«Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse».

M. Moretti, A Cesena”, da Il giardino dei frutti”, 1916.

La vita

Marino Moretti nasce il 18 luglio del 1885 a Cesenatico, da Ettore, impiegato comunale, e da Filomena, insegnante elementare. Dopo aver frequentato la scuola primaria proprio nella classe della madre, nel 1896 viene iscritto all’Istituto “Sant’Apollinare” di Ravenna, che lascia dopo appena un anno a causa degli scarsi risultati. Passa dunque al liceo-ginnasio “Vittorino da Feltre” di Bologna, che abbandona nel 1900 senza però riuscire ad ottenere la licenza ginnasiale.

Deciso ad interrompere definitivamente gli studi, nel 1901 Marino convince i genitori ad essere iscritto alla “Regia Scuola di recitazione Tommaso Salvini” di Firenze, diretta dall’attore e drammaturgo Luigi Rasi. Le qualità recitative del giovane sono tutt’altro che eccelse, tanto che lo stesso Rasi gli consiglia di lasciare questa carriera, suggerendo invece la via letteraria. Moretti accetta di essere il collaboratore di Rasi nella stesura del Dizionario dei comici italiani. Il futuro poeta compie un ottimo lavoro, raggiungendo una discreta indipendenza economica. Alla scuola di recitazione conosce inoltre Aldo Palazzeschi, con il quale stringe un’importante e solida amicizia duratura nel tempo. Gli anni trascorsi a Firenze sono fondamentali per la sua formazione. Nel capoluogo toscano in particolare frequenta il “Gabinetto Vieusseux”, istituzione culturale dove è possibile accedere alle riviste italiane e straniere più importanti dell’epoca.

Negli anni 1902-1903 Moretti compone le prime raccolte di novelle, intitolate Le primavere, e le prime raccolte poetiche, Il poema di un’armonia La sorgente della pace. Il vero debutto letterario avviene però nel 1905, con la pubblicazione delle liriche raggruppate in Fraternità, seguite dalle novelle Paese degli equivoci.

Tra il 1910 ed il 1916 vengono date alle stampe le raccolte poetiche più celebri del poeta: La serenata delle zanzare (1908), Poesie scritte col lapis (1910), Poesie di tutti i giorni (1911), I poemetti di Marino (1913) e Il giardino dei frutti (1916) – in particolare, con quest’ultima opera Moretti sembra congedarsi dal pubblico come poeta, in modo da concentrarsi soprattutto sulla memorialistica e sulla narrativa -. Effettivamente è così, egli riprenderà l’attività poetica solo dopo mezzo secolo.

Durante la Prima guerra mondiale, pur non essendo ritenuto idoneo al servizio militare, Moretti si arruola, non come soldato, bensì come infermiere, prestando assistenza medica negli ospedali da campo. Nel 1916 viene inviato a Roma, dove lavora presso l’agenzia di stampa della Croce Rossa, insieme allo scrittore toscano Federigo Tozzi, con il quale stringe un intenso rapporto di amicizia. Ed è proprio durante gli anni dell’orribile e devastante conflitto bellico che Moretti esordisce come romanziere con Il sole del sabato, pubblicato nel 1916, al quale segue Guenda (1918).

Negli anni Venti collabora con numerosi quotidiani, tra cui il “Corriere della sera”, e firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Nel 1928 la pubblicazione del volume Trono dei poveri gli crea diversi problemi. L’opera non viene accolta bene dai fascisti della Repubblica di San Marino, a causa del contenuto dal tono nostalgico nei confronti delle istituzioni passate, rappresentazioni ed incarnazioni dei valori più importanti, ovvero la libertà e l’indipendenza. Nel 1932 l’Accademia d’Italia gli assegna il premio Mussolini, premio ben presto ritirato e consegnato al giornalista-scrittore Silvio Benco. Dodici anni dopo, nel 1944, dopo il radicale e totale cambiamento politico, lo stesso premio viene di nuovo assegnato a Moretti, che però lo rifiuta con fermezza. Nel frattempo, nel 1941 era uscito il romanzo La vedova Fioravanti, accolto dalla critica come il suo capolavoro.

Dal secondo dopoguerra al 1979, anno della sua morte (avvenuta il 6 luglio alla veneranda età di novanta anni), Moretti pubblica molti romanzi, ritira diversi premi illustri – tra cui il premio dell’Accademia dei Lincei nel 1952 – e torna a scrivere poesia, pubblicando quattro raccolte: L’ultima estate (1969), Tre anni e un giorno (1971), Le poverazze (1973) e Diario senza fine (1974).

La poetica

Ripercorriamo la poetica di Moretti, prendendo in considerazione le sue raccolte di versi più importanti. Partiamo da Fraternità (1905), opera dedicata al “fratello morto” ed alla “madre viva e piangente”. Qui domina l’ambientazione pascoliana, con al centro gli affetti domestici, il legame indissolubile, naturale con la madre, l’opposizione crudele, a tratti agghiacciante fra la casa-nido ed il mondo esterno. Nei poemetti contenuti nella Serenata delle zanzare (1908) le tematiche cambiano, si abbassano, si degradano, quasi si logorano, orientate verso l’adesione silenziosa e colpevole alla diffusa mentalità piccolo-borghese, da “romanzo d’appendice”. I finali dai sentori favolistici celano una macabra ricerca di crudeltà ed orrore.

Le Poesie scritte col lapis (1910) sono percorse dalle tipiche atmosfere crepuscolari, atmosfere impreziosite dal tocco lieve e pregiato di Moretti: immagini di donne appassite dalla carezza inesorabile e grave del tempo; piccoli e chiusi ambienti di provincia; la quotidiana noia incolore; ansie ed insoddisfazioni represse, laceranti, mali privi di cure; i melanconici cani randagi che tanto somigliano all’io errabondo del poeta; il senso disgustoso ed inconfutabile dell’inutilità della vita, cui corrisponde sul foglio di carta un linguaggio uniforme, a tratti monotono, fatto di molte ripetizioni ed altrettante riprese; e poi il mondo infantile, quel mondo magico di banchi e compagni di scuola, di giochi e scorribande, quando la vita aveva poca importanza e, proprio per questo, era magnifica.

Le situazioni, i temi, i contenuti sono gli stessi anche nella raccolta poetica successiva, intitolata Poesie di tutti i giorni (1911), dove è ribadito il rapporto stretto tra l’infanzia e la quotidianità, e dove è tracciata una sorta di mappa dei luoghi imperdibili della grigia noia cittadina. Con Il giardino dei frutti (1916), Moretti conclude temporaneamente la sua esperienza lirica, accentuando i toni di una insofferenza cronica che corrode non solo l’anima, ma anche il fisico, tanto è devastante ed inarrestabile. In questi versi emerge una scarsa propensione del poeta nei confronti di Leopardi, l’amore per la scrittrice Carolina Invernizio, la lettura avida e passionale del D’Annunzio proibito… Emergono anche spaventosi momenti di confessione ferina, psicanaliticamente così lucida e trasparente da causare orrore. Il mondo domestico e provinciale diventa un’arida ed oscura ed obliosa prigione, nella quale, dietro l’apparente felicità dei legami affettivi, si celano ossessioni e frustrazioni senza rimedio. Il mondo borghese è un inferno, in esso tiranneggiano tragedia, dolore, inibizione e repressione, ed alcun tipo di sfogo, alcun tipo di compensazione possono aiutare.

Negli ultimi anni Moretti sceglie sorprendentemente di tornare alla poesia. La condotta beffarda presente già in alcuni versi del passato raggiunge ora risultati significativi, grazie alla libertà delle forme e dei toni con cui l’autore riesce ad esprimere umori, crude avversioni e risentimenti velenosi. La prosa-poesia di Moretti trova nell’aforisma e nella sentenza epigrammatica il centro su cui fondare l’andamento del diario poetico, un diario dalle confessioni appuntite, aspre e taglienti.

In conclusione, vi proponiamo la poesia A Cesena, tratta dalla raccolta Il giardino dei frutti. Buona lettura.

A CESENA

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.

Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.

Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,

il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che s’ostina
a dirmi bella la tua vita, bella,

bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora
o sposa, io vedo tuo marito, sento,
oggi, a chi dici mamma, a una signora;

so che quell’uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolento,
il babbo che ti vuole un po’ di bene.

«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch’io sia gentile, vuoi ch’io le sorrida,
che le parli dei miei viaggi, poi…

poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che sfida
corsa tra voi; e dici, dici dove,

quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.

Parli d’una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;

parli del nonno ch’è quasi al tramonto
il nonno ricco del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò di conto»;

parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d’amor proprio, d’amore.

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui,
tutta d’un uomo ch’io conosco appena,

tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me parla… così,
senza dolcezza, mentre piove o spiove:

«La mamma nostra t’avrà detto che…
E poi si vede, ora si vede, e come!
sì, sono incinta… Troppo presto, ahimè!

Sai che non voglio balia? che ho speranza
d’allattarlo da me? Cerchiamo un nome…
Ho fortuna, è una buona gravidanza…»

Ancora parli, ancora parli, e guardi
le cose intorno. Piove. S’avvicina
l’ombra grigiastra. Suona l’ora. È tardi.

E l’anno scorso eri così bambina!

M. Moretti, In verso e in prosa, a cura di G. Pampaloni, Mondadori, Milano 1979.

In copertina: Vincent van Gogh, Pioggia, 1889.

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