Il Complesso del Vittoriano di Roma, una delle più importanti sedi espositive della Capitale e d’Italia, dedica a Mario Sironi una grande mostra; inaugurata lo scorso 4 ottobre 2014, resterà aperta al pubblico fino all’8 febbraio 2015.

Mario Sironi, Il ciclista, 1916

Mario Sironi, Il ciclista, 1916

Con questa esposizione che comprende 90 dipinti oltre a bozzetti, riviste, illustrazioni e che copre l’intero arco della lunga attività artistica del pittore sardo, il Vittoriano conferma la propria attenzione verso la pittura italiana del XX secolo proseguendo un percorso iniziato nel 2012 con Renato Guttuso e che prevede nei prossimi mesi, nella primavera del 2015, una retrospettiva dedicata ad un’altra figura chiave della nostra pittura, Giorgio Morandi. Il percorso della mostra vuole ricostruire la complessa attività del pittore percorrendo tutte le fasi della sua lunga attività, dagli esordi di matrice simbolista e da una breve fase divisionista agli inizi del secolo, alle grandi stagioni del futurismo e della metafisica; poi ancora dal gruppo “Novecento Italiano” alle grandi pitture murali, fino all’ultima, estrema, fase nel secondo dopoguerra.

I primi incontri di Sironi con i futuristi Balla, Boccioni e Severini, avvengono a Roma alla scuola di nudo dell’Accademia di Belle Arti. L’inserimento ufficiale nel gruppo è del 1915 poco dopo il trasferimento a Milano. Così scrisse Marinetti a Severini a proposito della cooptazione: “Ti avverto che abbiamo deciso, tutti d’accordo (Carrà, Balla, Boccioni ed io) di annoverare tra i pittori futuristi del gruppo dirigente l’amico tuo nostro Sironi da te e da noi molto stimato già da tempo”.

L’adesione al futurismo ed alla sua pittura che cerca di cogliere sul piano bidimensionale il movimento ed il dinamismo, fu però per Sironi soprattutto un’esigenza di rinnovamento culturale piuttosto che un’adesione formale; come scrive Valsecchi “la violenza riduttiva delle squadrature sironiane è proprio in antitesi col senso di moto, e l’immagine che ne deriva è piuttosto un’affermazione di energia chiusa, di presenza monumentale”. La scomposizione attuata nella pittura sironiana si avvicina in questi anni forse più al cubismo o, per il forte senso dei volumi che sarà una costante per tutta la sua vita, alla scultura di Boccioni.

Intorno al 1917 nella pittura di Sironi ci sono echi della metafisica anche se come specifica sempre Valsecchi, “l’irruenza così piena, così fisica delle immagini, la saldezza della loro rude plasticità rendono impossibile ogni trasformazione ironica, ogni slittamento dalla loro fisicità in un’aria di simbolo o di magia”.

Il percorso di Sironi pur nel dialogo serrato che proseguirà negli anni con i maggiori protagonisti delle avanguardie e della scena artistica, resta fortemente autonomo ed unico; nell’artista convivono una adesione ai modi della pittura antica, una sorta di “primitivismo” classico ed ordinato ma anche una forza drammatica ed espressiva che lo avvicinano ad artisti dell’espressionismo tedesco come Permeke od alla intensa spiritualità di Roualt.

Mario Sironi, Paesaggio urbano, 1928

Mario Sironi, Paesaggio urbano, 1928

Nel 1922, in una fase di maggiore resa realistica, Sironi aderisce al “Gruppo dei sette pittori moderni” (Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Tosi) che poi formerà il gruppo del “Novecento”. Gli anni trenta sono caratterizzati dal forte interesse nel rapporto tra pittura ed architettura che porterà l’artista a collaborare con gli architetti Muzio e Ponti.

Sironi abbandona la pittura a cavalletto e sposta la sua attenzione sulle grandi opere murali quali “L’Impero”, “Lo studente”, “Il lavoratore“. A tal proposito Elena Pontiggia, curatrice della mostra: “Per Sironi l’affresco era il punto più alto dell’arte, ha una dimensione di monumentalità che al pittore stava molto a cuore, perché attraverso il ‘far grande’, diceva, non si possono esprimere sentimenti piccoli, minuti, intimisti, legati solo all’Io dell’artista. La pittura murale non è destinata alla vendita, alle esposizioni in mostra, non è destinata al mercato, al ricco collezionista, ma si incontra per le strade: è un’arte per il popolo”.

Proprio le opere monumentali come “Il lavoratore” (1936) e “L’Impero” (1936), saranno il vero cuore della mostra, perché, come spiega ancora la curatrice, “la grandiosità di quella che, non per caso, è chiamata Città Eterna influenza profondamente la sua concezione dell’arte. L’ideale della Grande Decorazione che Sironi coltiva negli anni trenta si forma in lui ben prima di quegli anni (e ben prima del fascismo), guardando l’Arco di Tito e il Colosseo, la basilica di Massenzio e la Colonna Traiana, il Pantheon e le Terme di Caracalla, gli affreschi di Raffaello e di Michelangelo”.

Dopo un intenso impegno di promozione e di integrazione delle arti che lo portò ad animare la scena artistica nazionale e internazionale, nel secondo dopoguerra, la delusione storica costrinse Sironi ad un isolamento al cavalletto per un’ultima intensissima fase espressiva. A proposito degli ultimi anni di attività dell’artista, Cavallo commenta “L’uomo, abitante di un pianeta perduto fermato con scrittura veloce, pennellata grassa, corposa, ordita di tonalità seriche e di grigi pomice, di azzurri freddi come lame. Sironi tenta di cogliere quel travaglio di immagini e spettri che si dispongono in un progetto di allegoria moderna, ritraendo un’esistenza effimera con gli occhi fissi all’eterno”.

Con questa grande mostra l’intenzione degli organizzatori è quella di far conoscere meglio un artista di statura europea, un pittore complesso, profondo, di fruizione non immediata, dalle tinte cupe e dolorose. Chiudo questa presentazione con quel che di lui diceva Picasso: “avete un grande Artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”.

Articolo a cura di Sigfrido Millequadri

Immagine di copertina: Mario Sironi, Autoritratto, 1910

 

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