Ero nebbia, stavo per dissolvermi con l’alba e di fronte a me vedevo sparire per sempre quello che avevo amato, quello che io ero. La mia stessa energia andava svanendo, brillava lucente mentre veniva trapassata dai primi raggi del sole, eterno guastafeste. Non sapevo cosa fare, inseguire la notte per sempre o finalmente arrendermi all’invitante e caldo richiamo della vita. Non avevo mai capito per altro da quando combattevo per la notte, non è che non mi piacesse dormire, anzi, ma da qualche tempo a questa parte avevo compreso che era più semplice vivere al contrario.
Ed in quell’esatto frangente capii che giocare con il tempo è vivere più volte, ed una notte può essere una vita, dove noi non siamo altro che nebbia e come tale ci lasciamo attraversare, accarezzare, e respirare per poi dirci addio appena il calore ci avvolge.

L’ho inseguita, come dicevo, credetemi ci ho provato, ma mentre avanzavo per la strada dissestata a fatica, sapevo già che di un’addio si trattava. Inizialmente provai solo un’atroce sofferenza, come quando un uomo si accorgere di essere solo, ma successivamente questo sentimento lasciò spazio ad un inebriante odore di sogno. E’ in quel cuscino morbido e malleabile che rimangono incastrate le nostre grandi delusioni, i nostri momenti più belli, le nostre vite, rappresentate sempre in maniera distorta e sublime. In quel mondo non c’è delusione perché non c’è vita.

Così per una volta feci un passo indietro. Mi voltai verso la piazza e la torre comunale segnava le sei del mattino. Il sole era ormai nell’aria, si respirava quell’odore di delusione dopo il passaggio della vita, e osservando per strada sentii come se la festa fosse finita. Non potevo resistere a lungo, il sole mi avrebbe distrutto mentalmente e fisicamente, decisi dunque di avviarmi verso casa, con il fiato spezzato dalla commozione per la morte di un attimo.

Allungai il tragitto del ritorno, decisi di conservare per me qualche altro momento di riflessione prima di rincasare, e così passai per il parco deserto e rinato dal vigore primaverile. Mi sedetti su una panchina di fronte al laghetto, la stanchezza mi assopiva ancor di più in pensieri maledettamente tristi, quando ad un tratto come in doccia sentii picchiettare sulla testa: la più inaspettata pioggia della mia vita arrivò a lavare la mia coscienza, pronta a scivolarmi addosso come in un rito di purificazione spirituale, mi riappacificò con me stesso. Rimasi ancora qualche minuto ad osservare gli incredibili cerchi che si formavano sull’acqua con l’incessante caduta della pioggia e poi decisi che era arrivata l’ora di ritornare a casa. Non si torna mai a casa lasciando questioni in sospeso, pensai.

Gli ultimi metri che mi separavo dal letto li occupai pensando che il passato è un lutto continuo e non esiste presente. Fortunatamente il futuro era vicino e un letto caldo mi aspettava. Ero nebbia.

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