«Stavrògin è Tutto», scrive Dostoevskij in un appunto. Sì, all’interno dei Demòni, il più nero dei capolavori del grande scrittore russo, Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin rappresenta il centro, il centro e l’origine. Egli è «il sole verso cui guardano i personaggi, il punto al quale fanno capo Šatov e Kirillov, Verchovenskij e Lebjadkin, Varvàra Petròvna, Daša, Marja Lebjadkina, Liza, la moglie di Šatov, che non sembrano di possedere nessun’altra ragione di vita. Come Dio o il demiurgo, egli li ha creati dal nulla. Le idee che ci espongono con voce rabbiosa e frenetica sono state, una volta, le sue idee: le loro parole sono state le sue parole, ognuno di essi è qualcosa che Stavrògin ha proiettato fuori di sé, con un gesto di noncuranza e di indifferenza sovrana. Un tempo aveva insegnato a Šatov il segreto della sapienza: se un giorno ci dimostrassero matematicamente che la verità è lontana dal Cristo, “dovremmo restare insieme al Cristo, e non insieme alla verità”. Nello stesso tempo aveva persuaso Kirillov: quando ognuno di noi sarà pronto a uccidersi, Dio morirà, il tempo si arresterà, il regno dell’uomo scenderà sulla terra, e conosceremo finalmente la bellezza del mondo. Persino Pëtr Verchovenskij è soltanto una caricatura di una parte della sua anima, dove si nasconde un “turpe sguattero di cucina”, che accompagna come un’ombra scurrile i gesti immacolati del nobilissimo principe» [1].

Stavrògin è un personaggio incredibile, meraviglioso e disgustoso allo stesso tempo. Meraviglia e disgusto che si riflettono nella sua fisionomia, così come ce la presenta il cronista-narratore dei Demòni: «Mi colpì anche il suo viso: aveva capelli fin troppo neri, occhi chiari fin troppo tranquilli e sereni, colorito fin troppo delicato e bianco, con un rossore fin troppo vivido, denti come perle, labbra come coralli, sembrava il tipico bell’uomo, e nello stesso tempo aveva qualcosa di ripugnante. Dicevano che il suo viso ricordava una maschera» [2].

Ebbene, cosa si cela dietro questa maschera? In una sola, semplice parola: il Nulla. Stavrògin è già morto quando è ancora in vita, e come un cadavere appare alla madre, Varvàra Petròvna, mentre dorme: «Sembrò colpita dall’idea che Nicolas si fosse addormentato così in fretta, che potesse dormire in quel modo, standosene semplicemente seduto, senza il più piccolo movimento; perfino il respiro quasi non si avvertiva. Il suo viso era pallido e severo, ma stranamente raggelato, completamente inerte; le sopracciglia un po’ aggrottate e corrugate; assomigliava in tutto e per tutto a una morta figura di cera. Varvàra Petròvna rimase in piedi davanti a lui per qualche minuto, respirando appena, e d’un tratto fu presa dalla paura; uscì in punta di piedi, si fermò sulla porta, gli fece in fretta il segno della croce e si allontanò senza farsi notare, con una nuova pesante sensazione, con una nuova angoscia» [3].

Eppure un tempo Stavrògin è vissuto, ha avuto delle idee – peraltro giuste nella prospettiva dostoevskiana – che non solo ha comunicato agli altri, ma addirittura innestato negli altri. Di queste idee veniamo a conoscenza durante un suo colloquio notturno, rigorosamente notturno, con Šatov.

«Sapete», cominciò quasi minaccioso, curvandosi in avanti sulla sedia, con lo sguardo lucente e un dito della mano destra alzato in aria davanti a sé (evidentemente, senza accorgersene), «sapete voi, qual è oggi in tutta la terra l’unico popolo “portatore di Dio”, venuto a rinnovare e a salvare il mondo in nome del Dio nuovo, l’unico che abbia le chiavi della vita e del nuovo verbo… sapete voi qual è questo popolo, qual è il suo nome?»
«Dal vostro tono sono costretto a concludere, e al più presto possibile, che si tratta del popolo russo…»
«E voi già ridete, che gente!», proruppe Šatov.
«Calmatevi, vi prego; al contrario, mi aspettavo proprio qualcosa di questo tipo.»
«Vi aspettavate qualcosa di questo tipo? Ma a voi non sono familiari queste parole?»
«Molto familiari; io vedo già fin troppo bene dove volete arrivare. Tutto il vostro discorso e persino l’espressione “popolo portatore di Dio” non sono che le conclusioni di un colloquio che abbiamo avuto più di due anni fa, all’estero, poco prima della vostra partenza per l’America… Almeno, per quanto posso ricordare io.»
«Ho riferito una frase interamente vostra, non mia. Non è soltanto la conclusione del nostro colloquio, ma una frase vostra. Un colloquio “nostro” non c’è stato affatto: c’era un maestro, che pronunziava parole immense, e c’era un allievo, risuscitato dal mondo dei morti. Io ero l’allievo, voi il maestro.»
«Ma se ben ricordo, voi, proprio dopo le mie parole, siete entrato nella società e solo in seguito siete partito per l’America.»
«Sì, ve l’ho anche scritto dall’America; vi ho scritto tutto. Io non potevo troncare subito, sanguinosamente, con quella che era la mia meta sin dall’infanzia, la meta di tutti gli entusiasmi delle mie speranze e di tutte le lacrime dei miei odi… È difficile cambiare dei. Io allora non vi ho creduto, perché non volevo credervi, e mi sono aggrappato per l’ultima volta a quella cloaca immonda… Ma il seme è rimasto ed è cresciuto. Seriamente, ditemi seriamente, avete letto fino in fondo la mia lettera dall’America? O, forse, non l’avete letta affatto?»
«Ho letto tre pagine, le prime due e l’ultima, e ho anche scorso velocemente la parte centrale. Ma mi son sempre ripromesso…»
«Eh, non importa, lasciate stare, al diavolo!», Šatov agitò una mano. «Se voi ora rinnegate le vostre parole d’allora sul popolo, come avete potute pronunciarle?… Ecco il pensiero che oggi mi opprime.»
«Non ho scherzato con voi nemmeno allora; cercando di convincervi, forse mi davo da fare più per me che per voi», proferì misteriosamente Stavrògin.
«Non avete scherzato? In America per tre mesi sono rimasto sdraiato sulla paglia accanto a un… infelice e ho saputo da lui che, nello stesso momento in cui seminavate nel mio cuore Dio e la patria, nello stesso tempo, forse anche negli stessi giorni, avvelenavate il cuore di quell’infelice, di quel maniaco, di Kirillov… Voi avete rinsaldato in lui la menzogna e la calunnia e avete portato la sua mente fino all’esasperazione… Andate a contemplarla ora, questa vostra creazione!… Del resto, già l’avete visto.»
«Anzitutto vi faccio osservare che Kirillov mi ha appena detto che è felice e perfetto. La vostra idea che tutto si sia svolta nello stesso tempo, è quasi vera; ma questo cosa significa? Ripeto, io non ho ingannato né voi, né lui.»
«Siete ateo? Ora siete ateo?»
«Sì.»
«E allora?»
«Esattamente come adesso.»
«All’inizio di questa conversazione vi ho chiesto rispetto non per me; avreste ben potuto capirlo con la vostra intelligenza», borbottò Šatov indignato.
«Io non mi sono alzato alla vostra prima parola, non ho chiuso la conversazione, non me ne sono andato; me ne sto qui e rispondo tranquillamente alle vostre domande e alle vostre… grida, quindi, non ho ancora rotto il rispetto che vi devo.»
Šatov lo interruppe, agitando una mano:
«Ricordate la vostra frase: “Un ateo non può essere russo, un ateo smette immediatamente di essere russo”, la ricordate?»
«Sì?», Nikolàj Vsèvolodovic sembrò chiederlo a sua volta.
«E me lo domandate? Avete dimenticato? È una delle più sottili scoperte di un carattere essenziale dello spirito russo, da voi individuato. Non avete potuto dimenticarlo. Cercherò di ricordarvelo meglio, voi avete detto allora: “Un non ortodosso non può essere russo”.»
«Suppongo che sia un’idea slavofila.»
«No: gli slavofili d’oggi l’hanno rifiutata. Ora il popolo si è fatto più intelligente. Ma voi siete andato anche più avanti: voi eravate convinto che il cattolicesimo romano non fosse cristianesimo, voi sostenevate che Roma proclamava un Cristo che aveva ceduto alla terza tentazione del demonio, e che, annunciando al mondo intero che Cristo non poteva stabilirsi in terra senza un regno terreno, il cattolicesimo aveva proclamato con ciò stesso l’anticristo e aveva condotto alla rovina tutto il mondo occidentale. Voi dichiaravate appunto che, se la Francia soffriva, era unicamente per colpa del cattolicesimo, dato che aveva rifiutato il fetido dio romano, ma non ne aveva trovato uno nuovo. Ecco quello che sapevate dire allora! Io ricordo i nostri colloqui.»
«Se io credessi, ripeterei le stesse cose anche ora; io non mentivo, parlando come un credente», disse molto seriamente Nikolàj Vsèvolodovic. «Ma vi assicuro che questa ripetizione delle mie antiche idee produce su di me un’impressione oltremodo sgradevole. Non potreste smettere?»
«Se voi credeste?», esclamò Šatov, senza rivolgere la minima attenzione alla richiesta di Stavrògin. «Ma non siete stato voi a dirmi che, se vi dimostrassero matematicamente che la verità è al di fuori del Cristo, voi avreste preferito restare col Cristo, piuttosto che con la verità? Voi l’avete detto? Voi?»
«Ma lasciate che vi faccia anch’io una domanda», alzò la voce Stavrògin, «a cosa mira tutto questo impaziente e rabbioso esame?»
«Questo esame passerà per sempre, e non ve ne ricorderete mai più.»
«Insistete sempre sull’idea che siamo fuori dal tempo e dallo spazio…»
«Tacete!», gridò ad un tratto Šatov, «io sono stupido, e goffo, e che il mio nome soffochi pure nel ridicolo! Permettetemi di ripetere davanti a voi la vostra idea principale d’allora… Oh, solo una decina di righe, solo la conclusione…»
«Ripetete pure, se si tratta solo della conclusione…»
Stavrògin fece il gesto di gettare un’occhiata all’orologio, ma si trattenne e non guardò.
Šatov si proiettò di nuovo in avanti sulla sedia, e, per un attimo, fece per alzare anche il dito.
«Nessun popolo», cominciò, come se leggesse riga per riga e nello stesso tempo continuando a guardare minacciosamente Stavrògin, «nessun popolo finora si è ordinato sui principi della scienza e della ragione; non c’è mai stato un solo esempio, se non per un attimo, per stupidità. Il socialismo, per la sua stessa essenza, deve essere ateismo, dato che è appunto, sin dalla prima riga, un’istituzione atea e che ha intenzione di organizzarsi esclusivamente sui principi della scienza e della ragione. La ragione e la scienza nella vita dei popoli hanno adempiuto sempre, oggi e dal principio dei secoli, solo una funzione secondaria e subordinata; e l’adempiranno sempre, fino alla fine dei secoli. I popoli si compongono e si muovono per un’altra forza, imperiosa e dominante, ma la cui origine è ignota e inspiegabile. Questa forza è la forza dell’indefesso desiderio di raggiungere la fine, e insieme di negarla. È la forza della continua e inesausta affermazione della propria esistenza e della negazione della morte. Lo spirito della vita, come dice la Scrittura: “i fiumi d’acqua viva”, del cui inaridimento tanto minaccia l’Apocalisse. Principio estetico, come dicono i filosofi, principio morale, come ancora lo definiscono. “La ricerca di Dio”, come la chiamo io, nel più semplice dei modi. Lo scopo di tutto questo movimento popolare, in ogni popolo, in ogni periodo dell’esistenza di un popolo, è unicamente la ricerca di Dio, del proprio Dio, di un Dio proprio, assolutamente personale, e la fede in Lui come nell’unico vero. Dio è la personalità sintetica di tutto un popolo, dal suo principio alla sua fine. Finora non si è mai verificato che tutti o molti popoli avessero un unico Dio comune, ma sempre ognuno ne ha avuto uno particolare. È un segno di distruzione delle nazionalità, quando gli dei cominciano a diventare comuni. Quando gli dei diventano comuni, muoiono gli dei, e la fede e i popoli stessi. Quanto più forte è un popolo, tanto più particolare è il suo Dio. Non c’è ancora mai stato un popolo senza religione, cioè senza un concetto del bene e del male, e un proprio bene e un proprio male. Quando i concetti del bene e del male cominciano a diventare comuni a molti popoli, allora i popoli si estinguono, allora la stessa distinzione fra bene e male incomincia a cancellarsi e a scomparire. La ragione non ha mai avuto la forza di definire il bene e il male, o anche solo di distinguere il bene dal male, magari approssimativamente; al contrario, li ha sempre vergognosamente e pietosamente confusi; e la scienza ha offerto solo soluzioni violente. In questo si è particolarmente distinta la mezza scienza, il più terribile flagello dell’umanità, peggio della peste, della fame e della guerra, un male ignoto fino al nostro secolo. La mezza scienza è un despota, che ha i suoi sacerdoti e i suoi schiavi, un despota, davanti al quale tutto si è inchinato con un amore e con una superstizione, finora impensabili, un despota di fronte al quale la stessa scienza trema e chiude vergognosamente un occhio. Sono tutte vostre parole, Stavrògin, eccetto quelle sulla mezza scienza, che sono mie, perché anch’io sono soltanto mezza scienza, quindi mio odio particolarmente. Delle vostre idee e delle vostre stesse parole non ho cambiato nulla, neanche una sillaba.»
«Non credo che non abbiate cambiato nulla», osservò cauto Stavrògin, «voi le avete accettate calorosamente e calorosamente le avete modificate, senza accorgervene. Non foss’altro che per il vostro abbassare Dio a un semplice attributo della nazionalità…»
All’improvviso cominciò con accresciuta e particolare attenzione a seguire Šatov, e non tanto le sue parole, quanto lui stesso.
«Io abbasso Dio a un attributo della nazionalità?», esclamò Šatov. «Al contrario, io innalzo il popolo a Dio. Ed è forse mai stato altrimenti? Il popolo è il corpo di Dio. Ogni popolo è popolo soltanto finché mantiene un proprio Dio particolare, ed esclude tutti gli altri dei del mondo senza alcuna concessione, finché crede che il suo Dio vincerà e scaccerà dal mondo tutti gli altri dei. Così hanno creduto tutti i popoli sin dal principio dei secoli, tutti i grandi popoli almeno, tutti quelli che in qualche modo si sono distinti, tutti quelli che sono stati a capo dell’umanità. Non si può andar contro questo dato di fatto. Gli ebrei vivevano soltanto per aspettare il vero Dio, ed hanno lasciato al mondo il vero Dio. I greci divinizzavano la natura e hanno lasciato in testamento al mondo la loro religione, cioè la filosofia e l’arte. Roma ha divinizzato il popolo nello stato e ha lasciato in eredità ai popoli lo stato. La Francia in tutta la sua lunga storia è stata solo incarnazione e sviluppo dell’idea del Dio romano, e se alla fine ha gettato nell’abisso il suo Dio romano e si è data all’ateismo, che ora chiamano socialismo, è unicamente per il fatto che l’ateismo era pur sempre più sano del cattolicesimo romano. Se un grande popolo non crede di contenere da solo la verità (appunto da solo, esclusivamente), se non crede di essere l’unico capace e designato a resuscitare tutti gli altri, e a salvarli con la propria verità, allora da grande popolo si trasforma subito in materiale etnografico. Un vero grande popolo non può mai rassegnarsi a svolgere un ruolo di secondo piano nell’umanità, e neppure uno dei ruoli principali, ma vuol assolutamente, esclusivamente la parte di protagonista. Il popolo che perde questa fede, non è più un popolo. Ma la verità è una sola, quindi un solo popolo può avere l’unico Dio, anche se gli altri popoli hanno i loro dei, particolari e grandi. L’unico popolo “portatore di Dio” è il popolo russo, e… e… è forse possibile che voi mi consideriate un tale sciocco, Stavrògin», urlò d’un tratto furiosamente, «da non saper più distinguere se queste parole in questo momento siano le solite vecchie assurdità, trite e ritrite in tutti i mulini slavofili di Mosca, o se invece siano la nuovissima parola, l’ultima, unica parola di rinnovamento e di resurrezione, e… e cosa mi importa ora il vostro riso! Cosa mi importa che voi non mi capiate assolutamente, assolutamente, neanche una parola, neanche un suono!.. Oh, come disprezzo il vostro riso superbo e il vostro sguardo in questo momento!»
Balzò in piedi; sulle sue labbra comparve persino della bava.
«Al contrario, Šatov, al contrario», disse Stavrògin in un tono insolitamente serio e contenuto, senza alzarsi dal suo posto, «al contrario, con le vostre ardenti parole avete resuscitato in me molti ricordi, stroardinariamente forti. Nelle vostre parole riconosco il mio stato d’animo di due anni fa, e ora non vi dirò più come prima che avete esagerato le mie idee di allora. Mi sembra anzi che fossero ancor più esclusive, ancor più irrefutabili, e vi assicuro per la terza volta, che vorrei molto confermare tutto quello che avete detto ora, fino all’ultima parola, ma…»
«Ma vi occorre la lepre?»
«Co-o-osa?»
«È una vostra volgare espressione», rise rabbiosamente Šatov, risedendosi, «per far la salsa con la lepre occorre la lepre, per credere in Dio, occorre Dio, lo dicevate voi a Pietroburgo, come Nozdrëv, che voleva acchiappare la lepre dalle zampe di dietro.»
«No, quello veramente si vantava di averla già presa. Ma permettete a questo proposito che vi disturbi io con una domanda, tanto più che mi sembra ora di averne pienamente diritto. Ditemi: la vostra lepre è stata acchiappata oppure corre ancora?»
«Non osate domandarmelo con queste parole, domandatemelo con altre, con altre parole!», improvvisamente Šatov si mise a tremare tutto.
«Allora, con altre parole, se volete», Nikolàj Vsèvolodovič lo guardò severamente, «io volevo sapere una cosa: credete voi in Dio o no?»
«Io credo nella Russia, io credo nella sua ortodossia… Io credo nel corpo di Cristo… Io credo che la sua nuova venuta accadrà in Russia… Io credo…», si mise a balbettare esaltato Šatov.
«E in Dio? in Dio?»
«Io… io crederò in Dio.»
Non un solo muscolo si mosse nel volto di Stavrògin. Šatov lo guardava ardentemente, con atteggiamento di sfida, come se avesse voluto incenerirlo col suo sguardo.
«Non vi ho affatto detto che non credo assolutamente!», esclamò infine, «vi faccio solo sapere che io sono un infelice, noioso libro, e per ora, per ora nient’altro… Ma sparisca pure il mio nome! Si tratta di voi, non di me… Io sono un uomo senza talento e posso soltanto dare il mio sangue e niente di più, come ogni uomo senza talento. E sparisca pure il mio sangue! Io di voi parlo, voi ho atteso qui per due anni… Per voi, adesso, da mezz’ora ballo nudo. Voi, voi siete l’unico che potrebbe innalzare questa bandiera!..»
Non riuscì a finire il discorso e, come disperato, appoggiandosi al tavolo, si sorresse la testa con le due mani.
«Vorrei farvi solo notare una stranezza», lo interruppe a un tratto Stavrògin. «Perché tutti mi impongono qualche bandiera? Anche Pëtr Verchovenskij è convinto che io possa innalzare la loro bandiera, sono sue parole che mi hanno riferito. Si è messo in mente l’idea che io possa far per loro la parte di Stenka Razin per la mia “straordinaria attitudine al delitto”: anche queste sono sue parole.»
«Come?» chiese Šatov, «per la vostra straordinaria attitudine al delitto?»
«Esattamente.»
«Mmm. Ma è vero che voi», e sogghignò, astioso, «è vero che facevate parte a Pietroburgo di una società segreta di bestiale lussuria? È vero che il marchese de Sade avrebbe potuto imparare da voi? È vero che adescavate e corrompevate i bambini? Parlate, non osate mentire», si mise a gridare, ormai fuori di sé, «Nikolàj Stavrògin non può mentire davanti a Šatov, che lo ha percosso in viso! Parlate, e, se questa è la verità, io subito, in questo momento, in questo posto, vi ucciderò!»
«Ho detto quelle parole, ma non ho offeso i bambini», disse Stavrògin, ma soltanto dopo un silenzio troppo lungo. Era impallidito, i suoi occhi si erano accesi.
«Ma voi lo avete detto!» continuava imperioso Šatov, senza staccargli di dosso i suoi occhi scintillanti. «È vero che voi avete assicurato di non saper fare una differenza di bellezza fra un qualsiasi atto di animalesca lussuria e una qualsiasi grande impresa, magari anche il sacrificio della propria vita per l’umanità? È vero che in entrambi gli estremi avete trovato una coincidenza di bellezza, una identità di piacere?»
«Così è impossibile rispondere… non voglio rispondere», borbottò Stavrògin, che avrebbe potuto benissimo alzarsi e andarsene, ma che non si alzava e non se ne andava.
«Anch’io non so perché il male sia brutto, e il bene sia bello, ma so perché la sensazione della loro differenza si cancella e si perde in signori come gli Stavrògin», Šatov tutto tremante, non voleva cedere, «sapete voi perché vi siete sposato, in modo così vergognoso e vile? Proprio perché lì la vergogna e l’assurdità arrivavano alla genialità! Oh, voi non andate avanti e indietro sull’orlo, voi volate a precipizio, a testa in giù. Vi siete sposato per amore del martirio, per amore della coscienza straziata, per lussuria morale. È stato uno scatto di nervi… La sfida al buon senso era davvero troppo seducente! Stavrògin e una zoppa, stecchita, deficiente, miserabile! Quando avete morso l’orecchio al governatore, avete sentito voluttà, vero? L’avete sentita? Ozioso, vagabondo signorino, l’avete sentita?»
«Siete uno psicologo», Stavrògin impallidiva sempre più, «anche se nelle cause del mio matrimonio vi siete in parte sbagliato… Ma chi, poi, ha potuto darvi tutte queste informazioni», sogghignò con sforzo, «Kirillov, forse? Eppure non ha partecipato…»
«Voi impallidite?»
«Insomma, cosa volete?», finalmente Nikolàj Vsèvolodovič alzò la voce. «Sono stato mezz’ora sotto la vostra frusta, e almeno potreste congedarmi cortesemente… se davvero non avete nessun ragionevole scopo per comportarvi con me in questo modo.»
«Un ragionevole scopo?»
«Naturalmente. Sarebbe almeno vostro dovere spiegarmi una buona volta qual è il vostro scopo. Ho aspettato sempre che voi lo faceste, ma ho trovato soltanto rabbia esaltata. Vi prego, apritemi il portone.»
Si alzò dalla sedia. Šatov gli si gettò dietro furioso.
«Baciate la terra, inondatela di lacrime, chiedete perdono!», gridò, afferrandolo per una spalla.
«Eppure io non vi ho ucciso… quella mattina… ho ritirato le mani…», disse quasi con pena Stavrògin, abbassando gli occhi.
«Arrivate in fondo al vostro discorso, arrivate in fondo! Siete venuto ad avvertirmi di un pericolo, mi avete lasciato parlare, domani volete annunciare pubblicamente il vostro matrimonio!.. Ma forse non vedo io, dal vostro viso, che lottate contro una nuova minacciosa idea? Stavrògin, perché sono condannato a credere in voi per sempre nei secoli dei secoli? Potrei forse parlare così con un altro? io ho il mio pudore, ma non ho avuto paura della mia nudità, perché parlavo con Stavrògin. Non ho avuto paura di ridicolizzare col mio contatto una grande idea, perché mi ascoltava Stavrògin… Forse che non bacerò l’orma dei vostri piedi, quando ve ne sarete andato? Io non posso strapparvi dal mio cuore, Nikolàj Stavrògin!»
«Mi dispiace di non potervi amare, Šatov», disse freddamente Nikolàj Vsèvolodovič.
«So che non potete, e so che non mentite. Sentite, io rimetterò tutto in ordine: io vi darò la lepre!»
Stavrògin taceva.
«Voi siete ateo, perché siete un signore, l’ultimo dei signori. Voi avete perso la distinzione fra bene e male, perché avete smesso di riconoscere il vostro popolo. S’avanza una nuova generazione, direttamente dal cuore del popolo, e non la riconoscerete né voi, né i Verchovenskij, padre e figlio, e neppure io, perché anch’io sono un signore, io, figlio del vostro lacchè Paška… Sentite, conquistate Dio con il lavoro; tutta la quastione è qui, altrimenti scomparirete, come volgare muffa; conquistatelo con il lavoro.»
«Dio con il lavoro? Quale lavoro?»
«Col lavoro del contadino. Andate, gettate le vostre ricchezze… Ah!, voi ridete, voi avete paura che sia un gioco di prestigio?»
Ma Stavrògin non rideva.
«Voi supponete che si possa conquistare Dio col lavoro, e proprio col lavoro del contadino?», ripeté, poi dopo un momento di riflessione, come se effettivamente avesse incontrato qualcosa di nuovo e di serio, che valesse la pena di studiare. «A proposito», passò d’un tratto a un altro argomento, «me lo avete ricordato ora: sapete, io non sono affatto ricco, quindi non ho niente da gettare. Non sono quasi neanche più in grado di assicurare l’avvenire a Mar’ja Timofèevna… Un’altra cosa: sono venuto a chiedervi, se potete, di non abbandonare neppure ora Mar’ja Timofèevna, poiché voi siete l’unico ad avere una certa influenza sulla sua povera mente… Parlo per ogni evenienza.»
«Va bene, va bene, voi parlate di Mar’ja Timofèevna», Šatov agitò una mano, tenendo nell’altra una candela, «va bene, e poi va da sé… Sentite, andate da Tichon.»
«Da chi?»
«Da Tichon. Tichon, l’ex vescovo, che, ora, dato che è malato, vive a riposo qui in città, nel territorio della nostra città, nel monastero della Natività.»
«E allora?»
«Niente. Vengono a trovarlo anche da lontano. Andateci. Cosa vi costa, eh? cosa vi costa?»
«È la prima volta che lo sento nominare… e non ho mai visto gente di questo genere. Grazie, ci andrò.»
«Per di qua», Šatov fece luce sulla scala, «venite», e aprì il portello che dava sulla strada.
«Non verrò più da voi, Šatov», disse sottovoce Stavrògin, uscendo dal portello.
Il buio e la pioggia continuavano come prima [4].

Dostoevskij attribuisce a Stavrògin, il vecchio Stavrògin, alcuni dei principi fondamentali del suo pensiero: l’avversione nei confronti del cattolicesimo romano (tema già affrontato ne L’idiota, per bocca del principe Myškin, e che troverà il suo massimo e più completo sviluppo nel Grande Inquisitore); il cristocentrismo, e la battuta attribuita da Šatov a Stavrògin – «Ma non siete stato voi a dirmi che, se vi dimostrassero matematicamente che la verità è al di fuori di Cristo, voi avreste preferito restare col Cristo, piuttosto che con la verità?» – ricalca pressoché esattamente la frase dello stesso Dostoevskij scritta nella celebre lettera alla Fonvizina del gennaio-febbraio 1854: «[…] io arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità» [5]; la totale fiducia nel popolo, definito «corpo di Dio», legata all’idea del messianismo russo – «L’unico popolo “portatore di Dio” è il popolo russo» -.

Šatov ammette senza mezzi termini la sua totale dipendenza, sottomissione quasi, nei confronti del proprio funesto demiurgo, quando esclama, disperato, «Stavrògin, perché sono condannato a credere in voi per sempre nei secoli dei secoli?», e individua la principale problematica di Nikolàj Vsèvolodovič: l’aver perso la distinzione tra bene e male. È proprio questo il punto, Stavrògin è al di là del bene e del male, è sempre vissuto al di là del bene e del male, come l’illustre predecessore Svidrigajlov in Delitto e castigo. Questo spiega il suo stile di vita dissoluto, raffinatamente dissoluto, come dimostra il matrimonio con la zoppa e demente Mar’ja Timofèevna.

In conclusione di questo fondamentale colloquio, Šatov consiglia al proprio funesto demiurgo di recarsi dall’ex vescovo Tichon. «Grazie, ci andrò», risponde Stavrògin, e così sarà.

NOTE

[1] Pietro Citati, Introduzione a Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, pp. 9-10.

[2] Fëdor Dostoevskij, I demoni, op. cit., p. 89.

[3] Ivi, p. 276.

[4] Ivi, pp. 294-304.

[5] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla cratività, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 51.

In copertina: Félix Vallotton, Fëdor Dostoevskij, 1895.

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