Per un giovane studente di Lettere assetato di moralità come Carlo Michelstaedter, in un’epoca dominata dal modello dannunziano, la scoperta di Tolstoj è un formidabile toccasana. In tal senso, è particolarmente significativo che tra i pochissimi testi pubblicati in vita da Michelstaedter – autore completamente postumo – si trovi proprio un articolo dedicato al grande scrittore russo, pubblicato sul «Corriere Friulano» del 18 settembre 1908, in occasione degli ottant’anni di Tolstoj. Leggiamo questo preziosissimo documento.

Dalle masse oscure degli umili, oppressi dalla grave macchina di tutte le istituzioni civili dell’impero russo, dalle file dei martiri che dànno l’ingegno e la vita per scuoterne la compagine, da ogni città e da ogni borgo dell’impero sterminato, sale una parola d’affetto e di commozione in questi giorni a onorare il poeta e l’apostolo del popolo, a onorare Leone Tolstoi. E questo amore, che unisce e solleva il popolo russo, cinge intorno al capo del vecchio un’aureola di splendore ideale. Infatti quale altro premio poteva egli desiderare per sé se non questa unanime corrispondenza di affetto all’inesauribile tesoro d’amore che egli ha dato ai suoi fratelli russi, ai suoi fratelli di tutta la terra? Leone Tolstoi compì in questi giorni ottanta anni – questo è un fatto che i documenti provano e che interessa la storia; ma io vedo il vecchio possente con la candida barba e i capelli agitati dal vento e la faccia volta al sole, ritto e solo in mezzo alla pianura sterminata, e mi chiedo se quest’uomo può avere un’età, se quella sua forza sempre uguale di evoluzione verso un ideale lontano, quel suo «divenire» morale non costituiscano una giovinezza più durevole che ogni più reale giovinezza.
Guardiamo intorno a noi: da ogni parte la moltitudine degli «arrivati», di coloro che si trovano sulla «retta via che conduce – come dice Tolstoi – a un utile sicuro», di coloro cui l’abitudine degli altri è la coscienza morale, cui è criterio di ragionamento un esempio tratto dalla propria o dall’altrui esperienza, cui è scopo nella vita la vita stessa. Costoro sono vecchi prima che il corpo arrivi al completo sviluppo della piena giovinezza, sono vecchi perché la loro anima cristallizzata non osa più guardare innanzi a sé, sono vecchi perché il peso del loro ottimismo li costringe alla forma di vita acquisita come la fame costringe il ragno a girar ventiquattro volte intorno al centro per far la tela nel suo angolo polveroso.
Di fronte a questi Tolstoi, che non desistette mai dalla fatica intellettuale per armonizzare in una più vasta visione ogni elemento della vita all’ideale dell’amore universale, che poi non desistette mai dalla fatica morale di ridurre la sua vita alla forma che questa visione gli imponeva, è giovane d’una giovinezza immortale. Giovane è tutto ciò che diviene; vecchio non solo ma morto è ciò che è già divenuto. Guardiamo intorno a noi: noi viviamo in un mondo di cadaveri; cadaveri che mangiano, bevono, dormono, parlano, ma non per ciò cessano di essere cadaveri.
Tutta la vita di Leone Tolstoi non è che una lenta e faticosa evoluzione dall’uomo assiepato dai principi di classe, circondato da seduzioni e attrattive mondane d’ogni genere – all’«uomo», all’uomo libero nel suo unico amore verso tutta l’umanità, libero nella ferma volontà di non aver bisogno delle fatiche degli altri; così vive Tolstoi perché così nella sua ininterrotta speculazione filosofica è giunto ad affermare che l’uomo deve vivere. Soltanto tra gli antichi filosofi della Grecia si ritrova questa uniformità fra pensiero e vita. E uno di questi tende la mano al filosofo russo per la impressionante affinità delle idee: Diogene. Ma mentre questi è rimasto nella memoria dei secoli soprattutto come uomo bizzarro e ridicolo, Tolstoi ha trascinato e vinto questa società moderna così scettica e così proclive alla caricatura.
Perché egli ci ha fatto vivere la sua vita e il suo pensiero nei suoi romanzi e si è rivelato a noi filosofo ed apostolo soltanto in quanto è stato artista. Dall’Anna Karenina alla Resurrezione c’è tutta la sua intima resurrezione; e l’ultimo gesto del Tolstoi, che egli ha compiuto perché «ha dovuto» compierlo in omaggio alle sue idee, il gesto che poteva costargli la vita, l’articolo contro le condanne a morte, non è che l’ultimo capitolo che chiude la serie dei suoi romanzi. Come in ognuno degli uomini veramente grandi, nel Tolstoi arte, vita e pensiero sono un tutto inscindibile.
Certo che quanto all’indirizzo del romanzo, non è suo, ma è in generale l’indirizzo del romanzo russo. È romanzo realistico senza esser una serie di fotografie come buona parte dei così detti romanzi realistici francesi e italiani, è romanzo psicologico senza essere una raccolta di piccole osservazioni di psicologia corrente o peggio ancora di psicologia raffinata, la quale – come il Mirbeau fa dire a Paul Bourget di se stesso nel Journal d’une femme de chambre – non conosce che le anime che vanno in marsina e in abito scollato.
E ciò perché osservazione e rappresentazione d’ambiente e d’anime nei romanzi di Tolstoi non è fine a se stessa, ma è elemento alla rappresentazione d’un lato della vita di queste anime in questi ambienti; d’un lato lumeggiato fortemente da un forte pensiero che lo domina e per cui ogni dettaglio acquista un più profondo significato, per cui tutte le parti concorrono a formare una sola e più vasta concezione artistica. Perciò quasi tutti i romanzi di Tolstoi e di Dostoiewskj e buona parte di quelli di Puschkin e del Gogol vanno considerati come unità artistiche, mentre il romanzo latino è spesso anche nei migliori autori un agglomerato di belle pagine unite soltanto dal filo del racconto.
C’è un’evoluzione nell’arte del Tolstoi. Dall’arte esuberante dei primi romanzi all’arte sobria degli ultimi c’è quel caratteristico processo di purificazione che avviene negli uomini di pensiero. Quanto più il pensiero s’approfondisce, tanto meno l’arte divaga in rappresentazioni inutili, ma incide forme classiche in rapporto a un’intuizione più vasta e più perfetta. – Esempio tipico di questa evoluzione è nell’arte contemporanea il teatro di Ibsen; dalla Commedia dell’amore, dalla Festa a Solhaug, ecc. a Hedda Gabber, a Rosmersholm, ecc. Certo che mentre qui il cambiamento è evidente, nei romanzi tolstoiani non appare a prima vista. E la differenza dipende dalla diversa concezione etica. Ibsen vuole dall’uomo che egli sappia rompere la cerchia di menzogna che lo stringe, che sappia volere la sua verità, che sappia farla trionfare; egli deve combattere la menzogna che è in lui ed educare la volontà alla lotta. Il processo psicologico può risolversi così con pochi individui rappresentativi o simbolici quali li vediamo negli ultimi drammi ibseniani.
Tolstoi non chiede all’uomo la lotta ma la devozione; egli deve saper resistere alle seduzioni della società che egli giudica basata sul falso e sulla prepotenza; egli deve uscirne e abbandonarne del tutto il sistema di vita; la sua maggiore attività egli non la deve spendere a preparare se stesso a far trionfare sugli altri le proprie idee e a trasformare la macchina sociale, ma deve devolverla a riparare i mali che la società produce sulle classi povere facendo del bene, aiutando, consigliando. – È quindi necessaria la rappresentazione viva della società nel suo complesso.
Ora questo si ritrova tanto nei primi quanto negli ultimi romanzi di Tolstoi. Ma nei primi questa rappresentazione è multiforme, è più lenta, e pur mantenendo la sua unità si compiace di dare i diversi aspetti delle cose e molte cose in diversi aspetti, negli ultimi – e penso specialmente alla Resurrezione – tutto il mondo vive soltanto per quel che riguarda il processo psicologico di un’anima. – Non a caso vien fatto di pensare a Ibsen parlando di Tolstoi. – Nella letteratura internazionale contemporanea, mentre l’arte scende ovunque alla ricerca del dettaglio – da Oscar Wilde a Gabriele D’Annunzio – Ibsen e Tolstoi emergono dalla folla perché non s’accontentarono di esprimere le sensazioni superficiali della loro anima, ma ne scrutarono le profondità per cavarne la nota più alta. – Entrambi presero pel petto questa società soffocata dalle menzogne e le gridarono in faccia: verità! verità!
Già da tempo il corpo stanco del vecchio poeta scandinavo dorme nella sua terra gelida. – Ma Leone Tolstoi è vivo ancora e robusto: con gioia commossa noi miriamo il pensatore ottantenne nella sua solitudine laboriosa, e con l’animo sospeso aspettiamo da lui ancora la parola che c’infiammi contro tutto ciò che è falso e meschino. – Parla o «vegliardo divino», parla la parola di pace e d’amore, «canta al mondo aspettante giustizia e libertà» [1].

Da una parte gli «arrivati», interessati solo ed esclusivamente all’«utile sicuro», la cui «coscienza morale» non è che «l’abitudine degli altri», «vecchi prima che il corpo arrivi al completo sviluppo della piena giovinezza», o meglio, «cadaveri; cadaveri che mangiano, bevono, dormono, parlano, ma non per ciò cessano di essere cadaveri»; dall’altra Lev Tolstoj, «l’apostolo del popolo» dedito «all’ideale dell’amore universale», «giovane d’una giovinezza immortale», che trascina e vince «questa società moderna così scettica e così proclive alla caricatura». È dunque sull’opposizione caratteristica del pensiero di Carlo Michelstaedter, «persuasione» contro «rettorica», che si basa questo articolo, questo vibrante omaggio d’un giovanissimo studente di Lettere ad uno dei più grandi scrittori dell’intera storia della letteratura.

«Giovane è tutto ciò che diviene», l’esistenza di Tolstoj «non è che una lenta e faticosa evoluzione dell’uomo assiepato dai principi di classe, circondato da seduzioni e attrattive mondane d’ogni genere – all'”uomo”, all’uomo libero nel suo unico amore verso tutta l’umanità, libero nella ferma volontà di non aver bisogno delle fatiche degli altri», e poiché ciò che rende tanto grande Tolstoj è l’unione di «arte, vita e pensiero», tale «evoluzione» si riproduce anche nell’attività letteraria: «Dall’arte esuberante dei primi romanzi all’arte sobria degli ultimi c’è quel caratteristico processo di purificazione che avviene negli uomini di pensiero. Quanto più il pensiero s’approfondisce, tanto meno l’arte divaga in rappresentazioni inutili, ma incide forme classiche in rapporto a un’intuizione più vasta e più perfetta». In queste righe Michelstaedter coglie il senso più profondo della differenza tra il Tolstoj pre e post 1881, tra il Tolstoj autore di Guerra e pace ed Anna Karenina ed il Tolstoj autore della Morte di Ivan Il’ič, della Sonata a Kreutzer, di Resurrezione, di Padre Sergij, quello più profondo ed universale, quello che, personalmente, in accordo con il filosofo goriziano, apprezzo di più.

Michelstaedter avvicina Tolstoj ad un altro autore da lui amatissimo, Henrik Ibsen, sottolineandone però la differente «concezione etica». La letteratura di Ibsen si caratterizza per l’impulso vitalistico, battagliero, il drammaturgo norvegese «vuole dall’uomo che egli sappia rompere la cerchia di menzogne che lo stringe, che sappia volere la sua verità, che sappia farla trionfare; egli deve combattere la menzogna che è in lui ed educare la volontà alla lotta». Tolstoj invece «non chiede all’uomo la lotta ma la devozione; egli deve saper resistere alle seduzioni della società che egli giudica basata sul falso e sulla prepotenza; egli deve uscirne e abbandonarne del tutto il sistema di vita; la sua maggiore attività egli non la deve spendere a preparare se stesso a far trionfare sugli altri le proprie idee e a trasformare la macchina sociale, ma deve devolverla a riparare i mali che la società produce sulle classi povere facendo del bene, aiutando, consigliando». Così, mentre in Ibsen il «processo psicologico può risolversi […] con pochi individui rappresentativi o simbolici», in Tolstoj è «necessaria la rappresentazione viva della società nel suo complesso».

Tolstoj non fa letteratura a sé, l’indirizzo «del romanzo non è suo, ma è in generale l’indirizzo del romanzo russo», di cui Michelstaedter sottolinea la netta superiorità rispetto al romanzo realista francese ed italiano. I romanzi di Tolstoj e Dostoevskij, soprattutto, ma anche di Puškin e Gogol’, sono «unità artistiche», ed è questo a distinguerli dal «romanzo latino», che anche negli autori migliori è spesso «un agglomerato di belle pagine unite soltanto dal filo del racconto». In particolar modo tale unità artistica è legata al dettaglio, che nei romanzi di Tolstoj, e nel romanzo russo in generale, non è mai fine a se stesso, ma «acquista un più profondo significato, per cui tutte le parti concorrono a formare una sola e più vasta concezione artistica». Scrive Michelstaedter in un appunto su Resurrezione, l’ultimo romanzo di Tolstoj [2]:

«Quando in contrasto alla Màslova imprigionata Tolstoi ci mette davanti Nekliudoff, il suo lusso, il suo ambiente signorile, la toilette raffinata, ci avverte subito che è N. il seduttore della M. e con ciò la prima ragione della caduta di lei. Egli conferisce così a ogni dettaglio della descrizione un significato, una risonanza quasi più profonda, rinunciando alla meschinità del colpo di scena dell’inaspettato. Mentre in quel caso il lettore avrebbe prima un godimento artistico per la descrizione dell’abbigliamento di un giovine di mondo, poi il godimento artistico del drammatico riconoscimento, ora è messo dall’avvertimento semplice, che il principe è lui il seduttore, nella posizione di esercitare un commento morale a ogni parte della descrizione, e questo elemento morale unisce i due elementi staccati della descrizione e del riconoscimento in un solo e più profondo godimento artistico» [3].

Dopo aver contrapposto il romanzo russo al romanzo realista francese ed italiano Michelstaedter, in conclusione dell’articolo, contrappone Tolstoj ed Ibsen alla «letteratura internazionale contemporanea», la letteratura decadente e simbolista, che annovera tra i suoi maggiori esponenti Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. Rispetto a questi ultimi Tolstoj ed Ibsen si contraddistinguono per la profondità, profondità dalla quale sanno ricavare «la nota più alta», fino a prendere «pel petto questa società soffocata dalle menzogne» e gridarle dritto in faccia: «verità! verità!». Ecco cosa pretende Michelstaedter dalla letteratura, non che essa esprima le sensazioni superficiali dell’anima, come fanno Wilde e D’Annunzio, ma che ne scruti le abissali profondità. Michelstaedter esige un impegno etico totale, senza riserve. Lo scrittore-artista non deve divertire il lettore, ma costringerlo alla contemplazione [4].

Concludo con una battuta. Come scrive Cavaglion, «Nella mitologia di alcuni personaggi novecenteschi come Michelstaedter, Tolstoj rappresentò una moderna incarnazione degli antichi Profeti del Vecchio Testamento» [5]. Del resto, non esiste forse una certa somiglianza fisica tra il grande scrittore russo (come ce lo rappresenta Michelstaedter in apertura dell’articolo, «vecchio possente con la candida barba e i capelli agitati dal vento e la faccia volta al sole», e come possiamo ammirarlo noi stessi dai ritratti dell’amico Repin e dalle molte fotografie che ci sono pervenute) e il Mosè dell’immaginario collettivo rappresentato dal capolavoro michelangiolesco?

NOTE

[1] Carlo Michelstaedter, Tolstoi, in Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, pp. 650-654.

[2] Per un approfondimento sul romanzo si veda l’articolo Resurrezione – Il più grande romanzo di Tolstoj.

[3] Carlo Michelstaedter, Appunti a proposito di Resurrezione, in Opere, op. cit., pp. 654-655.

[4] Scrive Michelstaedter nei già citati appunti su Resurrezione: «Il lettore quasi desidera l’esserne edotto, ma l’artista lo costringe alla contemplazione di quella sola rappresentazione semplice e poderosa che egli ha in mente, e non lo fa distrarre con episodi divertenti anche ma inutili».

[5] Alberto Cavaglion, Una giovinezza immortale. Michelstaedter e Tolstoj, in AA.VV. Dialoghi intorno a Michelstaedter, a cura di Sergio Campailla, Biblioteca statale Isontina, Gorizia 1988, p. 85.

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