“Vi assicuro che da morto sarò glorificato e Fantozzi diventerà una grande maschera.”

Quando iniziai a scrivere su queste pagine, ormai cinque anni fa, uno dei miei sogni reconditi era quello di intervistare un giorno il grande Paolo Villaggio. Ero estremamente curioso di levare la maschera a quel personaggio, capire l’uomo che c’era dietro quegli aneddoti incredibili che snocciolava ad ogni apparizioni, all’ironia autentica dietro il quale nascondeva tutte le sue paure.

L’intervista purtroppo non verrà mai realizzata, ma una volta, circa un anno fa, ebbi il modo di assistere ad una sua chiacchierata riservata, un’intervista informale e condivisa in riva al mare, simbiotico evento che mi svelò molti aspetti della sua vita funambolica tra letteratura e cinema.

In quell’occasione raccontò i soliti slogan, certo, molte storielle già sentite dai seguaci villaggiani come me, alcune inventate di volta in volta e riadattate per l’occasione, nel suo stile, dalla cintura per deformi in aereo, alle sue sfortune sentimentali fino ad arrivare all’incredibile trovata di predire la sua data di morte (previsione toppata ovviamente, che lo avrebbe innalzato a profeta in caso contrario), ricalcando il personaggio sfigato e perdente di un uomo qualunque, di un Fantozzi a caso.

Tra le risate compiaciute dei pochi presenti, nella sua narrazione ricca di colori e gli sguardi contrariati che si infuocavano tra il pubblico quando si toccava l’argomento religioso, ho capito finalmente che solo l’insieme delle sue maschere pirandelliane componevano finalmente il ritratto dell’uomo vero, e che dunque ogni faccia di quel Paolo Villaggio era vera, il bugiardo, il genio, il narcisista, l’insicuro, il letterato e il lettore, alternandosi così velocemente da sbigottire chiunque.

Paolo Villaggio ha messo sul piatto tutte le mestizie dell’uomo moderno, con il nichilismo esistenziale figlio della sua amata letteratura russa (non perdeva occasione per citare Dostoevskij e i suoi miti letterari) e del principe Myskin, e ci ha banchettato senza vergognarsene, sviscerandole, mostrandocele a 360° in prima persona, per non offenderci. È stato un narratore spietato, ha urlato in faccia a tutti noi lo status di “miserabili merdacce” nel quale viviamo, e noi abbiamo riso.

Poi, terminate le battute di repertorio, gettò il copione e cominciò ad andare a  braccio, cercando nella gente presente un dibattito. Racconto che ricordo con particolare emozione è la storia del suo grande amore per la moglie, la romantica scoperta di quelle splendide efelidi che gli brillavano in volto alla luce delle lucciole raccolte in un bicchiere, una visione intima e autobiografica che raramente aveva espletato. Una giovane ragazza allora gli chiese, cercando rassicurazioni sul proprio futuro, quale sarebbe stato il domani per lei e la sua generazione. Il maestro Villaggio risponde schiettamente “Andatevene all’estero, in Australia ad esempio…Chi è quel ragazzo vicino a lei, signorina?”
“Il mio fidanzato” – rispose imbarazzata per questo veloce cambio di maschera e di intimità.
“Ma parla italiano? Mi capisce quando parlo?” – rispose scherzando Paolo Villaggio – “Bhè, sa che le dico? – continuò serbando per il finale un altro pezzo del suo repertorio, il sogno – È in questi momenti che rimpiango di invecchiare in fretta, altrimenti sa cosa avrei fatto? Avrei pagato un biglietto per l’Australia al suo ragazzo e sarei scappato con lei”.

Comments

comments