Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Inferno, Canto XXVI, vv. 118-120.

Ciò che colpisce subito leggendo Se questo è un uomo di Primo Levi è il tono. Un tono asciutto, scabro, essenziale, che non cede a facili sentimenti quali il vittimismo, l’autocommiserazione, la vendetta. A spiegarne le ragioni è lo stesso autore in Appendice: «[…] io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all’odio antepongo la giustizia. Proprio per questo motivo, nello scrivere questo libro, ho assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore: pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile ed utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone in giudizio adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice. I giudici siete voi» (Primo Levi, Se questo è un uomo. La tregua, Einaudi, Torino 1989, p. 330). Questo straordinario aspetto distingue il libro di Levi da molta, moltissima letteratura dell’Olocausto, e gli permette di imporsi, al di là della tragica occasione, come vero e proprio Classico, fenomeno raro per un libro italiano pubblicato nel secondo dopoguerra.

Si intitola emblematicamente Sul fondo il primo capitolo di Se questo è un uomo ambientato a Monowitz, uno dei tre campi di concentramento che costituivano il triangolo della morte con Auschwitz e Birkenau: «Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia» (p. 19). Questo passo spiega bene perché siano così numerosi nel corso di tutto il libro i richiami all’Inferno dantesco, a volte impliciti, a volte del tutto espliciti, come nel capitolo dedicato interamente al ventiseiesimo canto dell’Inferno, quello di Ulisse, che racchiude il senso della prigionia in Lager. Ma procediamo con ordine. Così si conclude Sul fondo: «Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo» (p. 32).

Le macabre notti dei prigionieri sono tormentate da sogni ricorrenti: la narrazione inascoltata e il sogno di Tantalo: «Si sentono i dormienti respirare e russare, qualcuno geme e parla. Molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle. Sognano di mangiare: anche questo è un sogno collettivo. È un sogno spietato, chi ha creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo. Non si vedono soltanto i cibi, ma si sentono in mano, distinti e concreti, se ne percepisce l’odore ricco e violento; qualcuno ce li avvicina fino a toccare le labbra, poi una qualche circostanza, ogni volta diversa, fa sì che l’atto non vada a compimento. Allora il sogno si disfa e si scinde nei suoi elementi: e questo senza tregua, per ognuno di noi, per ogni notte e per tutta la durata del sonno» (p. 54). E anche questo sogno ricorrente somiglia tanto ad una pena da crudele e sadico contrappasso dantesco.

Levi definisce le storie dei prigionieri storie di una nuova Bibbia, e in tal senso in Se questo è un uomo sono frequenti gli accenni al mito biblico. Uno su tutti, quello della Torre di Babele: «La Torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna e la cui sommità è raramente visibile in mezzo alla nebbia, siamo noi che l’abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, téglak, e l’odio li ha cementati; l’odio e la discordia, come la Torre di babele, e così noi la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini. E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida del cielo come una bestemmia di pietra» (pp. 65-66). È questo uno dei passi più belli di tutto il libro, senza dubbio.

Nell’importante capitolo intitolato Al di qua del bene e del male, Levi descrive la Borsa attiva nel Lager, e racconta come il baratto sia la forma di scambio più diffusa. In tal senso, se l’Al di là del bene e del male nietzschiano – al quale l’autore si riferisce di certo polemicamente – indica un superamento della morale, l’Al di qua di Levi indica invece uno stato precedente alla formazione stessa della morale, uno stato primitivo. Perché all’interno del Lager, ed è forse questa la sua caratteristica principale, l’uomo è sottoposto ad un sistematico processo di degradazione, che talvolta può giungere fino al totale imbestiamento.

Dall’esperienza in Lager «viene in luce che esistono fra gli uomini due categorie particolarmente ben distinte: i salvati e i sommersi» (p. 79). Tale suddivisione, nella vita comune molto meno evidente, in Lager si fa netta perché «qui la lotta per sopravvivere è senza remissione, perché ognuno è disperatamente ferocemente solo» (p. 80). In questa solitudine cruenta e spietata, «la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale» (ivi) – si ricordi ciò che ho scritto poco sopra – e se da una parte ci sono i forti e gli astuti, dall’altra ci sono i deboli, gli inetti, quelli votati alla selezione. Sono questi ultimi i «mussulmani», i sommersi: «loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla. Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero» (pp. 81-82).

Come già anticipato un intero capitolo è dedicato al XXVI canto dell’Inferno dantesco, intitolato appunto Il canto di Ulisse. E di tutti i meravigliosi versi di quella che è una delle più grandi creazioni di tutta la storia del genere umano, la terzina riportata in epigrafe del presente articolo («Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza»), scrive Levi, interessa tutti gli uomini in travaglio, e soprattutto i prigionieri del Lager.

Tra i momenti maggiormente carichi d’angoscia, vi è certamente quello della selezione, a cui è dedicato il capitolo Ottobre 1944. Una selezione veloce, sommaria, talvolta casuale, perché «per l’amministrazione del Lager, l’importante non è tanto che vengano eliminati proprio i più inutili, quanto che si rendano speditamente liberi posti in una certa percentuale prestabilita» (p. 115). Al termine della selezione qualcuno prega, ringrazia Dio perché non è stato scelto. Uno di questi è il vecchio Kuhn: «Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Khun che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più? Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn» (p. 116). Un altro passo meraviglioso questo.

La grandezza di Primo Levi è questa: egli non lesina critiche ai prigionieri, e dunque a se stesso. E ciò avviene soprattutto quando, nel capitolo L’ultimo, in compagnia dell’amico Alberto, Levi assiste all’esecuzione di un prigioniero implicato nel sabotaggio di uno dei crematori di Birkenau: «Chi rispose “Jawohl”? Tutti e nessuno: fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente, esso penetrò le grosse antiche barriere di inerzia e di remissione, percosse il centro vivo dell’uomo in ciascuno di noi: – Kameraden, ich bin der Letzte! – (Compagni, io sono l’ultimo!) Vorrei poter raccontare che fra di noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperta la testa che quando il tedesco ce l’ha ordinato. La botola si è aperta, il corpo ha guizzato atroce; la banda ha ripreso a suonare, e noi, nuovamente ordinati in colonna, abbiamo sfilato davanti agli ultimi fremiti del morente. Ai piedi della forca, le SS ci guardano passare con occhi indifferenti: la loro opera è compiuta, e ben compiuta. I russi possono ormai venire: non vi sono più uomini forti fra noi, l’ultimo pende ora sopra i nostri capi, e per gli altri, pochi capestri sono bastati. Possono venire i russi: non troveranno che noi domati, noi spenti, degni ormai della morte inerme che ci attende. Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo, non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. Alberto ed io siamo rientrati in baracca, e non abbiamo potuto guardarci in viso. Quell’uomo doveva essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo. Perché, anche noi siamo rotti, vinti: anche se abbiamo saputo adattarci, anche se abbiamo finalmente imparato a trovare il nostro cibo e a reggere alla fatica e al freddo, anche se ritorneremo. Abbiamo issato la menaschka sulla cuccetta, abbiamo fatto la ripartizione, abbiamo soddisfatto la rabbia quotidiana della fame, e ora ci opprime la vergogna» (p. 133).

L’ultimo capitolo, Storia di dieci giorni, è forse il più crudo di tutti. Il Lager viene sgomberato, i tedeschi fuggono, e non restano che i malati, tra cui Primo Levi. Viene abbattuta la barriera del Lager, ma non si fugge, si va solo fuori a raccogliere patate: «Libertà. La breccia nel filo spinato ce ne dava l’immagine concreta. A porvi mente con attenzione voleva dire non più tedeschi, non più selezioni, non lavoro, non botte, non appelli, e forse, più tardi, il ritorno. Ma ci voleva sforzo per convincersene e nessuno aveva tempo di goderne. Intorno tutto era distruzione e morte» (pp. 149-150). E in questi atroci, assurdi dieci giorni, i pochi superstiti scendono ancora più in basso, non essendoci, al peggio, mai fine: «Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell’uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce» (p. 152).

Il 27 gennaio 1945 arrivano i russi. E cosa trovano non dobbiamo sforzarci di immaginarlo. Ce l’ha raccontato Primo Levi.

P.S. Un’amara constatazione. Leggendo Se questo è un uomo ho avuto ancora una volta la conferma che, per quanto possa essere sviluppata in un uomo l’empatia, egli non riuscirà mai a capire fino in fondo l’altrui sofferenza. Il dolore, qualunque dolore, è necessario viverlo in prima persona per comprenderlo. Per questo motivo i celebri versi posti in epigrafe da Levi («Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case…»), e in particolar modo il conclusivo anatema («O vi si sfaccia la casa, / La malattia vi impedisca, / I vostri nati torcano il viso da voi»), possono forse sfiorarci, ma non colpirci. E credo che Levi stesso lo sapesse.

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