A causa di uno scrupolo di coscienza di Michail Katkov, il direttore del «Messaggero Russo», il capitolo Da Tichon (noto anche con il titolo La confessione di Stavrògin) non apparve. Eppure le sue pagine sono tra le più importanti di tutti I demòni, senza le quali non è possibile comprendere appieno la complessa figura del nostro funesto demiurgo.

Stavrògin confessa all’ex vescovo Tichon di essere soggetto ad inquietanti allucinazioni. Soprattutto di notte gli appare «un essere maligno, beffardo e “ragionevole”», un demone insomma. Un tratto che Stavrògin condivide con un altro celebre, straordinario e fondamentale personaggio dostoevakiano: Ivàn Karamazov.

Durante il colloquio con Stavrògin, Tichon pronuncia frasi davvero illuminanti. Innanzitutto sostiene che «l’ateismo totale è più rispettabile dell’indifferenza mondana», spiegando poi come «L’ateo assoluto […] è pur sempre sul penultimo scalino in alto prima della perfettissima fede (può passare allo scalino superiore e può non passare), mentre l’indifferente non ha più nessuna fede all’infuori di una paura nera, e anche questa solo di rado, se è un uomo sensibile» [1]. Parole riferibili alla situazione filosofico-esistenziale di un altro grande personaggio dei Demòni, Kirillov, il perfetto nichilista, l’Uomo-Dio.

Stavrògin chiede a Tichon di recitare un passo dell’Apocalisse, questo passo: «E all’Angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Ecco quello che dice l’Amen, il testimone fedele e verace, il principio con cui Dio operò la creazione: conosco le tue opere; tu non sei né freddo, né caldo; oh, fossi almeno o freddo o caldo! Ma perché sei tiepido e né freddo né caldo, Io sto per vomitarti dalla Mia bocca. Tu vai dicendo: Io sono ricco, dovizioso, non mi manca niente; e non sai d’esser meschino, miserabile, povero, cieco, nudo…» [2].

Questo passo dell’Apocalisse, insieme al passo tratto dal Vangelo secondo Luca («C’era lì presso una numerosa mandria di porci che pascolava sulla montagna, ed essi gli chiesero il permesso di entrare in quelli. Egli annuì. Usciti pertanto i demoni da quell’uomo, entrarono nei porci, e la mandria con impeto si gettò a precipizio nel lago e annegò. Al veder ciò i custodi fuggirono a portare la nuova in città e per le campagne. Uscita quindi la gente a vedere l’accaduto e giunta da Gesù, trovarono l’uomo, dal quale erano usciti i demoni, vestito, seduto ai piedi di Lui e presente a se stesso, e n’ebbero paura. E quelli che avevano visto la cosa, raccontarono come l’ossesso fosse stato liberato» [3]), costituisce, secondo le indicazioni dello stesso Dostoevskij, una delle «chiavi» interpretative del romanzo. Tanto che, visto il rifiuto di Katkov di pubblicare queste pagine, lo scrittore decise di inserirlo nel capitolo conclusivo dei DemòniUltime peregrinazioni di Stepàn Trofìmovič. Ma queste righe dell’Apocalisse si riferiscono anche, e nella fattispecie soprattutto, a Stavrògin, come spiega Tichon: «Vi ha colpito il fatto che l’Agnello ami più l’uomo freddo, di quello soltanto tiepido. […] Voi non avete voluto essere soltanto tiepido» [4].

A questo punto, Stavrògin consegna all’ex vescovo un documento, in cui confessa il suo peggior misfatto: l’offesa alla piccola Matrëša, suicidatasi a causa dell’insopportabile rimorso (la stessa identica situazione si trova in Delitto e castigo, protagonista un altro illustre abitante dei «luoghi non giurisdizionali», utilizzando un’espressione di Caproni, Svidrigajlov). Stavrògin intende pubblicare lo scandaloso, scabroso documento, ma Tichon, con la sua straordinaria capacità di indagine dell’animo umano, rafforzata dalla volontà di evitare lo scandalo (l’ex vescovo è infatti in stretti rapporti con la madre di Nikolàj Vsèvolodovič, Varvàra Petròvna), gli oppone sopraffine obiezioni: «[…] si ha l’impressione che voi odiate già in anticipo tutti coloro che leggeranno il fatto qui descritto, e che li sfidiate a battaglia. Se non vi vergognate di confessare il delitto, perché vi vergognate del pentimento? “Mi guardino pure”, voi dite, ma voi come guarderete loro?» [5].

Tichon comprende subito che non si tratta di un atto di cristiana contrizione, ma dell’ennesima, lucidissima provocazione, che fa il paio con il matrimonio di Stavrògin con la zoppa e demente Mar’ja Timofèevna e via dicendo. «Cos’è, se non un’orgogliosa sfida di un colpevole al giudice?», domanda l’ex vescovo, che poi fornisce a Nikolàj Vsèvolodovič un quadro di ciò che accadrebbe dopo la pubblicazione della confessione: «Tutti mostreranno orrore, e, naturalmente, più simulato che vero. Gli uomini hanno paura soltanto di quello che minaccia direttamente i loro interessi personali. Non parlo delle anime pure: esse inorridiranno fra sé e accuseranno se stesse, ma non si noteranno. Tutti cominceranno presto a schernirvi. E aggiungete l’osservazione di un pensatore, che nella disgrazia altrui c’è sempre qualcosa di piacevole» [6].

All’interno della confessione di Stavrògin, spicca il racconto di un sogno, il «sogno dell’Età dell’oro», ispirato dal quadro di Claude Lorrain Aci e Galatea, conservato nella Pinacoteca di Dresda e ammirato dallo stesso Dostoevskij – insieme all’amatissima Madonna Sistina di Raffaello, anch’essa citata nel presente romanzo, e più di una volta – durante i suoi soggiorni nella città tedesca. Un tema particolarmente caro allo scrittore russo, che tornerà a trattarlo nel romanzo successivo ai DemòniL’adolescente (1875), e nel «racconto fantastico» – come lo definisce lo stesso Dostoevskij – Il sogno di un uomo ridicolo, pubblicato sul fascicolo di aprile del Diario di uno scrittore – 1877. Questo sogno è un retaggio dello Stavrògin precedente, di quello Stavrògin che abbiamo conosciuto dalle parole di Šatov, capace di schierarsi dalla parte di Cristo anche se «dimostrassero matematicamente che la verità è al di fuori del Cristo» [7].

Di seguito il quadro di Lorrain e poi il racconto del sogno.

«Feci un sogno assolutamente inatteso per me, perché non ne avevo mai fatti di quel tipo. Tutti i miei sogni sono sempre o stupidi o terrificanti. A Dresda, nella pinacoteca, esiste un quadro di Claude Lorrain, catalogato come Aci e Galatea; io invece l’ho sempre chiamato, non so neppure perché, L’età dell’oro. L’avevo visto anche in precedenza, e tre giorni prima, di passaggio, l’avevo notato ancora una volta. C’ero andato anzi apposta per guardarlo, e forse m’ero fermato a Dresda solo per quel quadro. E allora lo sognai, ma non come quadro, come qualcosa di vivo.
Del resto non so cosa ho sognato. Esattamente come nel quadro, era un angolo dell’arcipelago greco, e il tempo sembrava scorrere tremila anni fa: tenere onde azzurrine, isole e rocce, rive fiorite, un incantato panorama in lontananza, il sole invitante al tramonto: le parole non possono rendere tanta bellezza. Qui l’umanità europea ricorda la sua culla, e questo pensiero riempiva l’anima mia di una sorta d’amore fraterno. In questo luogo era il paradiso terrestre dell’umanità, gli dei scendevano dai cieli e si congiungevano agli uomini, qui è la patria dei primi fatti della mitologia. Qui vissero uomini meravigliosi! Si destavano e si addormentavano felici e innocenti; i boschetti eran colmi delle loro allegre canzoni, l’opulenza delle loro forze intatte si riversava nell’amore e nella gioia semplice e io sentivo questo e mi pareva nello stesso tempo di vedere nettamente tutta la loro grande trimillenaria vita futura, che ancora non scorgevano, che ancora non indovinavano, e in petto, a questi pensieri, il cuore mi palpitava. Oh, come ero felice che il cuore mi palpitasse, che finalmente io li amassi! Il sole inondava con i suoi raggi quelle isole e il mare, lieto dei suoi meravigliosi figli. Oh, sogno mirabile, alto inganno! Il sogno più inverosimile di quanti mai ne siano esistiti, ma a questo sogno tutta l’umanità in tutta la sua esistenza ha dedicato tutte le sue forze, per questo sogno ha sacrificato tutto, e si è inaridita e, inaridendosi, si è tormentata, per questo sogno sono morti in croce e si sono uccisi i suoi profeti, senza questo sogno i popoli non vogliono vivere e non possono neppure morire. Mi parve di provare tutte queste sensazioni in quel sogno; lo ripeto, non so cosa sognassi, sognavo solo una sensazione; ma le rocce e il mare e i raggi obliqui del sole morente, tutto mi sembrava di vedere ancora, quando mi risvegliai e aprii gli occhi, per la prima volta nella mia vita, letteralmente umidi di lacrime. Ricordo le lacrime, ricordo che ero felice e che non mi vergognavo. Una sensazione di felicità per me ancora sconosciuta attraversò tutto il mio cuore, fino a farmi male. Era già sera fatta; dalla finestra della mia piccola camera, in mezzo al verde dei fiori che stavano sul davanzale, traluceva un intero mazzo di raggi chiari e obliqui del sole morente, che mi inondava di luce. Richiusi in fretta gli occhi, come assetato di riprendere il sogno scomparso, ma all’improvviso in mezzo a una luce accecante mi parve di vedere un minuscolo punto. Fu proprio così che cominciò. Quel punto d’un tratto prese ad assumere una forma, e improvvisamente, chiaro e distinto, mi apparve un minuscolo ragno rosso. Subito lo riconobbi, era sulla foglia di geranio, e anche allora il sole morente spandeva i suoi raggi obliqui. Sentii come una trafittura, mi sollevai e mi misi seduto sul letto. Così accadde, così!» [8].

Il colloquio tra Tichon e Stavrògin si conclude con la profezia del suicidio di Nikolàj Vsèvolodovič da parte dell’ex vescovo.

«Cosa avete?», gridò d’un tratto Nikolàj Vsèvolodovič, fissando quasi spaventato Tichon. Questi era in piedi di fronte a lui, le mani congiunte davanti a sé con le palme in fuori, e uno spasimo doloroso gli attraversò fulmineamente il viso, come per un grande terrore.
«Cosa avete? Cosa avete?», ripeté Stavrògin, lanciandosi verso di lui, per sorreggerlo. Gli era sembrato che stesse per cadere.
«Io vedo… Io vedo con questi miei occhi», esclamò Tichon con una voce che penetrava nell’anima e con un’espressione di immensa pena, «vedo che voi, povero perduto giovane, non siete mai stato così vicino a un nuovo e ancor più grave delitto, come in questo momento!»
«Calmatevi!», cercava di convincerlo Stavrògin, decisamente preoccupato per lui. «Io forse li metterò da parte… avete ragione… non pubblicherò queste pagine… calmatevi!»
«No, non dopo la pubblicazione, ma un giorno prima della pubblicazione, forse un’ora prima del grande passo, tu ti lancerai in un nuovo delitto, come in una via di uscita, e lo compirai unicamente per sfuggire alla pubblicazione di questi fogli, sulla quale ora tu insisti tanto.»
Stavrògin si mise persino a tremare di rabbia e quasi di spavento.
«Maledetto psicologo!», troncò improvvisamente infuriato e, senza voltarsi, uscì dalla cella [9].

I demòni si concludono proprio con il suicidio di Stavrògin. La sua è l’ultima di una serie di morti che insanguinano le ultime pagine del romanzo: Lebjadkin e la sorella, consorte di Stavrògin, vengono massacrati da Fed’ka; Liza viene linciata dalla folla; Šatov abbattuto dalla cinquina guidata da Pëtr Stepànovič; sua moglie ed il neonato – avuto proprio da una relazione con Nikolàj Vsèvolodovič – consumati dal freddo; Kirillov annientato dalla sua stessa mano.

«Che sia andato lassù, signora?», qualcuno indicò la porta del solaio. Effettivamente, la porticina del solaio, che era sempre stata chiusa, era aperta, spalancata. Si doveva salire quasi resente il tetto, lungo una scala di legno, lunga, strettissima, terribilmente ripida. C’era un’altra cameretta lassù.
«Io non ci vado. Per quale motivo avrebbe dovuto arrampicarsi fin là?», Varvàra Petròvna era pallida come un cencio, e guardava i servi smarrita. I servi guardavano lei e tacevano, Daša tremava.
Varvàra Petròvna si lanciò su per la scaletta; Daša la seguì; ma appena entrata nel solaio, lanciò un urlo e cadde priva di sensi.
Il cittadino del cantone di Uri penzolava dietro la porticina. Sul tavolino giaceva un pezzetto di carta con queste parole scritte a matita: «Nessuno ne ha colpa, soltanto io». Lì vicino, sul tavolino, c’era anche un martelletto, un pezzo di sapone e un grosso chiodo, che servivano evidentemente di riserva. Il forte spago di seta, che Nikolàj Vsèvolodovič aveva usato per impiccarsi, chiaramente scelto e preparato prima, era stato abbondantemente insaponato. Ogni particolare dimostrava una perfetta predeterminazione, un’assoluta lucidità fino all’ultimo minuto.
I nostri medici dopo l’autopsia esclusero assolutamente, con insistenza, l’ipotesi della follia [10].

Così il funesto demiurgo si toglie la vita. Il degno epilogo di un’esistenza straordinaria, tra le più fulgide, affascinanti e al tempo stesso raccapriccianti creazioni di Dostoevskij.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, p. 746.

[2] Ivi, p. 747.

[3] Ivi, p. 711. Dostoevskij cita il passo tratto dal Vangelo secondo Luca nell’importante lettera a Majkov del 9 (21) ottobre 1870. Si veda l’articolo Dostoevskij spiega Dostoevskij. I demoni. Parte II.

[4] Ivi, p. 748.

[5] Ivi, p. 769.

[6] Ivi, p. 773.

[7] Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte.

[8] Fëdor Dostoevskij, I demoni, op. cit., pp. 764-766.

[9] Ivi, p. 777.

[10] Ivi, pp. 734-735.

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