K – Sono solo dei nostri vassalli e stanno al gioco perché non possono evitarlo. Trotsky, voleva che fossimo circondati da paesi fratelli!
S – Guardati intorno Kirov! Dov’è Trotsky?
K – In una tomba a Città del Messico. Ce l’hai fatto finire tu….

Robert Conquest nella sua biografia del leader russo definisce Stalin come l’uomo che più di ogni altro ha determinato il corso del XX secolo, Trotsky lo definiva una mediocrità ma non una nullità e Kamenev solo un piccolo politico di provincia. Eppure, quell’uomo, di cui avevano una così scarsa opinione, riuscì a farli cadere nella rete della sua smisurata campagna di eliminazione. Dobbiamo però notare che nell’Unione Sovietica si diceva, come uno slogan, che Lenin è sempre con noi. Ebbene, oggi si può affermare che mentre Lenin è rimasto confinato nelle biblioteche, negli archivi, Stalin è riuscito a dominare allora ed oggi nei modi e nelle iniziative ovvero è più possente l’impronta di Stalin che di Lenin nella storia sovietica e russa attuale. Rimane misterioso però, come Stalin riuscì a non comparire come il mandante morale e effettivo dei crimini imputati allo stalinismo. Un’ipotesi sarebbe quella di analizzare storiograficamente le motivazioni di quei milioni di persone che hanno sostenuto Stalin senza battere ciglio, ma questo porterebbe ad un esito storico sicuramente negativo, poiché la via della demonizzazione che si è scelta per fornire alcune risposte è quella più errata. Infatti è fuorviante e rischiamo, raffigurando lo stalinismo come prodotto esclusivo di una mente malata, malvagia, cattiva di trovarci in una palude di soluzioni semplicistiche e superficiali. Dovremmo invece ripensare al modo con cui avvenne la transizione dallo zarismo al potere rivoluzionario. Fu transizione o fu continuità? È incontrovertibile asserire la continuità dei due periodi e negare il salto netto d’epoca sociale, questo per non parlare della caotica collisione tra vecchi e nuovi movimenti sociali e politici. I bolscevichi in sostanza si trovarono fra le mani un potere che non avevano mai avuto o conosciuto, non solo, si ritrovarono nelle mani un paese diverso da quello che avevano immaginato e teorizzato. Sta qui la tragedia della rivoluzione. Comportarsi come un uomo del popolo grezzo, volgare, gioviale era forse un modo per Stalin di aumentare intorno a lui un culto esasperato della personalità. Stalin credeva fermamente in questo ma era al contempo bravo a recitare un ruolo di guida spirituale per la classe rivoluzionaria. Ma soprattutto in Stalin si riscontrano motivi e liturgie di tipo religioso, riti della chiesa ortodossa, tradotti a seconda dei casi in un meccanismo politico e statale, non a caso la formazione culturale di Stalin aveva avuto come sede un seminario ortodosso, c’è quindi in Stalin questa liturgia dell’ortodossia militante e integralista. Stalin arriva al potere dopo Lenin, cioè dopo un leader intellettuale, e sapeva bene di non poter competere con Lenin, per questo scelse la strada più facile e ovvia della tradizione russa: uno zar assoluto come era stato prima della rivoluzione. Quindi un uomo forte e autorevole ma al contempo cinico e di poche parole, passi studiati e uno sguardo sempre lanciato oltre la platea mai guardando negli occhi dell’interlocutore. Difatti lo Stalin pubblico ricalcava lo Stalin privato: non aveva consiglieri, non conosceva le tecniche relative all’immagine, del resto l’immagine era lui, incarnava l’essere assoluto, sempre vestito allo stesso modo costruendosi di fatto un mito unico per il pubblico e per il privato. Di notevole impatto esplicativo l’aneddoto secondo il quale per far sapere che Stalin lavorasse di notte, fu prodotto un manifesto affisso in tutta l’Unione Sovietica raffigurante una Mosca al chiaro di luna, un Cremlino al buio ed una sola finestra illuminata, con la scritta “Mentre noi riposiamo Stalin veglia su di noi”. Senz’altro un’idolatrica liturgia dell’uomo.
Stalin e Trotsky non si dividono soltanto sull’opportunità di esportare la rivoluzione bolscevica. Prima di morire Lenin è stato costretto a varare alcune riforme orientate a restituire un po’ di libertà economica, soprattutto alle campagne. Per molti è una risposta obbligata ai disastri provocati dal tentativo di applicare pedissequamente i principi del socialismo all’economia.

K – Trotsky era ferocemente contrario alla politica economica. Tu invece la sostenevi, almeno in un primo tempo. Perché?
S – Fino a quando Lenin è rimasto in vita era quella la linea politica dominante e non aveva alcun senso contestarla.
K – Era stata una giusta resipiscenza! In questo caso Trotsky sbagliava avversandola.
S – Sì, potresti guardare la faccenda da questo punto di vista. La nostra economia per funzionare aveva bisogno di una certa dose di libertà, ma ammetterlo significava la nostra totale irrilevanza e bisogna dare atto a Trotsky che questo l’aveva compreso perfettamente.
K – Che cosa intendi dire?
S – E’ semplice! Facciamo una rivoluzione secondo cui bisogna mettere in comune i mezzi di produzione e non appena applichiamo alle campagne i nostri principi la produzione agricola crolla. Se questo non significa non solo l’irrilevanza del bolscevismo, ma piuttosto la sua perniciosità cos’altro significa!
K – Per questo il partito doveva prendere atto del fallimento e cambiare strada?
S – Non esisteva altra strada che non fosse quella adottata dai paesi a economia libera! La nuova politica economica era un passo indietro nella strada verso il socialismo perciò dovevamo continuare a percorrere la strada che avevamo scelto e percorrerla fino in fondo. Senza più guardarci indietro!
K – Ripetere politiche che già avevano mostrato di non funzionare che producevano soltanto fame e miseria che senso poteva avere!
S – Un unico senso! Sempre lo stesso, la sopravvivenza dello straordinario, epocale fenomeno politico a cui avevamo dato vita nell’ottobre del 1917.
K – Stai dicendo che il conflitto e la rovina avevano un rapporto con la rivoluzione?
S – Un rapporto strettissimo! Carestia, fame, rovina erano passaggi inevitabili della rivoluzione. In primo luogo perché un vecchio mondo doveva semplicemente sparire. Tutti coloro che erano contro di noi dovevano semplicemente farsi da parte. Il materialismo storico insegna che la storia non può essere fermata!
Il nemico esterno ha esaurito la sua funzione, consentendo a Stalin di superare il momento di crisi ed accedere alle sfere più alte di controllo del partito. Adesso è tempo di individuare un nemico all’interno della patria stessa. Stalin lo individua nell’Ucraina, il granaio dell’Unione stessa.

Continua…

In copertina: Kirov e Stalin a Sochi nel 1934.

Il precedente appuntamento: L’uomo d’acciaio -1.

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