K – I contadini ucraini non avevano nessuna intenzione di piegarsi alla collettivizzazione forzata della terra, così diventarono un problema.
S – Problema? E perché? Dovevano soltanto versare una quota di quello che loro terra produceva allo Stato.
K – Non una quota di quello che la loro terra produceva, bensì una quota di quello che secondo i tuoi burocrati la loro terra avrebbe dovuto produrre. Solo che indicavate valori talmente alti che i contadini non riuscivano a raggiungere la quota da versare neanche negli anni migliori!
S – E questo non lo chiami sabotare la rivoluzione?
K – No! La chiamo ipocrisia! Tu sapevi che non ce l’avrebbero mai fatta e che confiscando tutto quello che producevano li avresti ridotti a farsi fucilare per aver rubato qualche pannocchia e poi a morire letteralmente di fame… Sono morte milioni di persone a causa di questa tua scelta!
S – Ti potrei rispondere citando il mio detto preferito: “Quando c’è un uomo c’è un problema, nessun uomo nessun problema”, ma quello che tu affermi è solo un’invenzione della propaganda filo-occidentale non c’è nessuna carestia in Ucraina.
K – No, certo perché hai ordinato di negarla con ogni mezzo, di non farvi nemmeno accenno persino parlarne era un reato passibile di fucilazione.
S – Bene, ma allora se tu avessi ragione Sergej Mironovic, se davvero in Ucraina fossero morte milioni di persone, come spieghi che nel censimento successivo alla tua carestia la popolazione era aumentata.
K – Perché tu facesti fucilare tutto il personale dell’ufficio centrale di statistica che ti aveva fornito dati, sulla consistenza della popolazione, troppo bassi per le tue aspettative. Solo dopo arrivarono i dati che volevi.
S – C’è un fatto banale che ti ostini a trascurare mettendo in campo queste argomentazioni umanitarie, perché la rivoluzione vincesse per prima cosa dovevano sopravvivere i suoi fautori, almeno quelli disposti a non tornare più indietro, quelli disposti a compiere anche le peggiori infamie!
K – Lenin aveva ragione quando diceva che tu anteponevi la tua persona a qualsiasi altra considerazione.
S – Rifletti Sergej Mironovic, noi bolscevichi presi nell’insieme non avevamo nessuna possibilità di durare e imprimere un segno; figure mediocri, elevate da un colpo di stato chiamato rivoluzione, a incarichi prestigiosi che avrebbero richiesto ben altri talenti.
K – Tu ne avevi, forse, di talento? Trotsky a ragione ti ha definito come un uomo mediocre.
S – Ma non una nullità! Un uomo mediocre ma non una nullità! Ero qualcosa di più infatti, ero l’unica speranza dei bolscevichi, ero l’unico tra voi che avevamo a disposizione una sola risorsa e dovevamo darvi fondo!
K – E qual era?
S – La guerra civile… Scatenare una guerra civile contro il nostro stesso popolo, impegnare una parte dei russi, quella che si riteneva avanzata e moderna, contro quella retriva e reazionaria legata al vecchio regime zarista, i contadini. Il nuovo contro il vecchio, il centro contro la periferia!
K – È una follia!
S – Ma lucida! È soprattutto molto, molto efficace. Naturalmente prima avremmo dovuto instaurare l’idea che in Russia esistevano masse operaie capaci di far fronte a quel compito storico, dato loro dal marxismo.
K – Queste masse c’erano Iosif!
S – Sì! Forse a Leningrado dove tu le gratificavi aumentando le razioni di cibo quando come cagnolini riconoscenti aumentavano la produttività. Ma io conosco questo immenso paese meglio di te, e so che non c’erano o non ce ne erano abbastanza! In attesa di crearle avremmo sempre potuto fingere che esistessero, poi avremmo dovuto far credere che se le cose andavano storte dipendeva dalla perfida grettezza dei ricchi possidenti terrieri: i kulaki.
K – A te, bastava indicarli come sabotatori della rivoluzione e poco importa se la grande maggiore di essi, non possedeva più di due o tre mucche e una decina di ettari di terreno coltivabile per famiglia!
S – Adesso sei tu che usi le cifre Sergej Mironovic? Allora ti dirò quello che il tuo amico Trotsky confessava in privato quando parlava della produttività delle nostre fabbriche, o delle proiezioni dei piani quinquennali: l’ottanta percento dei nostri calcoli sono privi di fondamento!
K – È sempre stato tutto falso! Una menzogna avvolta in una spirale di violenza paranoica.
S – Non è un falso! È stato, invece, il primato assoluto della politica, prima di noi nessuno avrebbe immaginato che la politica, potesse dettare legge nell’ambito della scienza, dell’architettura, della fisica, tutto avrebbe dovuto rispondere ai canoni socialisti, non solo l’arte e la letteratura. E noi di quel canone eravamo gli unici interpreti!

La tipologia e lo stile di vita di Stalin al di fuori del Cremlino è difficile da delineare, poiché Stalin viveva costantemente all’interno della cittadella fortificata, la quale era concepita dallo stesso come la sua patria, la sua terra, quindi si contraddistingueva come un uomo isolato dalla società. Le scarse volte che usciva dalle stanze dei bottoni si recava nei teatri di Mosca soprattutto in uno accanto alla piazza Rossa, dove aveva un palco riservato, si narra di entrate a luci spente dove seguii, perinde ac cadaver, svariate decine di rappresentazioni de I giorni di Turbin tratto da Bulgakov. Andava anche al cinema, o per meglio dire, era il cinema che andava da Stalin perché aveva una sala riservata, sia nella dacia che al Cremlino, seguiva tuttavia la vita culturale, cercava di farsi vedere nelle grandi occasioni, accompagnato da bambini, che gli regalavano mazzi di fiori, tentava in definitiva di mostrare al popolo un volto umano, lontano dalle rappresentazioni clandestine della stampa anti-regime, di umano, però, aveva ben poco, infatti ebbe un rapporto, in buona sostanza, nullo con la moglie, a tratti tragico. Stalin si comportava con lei come un satrapo orientale, del resto non era, e non è mai stato noto, per i modi affabili e gentili, era un rozzo militare, la moglie infatti morì suicida e sulla lapide mortuaria c’è scritto “Da Stalin”. Fra i numerosi aneddoti che lo riguardano uno di questi lo vede approdare, aiutato dagli anarchici anconetani, a ventotto anni nella provincia di Ancona con una nave proveniente da Odessa per svolgere il mestiere di portiere di albergo (Roma e Pace), e poi trasferirsi a Venezia e trovare lavoro nel convento degli armeni, impegnandosi come sacrestano, rimembrando i tempi del seminario. Lo storico Conquest ha scritto che l’interesse per la personalità risiede, soprattutto, nella quantità smisurata di devastazione morale, fisica e intellettuale, a tal punto da non rilevare nessun merito. Paradossalmente gli unici meriti, se tali possono essere definiti, sono quelli che portano a criticare pesantemente la sua gestione, perché Stalin diviene l’immagine stessa del potere, nella sua dimensione centrale e periferica, riesce, per buona parte della sua presenza al potere, a far ritenere che i risultati positivi ottenuti dal paese erano il frutto della sua politica personale e che le devastazioni, invece erano da attribuire ai nemici, i sabotatori, in seguito con la vittoria del nazismo ha riportato in auge quel clima di forza che Stalin aveva cercato di imprimere al paese, obnubilando la ricerca sulle colpevolezze. Dapprima alleato di Hitler, successivamente la sua inversione di rotta è da riscontrarsi nell’attacco all’Unione Sovietica, capii in tal modo il fallimento della sua strategia e della sua politica di sicurezza, ma allo stesso tempo riuscì a fare della guerra uno strumento per la prova suprema del suo sistema; capii subito, infatti, che i sovietici si apprestavano a combattere non in nome del comunismo o del sistema sovietico, ma per se stessi per difendere la loro terra, la loro patria al di fuori del colore della bandiera e quindi questa accentuazione del carattere nazional-popolare della guerra è stato sempre il punto centrale della politica di Stalin fino al famoso discorso del 3 Luglio 1941 quando, parlando alla radio, davanti a tutta la nazione, non pronunciò la parola compagni, ma disse fratelli e sorelle, ovvero una classica maniera russa-ortodossa, di stampo religioso, per rivolgersi al popolo. Per far trionfare questo primato che Stalin incarna, che dopo l’assassinio di Kirov, da il via alla stagione delle grandi purghe, chiunque si oppone al regime viene accusato di essere un cospiratore, un terrorista o sabotatore, perfino la vecchia guardia leninista, innocui medici e semplici ebrei, nella rete cadono milioni di persone innocenti, solamente per proclamare un principio: nessuno deve sentirsi indenne dal rischio di finire fucilato, o di finire nei gulag siberiani.

K – Occorrerà molto tempo prima perché l’umanità comprenda tutte le cose abominevoli che hai fatto Iosif! E che sgherri come Ezov e Berija hanno coperto, ma quello che è incomprensibile, e che forse lo rimarrà per sempre, è come tu sia riuscito a far digerire al proletariato mondiale le cose abominevoli che hai fatto alla luce del sole.
S – Di cosa parli Sergej Mironovic?
K – Del patto che nel 1939 hai sottoscritto con i nazisti, con loro eravamo già venuti ai ferri corti in Spagna in una lotta per la vita e la morte. Ed ora tu, come fosse niente, spiazzavi tutti, e ti alleavi con loro senza suscitare un minimo di critica, di domande.
S – È stata una mossa tattica, quell’alleanza non ha avuto altro significato che farci prendere tempo e rinviare la guerra, ecco perché l’abbiamo chiamato patto di non aggressione.
K – Questo è quello che la propaganda ha raccontato dopo, per giustificare la tua scelta! Quando ormai la Germania era sconfitta e il nazismo finito, ma nel 1939 non potevi sapere quello che sarebbe successo, avevi avuto parole di elogio per Hitler e i suoi metodi, soprattutto avevi dichiarato, che in fondo comunismo e nazismo erano destinati abbracciare il mondo, che gli estremi si toccano!
S – Parole di circostanza! Che si usano normalmente in diplomazia.
K – Un’arte in cui non eccelli, o forse per una volta, una sola volta, l’espressione del tuo vero pensiero in fondo per te la condizione ideale nel 1939 era rimanere in attesa e vedere cosa sarebbe successo, come Mussolini! Alla fine avresti potuto schierarti dalla parte del vincitore.
S – No, no! Perché noi eravamo la preda designata dei nazisti, l’attacco era certo potevamo solo tentare di rinviarlo, di prendere tempo, per armarci e prepararci.
K – Se eri così certo che i nazisti ci avrebbero attaccato, perché fosti così sorpreso e sconcertato e cadesti nel panico più totale quando accadde veramente?
S – I tedeschi ci scagliarono contro le loro forze migliori, la gran parte del loro impegno militare fu profusa contro di noi, subimmo perdite enormi.
K – Causate dai tuoi errori! Quello che tu chiami primato della politica ti ha fatto sentire un grande stratega e ti ha spinto ad ignorare i pareri dei comandanti militari, la tua magia poteva funzionare all’interno del paese, avevi eliminato ogni contraddittorio, ma alla prova della realtà si sbriciolava come gesso!
S – Sì, ci furono dei momenti drammatici all’inizio della guerra, ma io non li ho nascosti, anzi ho il merito di averli denunciati con forza!
K – E ancora una volta li attribuisti ai sabotatori, ai disfattisti, agli errori degli strateghi che in realtà avevi esautorato completamente! Così i nostri soldati furono accerchiati!
S – Non potevamo più ritirarci, confidando nel nostro immenso territorio! Più ci ritiravamo più perdevamo uomini, potenziale agricolo e industriale! Tutto era causa della mancanza di disciplina!
K – Era stata una tua scelta! Forse perché volevi imitare Napoleone, con risultati catastrofici! Nella breccia aperta al fronte i nazisti avanzarono fino al Volga.
S – Ma dopo li fermammo, e Stalingrado diventò la loro tomba!
K – Solo perché a quel punto lasciasti ai militari la condotta della guerra, furono i generali a salvare l’Unione Sovietica, non tu! Troppo intento a distruggere le ultime sacche di resistenza nelle forze armate, hai fatto uccidere un terzo degli ufficiali dell’Armata Rossa, più di quelli polacchi sterminati nelle Fosse di Katyn!
S – Dovevo essere certo che avrebbero obbedito ad ogni mio ordine! Comunque la strategia non esaurisce la responsabilità del comando politico, occorreva suscitare un forte spirito nazionale ed io l’ho incarnato, tutto il resto non importa. Per questo, tutti ancora mi attribuiscono il merito di aver condotto e vinto il più immane scontro che il nostro popolo abbia mai affrontato!

Il 5 marzo 1953 dopo una lenta agonia Stalin muore. Al suo funerale partecipano oltre un milione di persone adoranti che continuano a vedere in lui la guida dell’umanità. La morsa non si allenta, anzi, inizia una nuova ondata di violenza intesa ad impedire qualsiasi discontinuità dal regime da lui creato. Dovranno passare diversi anni prima che sia possibile denunciare i crimini commessi durante la sua era. In termini di vite umane il retaggio è di circa 700mila persone giustiziate dopo sentenza sommaria, le vittime dei lager e delle carestie oscillano fra i 6 e i 7 milioni. Malattia o complotto? I dubbi intorno alla morte di Stalin, non ruotano intorno al perché bensì al come e soprattutto da chi possa essere stato ucciso. Difatti è molto fondata l’ipotesi di una fine non naturale, ci sono molte versioni, tutte credibili, ma pur sempre versioni che non trovano dei riscontri precisi e fattuali nella documentazione disponibile in questo momento. C’è stato un ritardo nell’annuncio della morte, secondo alcuni addirittura di 4 giorni, infatti l’annuncio ufficiale è del 6 marzo quando la radio di Mosca interrompe le trasmissioni, dopo aver dato notizie sulle condizioni di salute di Stalin, per divulgare che il 5 marzo alle 21:50 Stalin è morto. Questa è la storia. Ci sono però, versioni incredibili al riguardo, c’è la versione di Ilja Grigorevic Erenburg che parla di un attacco di cuore che Stalin ha il 28 febbraio, ci sono altre versioni, tra le quali quella di Krusciov, che parlano di una malattia improvvisa scatenatasi nella dacia di Stalin fuori Mosca, altri parlano di un malore nel palazzo del Cremlino. Addirittura si parla di un attore che avrebbe preso il posto di Stalin, poiché temeva di essere ucciso, comunque Stalin muore e passa alla storia come una morte naturale. Oggi escono altre versioni che parlano di avvelenamento, di responsabilità diretta di Berija e di Krusciov, i quali avrebbero complottato insieme per la morte di Stalin. Infatti, immediatamente dopo la morte di Stalin, Berija e Krusciov si autodefiniscono, e si proclamano, gruppo leninista del nuovo comando, contribuendo, contemporaneamente alla morte fisica, anche a quella politica.

Gli appuntamenti precedenti: L’uomo d’acciaio – 1 L’uomo d’acciaio – 2.

In copertina: Kirov e Stalin a Sochi nel 1934.

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