. Passeremo la notte qui, quieti, in silenzio… Stamattina mi sono allontanato solo per un’ora. Verso sera, poi, sono venuto da te. Ho solo paura che con questo caldo si senta il cattivo odore… Tu lo senti?»
«Può darsi, non lo so… Certo che domani si sentirà di sicuro».
«Io l’ho coperta con una tela incerata, una buona tela americana, poi, sulla tela, ho tirato sul il lenzuolo e, vicino, ho anche aperto quattro bottiglie di Ždanov».
«Come laggiù… a Mosca?»
«Per neutralizzare l’odore, capisci… Però dovresti vederla come riposa, adesso… Domani, domani, appena fatto giorno… Ma che c’è? Non hai la forza di alzarti?»
«Le gambe non mi reggono… È la paura, lo so. Quando mi sarà passata, mi alzerò».
«Aspetta; adesso ti faccio il letto, così ti puoi sdraiare… e io mi sdraierò accanto a te, e staremo attenti… perché io, amico, non so ancora… io… ancora non so tutto… e ti avverto affinché, poi, non ti faccia impressione…».
Brontolando queste strane parole, Rogožin cominciò a fare il letto. Si vedeva che aveva pensato a questo fin dal mattino. La notte precedente aveva dormito sul divano. Ma, sul divano, non potevano entrare due persone e Rogožin voleva dormire accanto al principe a qualunque costo. Si affrettò, si affaccendò, trascinò i cuscini dei due divani vicino la tenda e, alla buona, riuscì a mettere insieme un letto. Allora si avvicinò al principe, lo prese sottobraccio con tenerezza, con dolcezza, e fece per portarlo a letto. Ma il principe riuscì ad andare a letto da solo: la paura, dunque, gli era passata. Però continuava a tremare.
«Perché, capisci», riprese Rogožin, mentre faceva sdraiare il principe sui cuscini di sinistra, che erano i migliori e, sistemandosi su quelli di destra, parlava tenendo le mani incrociate dietro la nuca, «fa un caldo infernale e si sa… l’odore… Le finestre non le apro… La mamma ha tanti di quei vasi di fiori… Li avrei voluti portare qui ma la vecchia domestica si sarebbe insospettita, perché è curiosa…».
«È curiosa», fece eco il principe.
«Forse avrei dovuto comprare dei fiori e ricoprirla? No, no… avrebbe significato deriderla».
«Senti… io…», (il principe non sapeva quale domanda volesse fare o, pur sapendolo, la dimenticava mentre provava a farla). «Senti, dimmi… con che cosa l’hai…? Con un coltello? Proprio con quel coltello?»
«Con quello, sì».
«Aspetta ancora… Volevo anche sapere… tante, tante cose… Ma tu, raccontami tutto dall’inizio, affinché io sappia… Tu avresti voluto ucciderla anche là, in chiesa… davanti all’altare? È così?»
«Non lo so, non lo so davvero».
«Non hai mai portato quel coltello a Pavlovsk?»
«No, mai. E per quanto riguarda quel coltello ti posso dire questo: l’ho preso da un cassetto della scrivania, perché la cosa è successa stamattina… verso le quattro… il coltello lo tenevo dentro un libro e… e… una cosa strana, sai! Il coltello non è… non è penetrato più di tre centimetri… al massimo quattro… sotto la mammella sinistra… e di sangue… poco, sulla camicia, un mezzo cucchiaio da tavola…».
«Questo, questo…», e il principe si sollevò sul gomito, scosso da una tremenda commozione, «questo, questo… io lo so, l’ho letto… si chiama emorragia interna. Qualche volta non esce nemmeno una goccia di sangue. Succede quando il colpo arriva diritto al cuore…».
«Zitto! Senti?», interruppe Rogožin spaventato, tirandosi su con le braccia dai cuscini. «Senti?»
«No, non sento niente…».
«Un passo… Senti? Nella sala…».
Tutti e due si misero in ascolto.
«Sento, sì…».
«Un passo?»
«Sì, un passo».
«Chiudiamo a chiave la porta?»
«Sì».
Chiusero, tornarono a distendersi, tacquero a lungo.
«Ah sì!», bisbigliò il principe in un sussurro frettoloso, come se avesse afferrato un’idea e temesse di vedersela sfuggire. «Sì, io volevo… sai… quelle carte… Mi hanno detto che tu giocavi a carte insieme a lei?»
«Ci giocavo, sì».
«E… dove sono?»
«Le ho qui», rispose Rogožin a malincuore. «Eccole».
Così dicendo, tirò fuori dalla tasca un mazzo di carte avvolto in un foglio e lo porse al principe. Il principe lo prese, titubante. Una sensazione nuova, triste e disperata gli pesava sul cuore: improvvisamente capì che in quel momento, come già aveva fatto prima, non stava dicendo quello che avrebbe dovuto dire, non stava facendo quello che avrebbe voluto fare e anche quel mazzo di carte, che lo aveva così rallegrato, non sarebbe servito proprio a niente. Si alzò e batté le mani. Rogožin giaceva immobile, come se non ascoltasse né vedesse i movimenti del principe: gli occhi, però, gli brillavano nell’oscurità ed erano immobili e sbarrati. Il principe si mise seduto e rimase a guardarlo con terrore. Passò così una mezz’ora. All’improvviso Rogožin gridò e scoppiò in una risata, dimenticando che bisognava parlare sottovoce.
«E l’ufficiale… ti ricordi, eh, dell’ufficiale? Come gli diede quella scudisciata sulla faccia, là… nella sala dei concerti… Ah ah ah! Ti ricordi? Ti ricordi?».
Il principe saltò in piedi, atterrito. Quando lo vide più calmo, gli si curvò sopra, gli sedette accanto e, col cuore che gli batteva forte, lo osservò respirando affannosamente. Rogožin non si voltò nemmeno, come se non si rendesse conto della sua presenza. Il principe aspettò, continuando a guardarlo. Il tempo passava: cominciava ad albeggiare. Rogožin, ogni tanto, brontolava ad alta voce parole sconnesse, rideva e urlava. Il principe stese una mano tremante e, dolcemente, gli carezzò i capelli e le guance… più di questo non poteva fare! Ricominciò a tremare e, di nuovo, si sentì incapace di reggersi in piedi, mentre la luce invadeva la camera. Alla fine, non sapendo più che fare, si distese sui cuscini, sfinito, e premette il suo viso contro il viso pallido e impietrito di Rogožin. Le sue lacrime scorrevano sulla faccia dell’amico ma lui, forse, non aveva coscienza che il principe stesse piangendo.
Quando, dopo molte ore, la porta venne aperta e alcune persone entrarono nell’appartamento, trovarono l’assassino completamente fuori di sé e in preda alla febbre. Il principe si era seduto accanto a lui e rispondeva ai suoi sussulti e alle sue grida con delle carezze sulla testa e sulle guance. Cercava, con questi gesti, di calmare Rogožin e di farlo tacere. Ma non capiva nulla di quello che gli domandavano, né riconosceva le persone che gli si stringevano intorno. E se lo stesso Schneider fosse arrivato in quel momento dalla Svizzera e avesse osservato il suo antico paziente, anche lui, ricordando lo stato in cui, qualche volta, cadeva il principe durante il suo primo anno di cura, avrebbe allargato le braccia desolato e, oggi come allora, avrebbe esclamato: «Idiota!» [4].

Nastas’ja muore, vittima – consapevole – del «possessivo, sensuale, violento» amore di Rogožin, mentre il principe Myškin precipita irreversibilmente nell’oblio del suo male. Tale è il triste destino della natura umana pienamente bella creata da Dostoevskij, all’altezza – se non addirittura superiore – del suo modello artistico, Don Chisciotte, ma non all’altezza del suo modello storico, Cristo. Perché, come scrive Pacini, «Myškin non è Cristo, e non può esserlo proprio perché è un uomo, un essere anche lui imperfetto, e quando la gioia gli balena davanti nell’immagine affascinante di Aglaja egli non sa resistere alla sua seduzione, esita tra l’immagine del volto sofferente di Nastas’ja e di quello radioso di Aglaja, e quella sua esitazione determina il precipitare della tragedia» [5].

NOTE

[1] Per la lettura e l’analisi delle due lettere si veda l’articolo Dostoevskij spiega Dostoevskij. L’idiota.

[2] Fëdor Dostoevskij, Pensieri sulla morte e sull’immortalità, citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, pp. 153-154.

[3] Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, op. cit., p. 130.

[4] Fëdor Dostoevskij, L’idiota, trad. it. di Federico Verdinois, in Fëdor Dostoevskij, Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, pp. 972-975.

[5] Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, op. cit., p. 130.

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