«[…] l’amore reciproco fra gli uomini è la legge fondamentale della vita umana».

Lev Tolstoj, Resurrezione, 1899.

Resurrezione (1899) è l’ultimo romanzo di Lev Tolstoj (1828-1910). L’ultimo e, secondo il modestissimo parere del sottoscritto, il più grande. Sebbene la stragrande maggioranza della critica consideri Guerra e pace (1865-1869) [1] ed Anna Karenina (1877) i due massimi capolavori dell’eccezionale scrittore russo, la superiorità di Resurrezione rispetto ad essi risalta già dalle primissime pagine.

«Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all’amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l’un l’altro» [2].

L’incipit di Resurrezione è esplosivo – tra i più esplosivi dell’intera storia della letteratura -, travolgente, intimo, e denota un’inversione di tendenza, un cambio di passo rispetto a Guerra e pace, poema della Russia e dei suoi salotti, e ad Anna Karenina, tragedia dell’opulenta donna vittima di quella smania di dolore che spesso investe gli individui che hanno tutto dalla vita.

Nechljudov, ricco principe protagonista di Resurrezione, è la trasposizione letteraria dello stesso Tolstoj. L’autore russo, nel percorso di redenzione di Nechljudov, narra la sua vita: lussuosa e vacua fino al 1881, anno della celebre conversione, essenziale ed impegnata dopo (un cambiamento talmente radicale da far addirittura ripudiare e Tolstoj tutte le opere scritte prima del 1881, di cui Guerra e pace ed Anna Karenina fanno copiosamente parte). Ebbene, qual è il momento in cui Nechljudov decide di cambiare vita? Il momento in cui, in tribunale, incontra la Maslova, caricatura abbruttita e traviata della graziosa Katjuša amata anni prima.

Fu lo stesso Nechljudov a causare lo sfacelo morale ed esistenziale della protagonista, sedotta, ingravidata ed abbandonata quand’era ancora una giovanissima fanciulla per bene. La Maslova, divenuta ora una volgare prostituta alcolizzata, vine ingiustamente condannata ai lavori forzati per omicidio, e nel principe, che ha fatto parte della giuria popolare impegnata nella causa della donna, scatta qualcosa, una scintilla che presto assume le dimensioni di un incendio inestinguibile. Nechljudov vuole riscattare la propria colpa e redimere Katiuša, anche sposandola se necessario. Decide di prendersi cura di lei, di seguirla ovunque, anche in Siberia. Un mutamento incredibile, repentino e drastico, che lo porta a recidere con decisione i rapporti con l’alta e vuota società alla quale appartiene, avviene nell’animo del principe, ed alcuni passi del romanzo lo evidenziano in modo straordinario.

«Pregava, chiedeva a Dio di aiutarlo, di dimorare in lui e di purificarlo, ma intanto ciò che chiedeva si era già realizzato. Dio, che viveva in lui, si era destato nella sua coscienza. Lo sentì in sé, e perciò sentì non solo libertà, coraggio e gioia di vivere, ma sentì tutta la potenza del bene. Adesso si sentiva capace di fare tutto il meglio che poteva fare un uomo» [3].

«”Per due anni non ho tenuto un diario, pensando che non sarei più tornato a queste bambinate. Ma non era una bambinata, bensì un dialogo con me stesso, con l’io più autentico, divino, che vive in ogni uomo. Per tutto questo tempo quell’io ha dormito, e io non avevo con chi dialogare. L’ha ridestato lo straordinario avvenimento del 28 aprile, durante il processo in cui ero giurato. Sul banco degli imputati ho visto lei, quella Katjuša che avevo ingannato, in divisa da carcerata. Per uno strano equivoco e per un mio errore l’hanno condannata ai lavori forzati. Oggi sono stato dal procuratore e in prigione. Non mi hanno lasciato entrare, ma ho deciso di fare tutto per vederla, confessarle la mia colpa e ripararla, fosse anche col matrimonio. Signore, aiutami! La mia anima è serena e piena di gioia”» [4].

Nechljudov inizia a frequentare il carcere con assiduità, diventa un punto di riferimento per i detenuti, si batte per essi. Osserva da vicino la condizione disumana dei condannati e prova disgusto. Abbandona le sessioni giudiziarie, spiegandone le ragioni al procuratore senza troppi giri di parole, senza mezzi termini: «- Il motivo è che ritengo qualsiasi tribunale non solo inutile, ma immorale» [5]. Quello stesso tribunale definito dal protagonista «strumento amministrativo per mantenere l’ordine esistente, che conviene alla nostra classe» [6].

La società, la società che detiene il potere si limita a punire i colpevoli, a rinchiuderli in ambienti rivoltanti che non fanno altro che corromperli ancor di più, quando dovrebbe sforzarsi di eliminare le condizioni in cui si formano questi poveri infelici.

«”Un essere pericoloso come la delinquente di ieri, – pensava Nechljudov ascoltando quanto si svolgeva dinanzi a lui. – Loro sono pericolosi, e noi non lo siamo? Io sono un dissoluto, un libertino, un traditore, e tutti noi, tutti quelli che, conoscendomi così come sono, non solo non mi disprezzavano, ma mi rispettavano? Ma se anche fosse questo ragazzo la persona più pericolosa per la società fra tutta la gente che si trova in quest’aula, che cosa bisognerebbe fare, secondo il buon senso, ora che l’abbiamo in mano nostra?
“Perché è evidente che questo ragazzo non è un malfattore speciale, ma una persona comunissima, lo vedono tutti, e che si è ridotto così solo perché si è trovato nelle condizioni che generano le persone come lui. E perciò mi sembra chiaro che perché non ci siano ragazzi simili bisogna sforzarsi di eliminare le condizioni in cui si formano questi infelici.
“E invece cosa facciamo? Acciuffiamo il primo ragazzo del genere che ci capita sotto mano per caso, sapendo benissimo che migliaia di altri restano impuniti, e lo rinchiudiamo in prigione, in condizioni di ozio assoluto o del più malsano e insensato lavoro, in compagnia di persone indebolite e smarrite nella vita come lui, e poi lo deportiamo a spese dello stato, insieme alla gente più depravata, dal governatorato di Mosca e quello d’Irkutsk.
“E per eliminare le condizioni che generano tali persone non solo non facciamo nulla, ma anzi promuoviamo le istituzioni in cui si producono. E si sa quali sono queste istituzioni: fabbriche, officine, laboratori, osterie, bettole, case di tolleranza. E non solo non eliminiamo tali istituzioni, ma ritenendole necessarie le promuoviamo, le regolamentiamo.
“E così educhiamo non uno, ma milioni di uomini, e poi ne acciuffiamo uno e c’immaginiamo di aver fatto qualcosa, di esserci tutelati, e che ormai non si possa pretendere altro da noi: l’abbiamo tradotto dal governatorato di Mosca a quello d’Irkutsk, – pensava Nechljudov con insolita lucidità e chiarezza, seduto sulla sua sedia vicino al colonnello, mentre ascoltava le diverse intonazioni delle voci del difensore, del procuratore e del presidente, e guardava i loro gesti sicuri. – E poi quanti e quali strenui sforzi costa questa finzione, – continuava a pensare Nechljudov, osservando quella sala enorme, quei ritratti, le lampade, le poltrone, le uniformi, quei muri spessi, le finestre, ricordando tutta la mole di quell’edificio e la mole ancor maggiore dell’istituzione stessa, tutto l’esercito di funzionari, scrivani, custodi, fattorini, non solo lì, ma in tutta la Russia, che ricevevano uno stipendio per quella commedia che non serviva a nessuno. – Che accadrebbe se indirizzassimo anche solo la centesima parte di questi sforzi per aiutare le creature derelitte a cui ora guardiamo come a braccia e corpi necessari alla nostra tranquillità e comodità? Perché sarebbe bastato che si trovasse una persona – pensava Nechljudov guardando il viso malato e impaurito del ragazzo, – che s’impietosisse di lui, fin da quando la miseria spinse i suoi a mandarlo in città dalla campagna, e soccorresse quella miseria; o anche quando era già in città e dopo dodici ore di lavoro in fabbrica si faceva trascinare in osteria dai compagni più grandi, se allora si fosse trovata una persona che gli dicesse: ‘Non andarci, Vanja, non è bene’, quel ragazzo non ci sarebbe andato, non avrebbe perso tempo in chiacchiere e non avrebbe fatto nulla di male.
“Ma di persone che s’impietosissero di lui non se n’era trovata neanche una in tutto quel tempo, mentre come una bestiolina viveva in città i suoi anni di apprendistato, e rapato a zero per non prendersi i pidocchi correva a far compere per gli operai; al contrario, tutto ciò che aveva sentito da operai e compagni da quando viveva in città era che è in gamba chi inganna, chi beve, chi bestemmia, chi picchia e conduce una vita viziosa. Quando poi, ammalato e corrotto da un lavoro malsano, dal bere e dal vizio, inebetito e sventato, come in sogno, bighellonando senza meta per la città va a introdursi stupidamente in una rimessa e ne ruba delle stuoie che non servono a nessuno, allora noi tutti, uomini agiati, ricchi, colti, che non ci siamo affatto preoccupati di eliminare le cause che hanno condotto quel ragazzo alla sua attuale situazione, pretendiamo per giunta di rimediare punendo il ragazzo.
“Orrore! Non sai se qui è più la crudeltà o il nonsenso. Ma pare che sia l’una che l’altro abbiano raggiunto il colmo”» [7].

In Resurrezione sono presenti numerosi accenni al Tolstoismo, la filosofia religiosa concepita dallo scrittore russo, critica contro la Chiesa e le sue vuote ed insignificanti manifestazioni esteriori. Tolstoj è il portavoce di una fede intima e semplice, che riduce i nuclei dell’intera religione cristiana agli insegnamenti di Cristo, in particolare ad un insegnamento di Cristo: l’amore per il prossimo. Secondo Tolstoj la religione deve tornare ad una dimensione terrena, immediata, permettendo all’uomo di fare il bene in questa vita. Ogni altro accenno a fantasiosi aldilà è deleterio e vano. Tolstoj pagherà a caro prezzo queste sue convinzioni, e nel 1901 verrà addirittura scomunicato dal Santo Sinodo. Sarà l’opinione pubblica russa a prendere le difese dello scrittore, che considera un suo padre spirituale.

Nel suo ultimo romanzo, Tolstoj dedica diverse pagine alla descrizione di una funzione religiosa alla quale assistono i detenuti, e critica aspramente questa manifestazione esteriore che non fa altro che racchiudere l’intimo sentimento religioso dell’uomo a mera forma priva di sostanza. Cristo non ha insegnato nulla di tutto questo, anzi, si è battuto con tutto se stesso contro qualunque tipo di rito religioso. E lo scrittore russo in Resurrezione innalza un potente grido di protesta contro la Chiesa. Un attacco frontale e deciso, splendido.

«E a nessuno dei presenti, a cominciare dal sacerdote e dal direttore per finire con la Maslova, venne in mente che quello stesso Gesù, il cui nome il sacerdote aveva ripetuto fischiando un tale infinito numero di volte, lodandolo con ogni sorta di strane parole, aveva proibito appunto tutto ciò che si faceva lì; aveva proibito non solo quella assurda stregoneria verbosa e sacrilega dei sacerdoti-maestri sul pane e il vino, ma aveva esplicitamente proibito che alcuni uomini chiamassero maestri altri uomini, aveva proibito le preghiere nei templi, e aveva comandato a ognuno di pregare in solitudine, aveva proibito i templi stessi, dicendo che era venuto per distruggerli e che bisognava pregare non nei templi, ma in spirito e verità; e soprattutto aveva proibito non solo di giudicare gli uomini e di tenerli reclusi, torturarli, disonorarli, giustiziarli, come si faceva lì, ma aveva proibito qualsiasi violenza sugli uomini, dicendo che era venuto per dare ai prigionieri la libertà.
A nessuno dei presenti venne in mente che tutto ciò che si compiva lì era la più grande profanazione e derisione di quello stesso Cristo in nome del quale si faceva tutto ciò. A nessuno venne in mente che la croce dorata con i piccoli medaglioni di smalto alle estremità che il sacerdote aveva portato fuori e dato da baciare alla gente non era nient’altro che la raffigurazione della forca su cui era stato giustiziato Cristo proprio per aver proibito ciò che adesso si faceva lì nel suo nome. A nessuno venne in mente che i sacerdoti che s’immaginano di mangiare il corpo e bere il sangue di Cristo nella forma del pane e del vino, mangiano davvero il suo corpo e bevono il suo sangue, ma non nei pezzetti di pane e nel vino, bensì perché scandalizzano quei “piccoli” con cui Cristo si era identificato, non solo, ma li privano del bene più grande e li sottopongono ai più crudeli tormenti, celando agli uomini la buona novella che gli era venuto a portare.
Il sacerdote faceva tutto ciò con la coscienza tranquilla, perché sin dall’infanzia era stato educato a pensare che quella era l’unica vera fede, in cui avevano creduto tutti i santi vissuti prima e credevano ora le autorità religiose e civili. Egli non credeva che il pane si trasformasse in corpo, che fosse utile per l’anima pronunciare tante parole o che quello che aveva mangiato fosse davvero un pezzetto di Dio, – a questo è impossibile credere, – ma credeva che bisognava credere in quella fede. E soprattutto lo confermava in questa fede il fatto che per celebrare i riti guadagnava ormai da diciott’anni dei redditi con cui manteneva la famiglia, il figlio al ginnasio, la figlia in un istituto religioso. E così credeva anche il chierico, e ancor più fermamente del sacerdote, perché aveva del tutto dimenticato l’essenza dei dogmi di quella fede, e sapeva soltanto che per la comunione, per la commemorazione dei defunti, per le ore, per il Te Deum semplice e per quello con le lodi, per tutto c’era una determinata tariffa, che i buoni cristiani pagavano volentieri, e perciò gridava i suoi “ab’ pietà, ab’ pietà”, e cantava, e leggeva ciò che doveva con la stessa tranquilla certezza di far cosa necessaria con cui la gente vende legna, farina, patate. Quanto al direttore della prigione e ai carcerieri, benché non avessero mai saputo né approfondito in cosa consistessero i dogmi di quella fede e cosa significasse quanto si compiva in chiesa, – credevano che bisognava assolutamente credere in quella fede, perché i superiori e lo zar stesso ci credevano. Inoltre, sebbene confusamente (non avrebbero mai saputo spiegare in che modo accadeva), sentivano che quella fede giustificava il loro crudele lavoro. Se non ci fosse stata quella fede, per loro sarebbe stato più difficile, se non addirittura impossibile, impiegare tutte le proprie forze per torturare il prossimo, come ora facevano con la coscienza perfettamente tranquilla» [8].

Alcune delle pagine più belle di Resurrezione sono dedicate al corteo di detenuti che, dal carcere, raggiungono la stazione ferroviaria per prendere posto sul convoglio che li trasporterà nella lontana Siberia. Lo spostamento avviene durante «una torrida giornata di luglio» [9], sotto il sole cocente. Nel triste corteo si imbatte un’elegante carrozza, sulla quale viaggia una ricca e ridente famigliola, e sono pungenti ed emozionanti le riflessioni di Tolstoj riguardo questa contrastante circostanza, soprattutto perché mediate dal punto di vista di due bambini.

«Né il padre né la madre diedero ai figli una spiegazione di ciò che avevano visto. Cosicché i bambini dovettero risolvere da soli il problema del significato di quello spettacolo.
La bambina, interpretando l’espressione del viso del padre e della madre, risolse il problema pensando che quella gente era completamente diversa dai suoi genitori e dai loro conoscenti, era gente cattiva, e dunque andava trattata proprio così. E perciò la bambina aveva solo paura, e fu felice quando quella gente non si vide più.
Ma il bambino dal lungo collo magro, che guardava il corteo dei detenuti senza batter ciglio e senza chinare gli occhi, risolse diversamente il problema. Sapeva ancora con assoluta sicurezza, avendolo saputo direttamente da Dio, che quegli uomini erano del tutto uguali a lui e a chiunque altro, e perciò a quegli uomini era stato fatto qualcosa di cattivo: qualcosa che non andava fatto; e aveva pietà di loro, e provava orrore sia per quelli che erano stati incatenati e rasati, sia per quelli che li avevano incatenati e rasati. E perciò al bambino si gonfiavano sempre più le labbra, ed egli faceva grandi sforzi per non piangere, credendo che piangere in tali casi fosse una vergogna» [10].

È un corteo funebre, ed i condannati sono come cadaveri che camminano, che procedono per inerzia, spinti da qualcosa che non è, che non può essere la loro volontà. Qualche detenuto la vita la perde davvero, a causa della temperatura asfissiante. Non un filo di vento, non una sola goccia d’acqua. Nechljudov ne vede morire due, di condannati.

«Nechljudov intanto guardava il cadavere che adesso nessuno più nascondeva; anche il viso, prima coperto dal berretto, si vedeva per intero. Quanto l’altro detenuto era brutto, tanto questo era straordinariamente bello sia nel viso che in tutto il corpo. Era un uomo nel pieno vigore delle forze. Nonostante il mezzo cranio deturpato dalla rasatura, la fronte non molto ampia e diritta, rilevata sopra gli occhi neri, ora senza vita, era bellissima, così come il piccolo naso arcuato sopra i sottili baffi neri. Le labbra ormai bluastre erano atteggiate al sorriso; la barbetta corta orlava appena la parte inferiore del viso, e sul lato raso del cranio si vedeva l’orecchio piccolo, forte e bello. L’espressione del volto era serena, seria e buona. E oltre al fatto che da quel volto si vedeva quali possibilità di vita spirituale fossero andate perdute con quell’uomo, le ossa sottili delle braccia e delle gambe incatenate e i forti muscoli di tutte le membra ben proporzionate mostravano che splendido, forte e agile animale umano fosse stato, come animale nel suo genere assai più perfetto di quel puledro sauro per la cui zampa azzoppata si era tanto arrabbiato il caposquadra. E invece l’avevano fatto morire, e non solo nessuno lo rimpiangeva come uomo, ma nessuno lo rimpiangeva neppure come animale da lavoro perduto inutilmente. L’unico sentimento che la sua morte suscitava in tutti era il disappunto per le noie derivanti dalla necessità di allontanare quel corpo minacciato dalla decomposizione» [11].

C’è qualcosa di diabolico in tutto questo. Un lembo d’inferno sembra essere affiorato sull’arida terra russa. E invece no, tutto è così dannatamente umano. Eppure, nonostante ciò, Nechljudov ha, in fondo, fiducia nel genere umano, ed oramai ha raggiunto un livello morale e critico tale, da riuscire persino ad individuare l’errore per il quale gli uomini si scotennano insensatamente tra di loro come bestie prive di una coscienza.

«”Tutte queste persone evidentemente erano invulnerabili, impermeabili al più elementare sentimento di compassione solo perché prestavano servizio. Come funzionari erano impenetrabili al sentimento dell’amore del prossimo come questa terra ciottolata lo è alla pioggia, – pensava Nechljudov, guardando il pendio ricoperto di ciottoli multicolori dell’avvallamento, dove l’acqua piovana non penetrava nel terreno, ma scorreva a rivoletti. – Può darsi che sia necessario ricoprire di ciottoli la scarpata, ma è triste guardare questa terra priva di vegetazione, che avrebbe potuto produrre grano, erba, cespugli e alberi come quelli che si scorgono sopra l’avvallamento. Lo stesso accade agli uomini, – pensava Nechljudov, – può anche darsi che siano necessari questi governatori, direttori, guardie, ma è terribile vedere uomini privi della fondamentale qualità umana: l’amore e la compassione reciproca.
“Tutto sta nel fatto, – pensava Nechljudov, – che costoro considerano legge cò che legge non è, e non riconoscono invece ciò che è legge eterna, immutabile, improrogabile, scritta da Dio stesso nel cuore degli uomini. Ecco perché sto così male con queste persone, – pensava Nechljudov. – Ne ho semplicemente paura. E davvero sono persone spaventose. Più spaventose dei briganti. Un brigante può sempre provare pietà: questi non possono, perché sono immuni dalla pietà, come questi ciottoli dalla vegetazione. […] Tutto sta nel fatto che si pensa ci siano situazioni in cui si possa trattare il prossimo senza amore, mentre tali situazioni non esistono. Le cose si possono trattare senza amore: si possono tagliare gli alberi, cuocere i mattoni, si può forgiare il ferro senza amore: ma gli uomini non si possono trattare senza amore, come le api non si possono trattare senza attenzione. Tale è la natura delle api. Se provi a trattarle senza attenzione, danneggi loro e te stesso. Così con gli uomini. E non può essere altrimenti, perché l’amore reciproco fra gli uomini è la legge fondamentale della vita umana. È vero che l’uomo non può costringersi ad amare come può costringersi a lavorare, ma non ne consegue che si possano trattare gli altri senza amore, soprattutto se pretendi qualcosa da loro. Se non provi amore per il prossimo, stattene per conto tuo, – pensava Nechljudov, rivolgendosi a se stesso, – occupati di te, delle cose, di quello che vuoi, ma non degli uomini. Come si può mangiare senza danno e con vantaggio solo quando si ha fame, così si può trattare il prossimo con vantaggio e senza danno solo quando si ama. Basta permettersi di trattare gli uomini senza amore, come ho fatto ieri con mio cognato, e non c’è limite alla crudeltà e alla bestialità nei confronti del prossimo, come ho visto oggi, e non c’è limite alla sofferenza per sé, come so da tutta la mia vita. Sì, sì, è così, – pensava Nechljudov. – Va bene, va bene!”» [12].

Attorno ai protagonisti di Resurrezione, Nechljudov e Katjuša Maslova, gravitano una gran quantità di personaggi interessanti e splendidi, ognuno a modo suo, soprattutto tra i detenuti politici, tra i quali il principe è riuscito, grazie alle sue conoscenze ed alle sue relazioni, a far trasferire la donna.

Nelle pagine conclusive del romanzo, quando il viaggio dei condannati verso la Siberia volge oramai al termine, Nechljudov si imbatte in un vecchio vagabondo, un vero e proprio profeta, le cui illuminanti parole meritano di essere ricordate.

La prima volta lo incontra a bordo di un traghetto.

«Dalla città giungeva sull’acqua il rintocco e la vibrazione bronzea di una grande campana. Il postiglione che stava accanto a Nechljudov e tutti i battellieri si tolsero il cappello e si segnarono, uno dopo l’altro. Invece un vecchio piccolo e irsuto, che era più vicino di tutti al parapetto e che egli in un primo tempo non aveva notato, non si segnò, ma alzando il capo fissò Nechljudov. Questo vecchio indossava una palandrana tutta rattoppata, dei pantaloni di panno e delle scarpe logore e rappezzate. Sulle spalle aveva una piccola bisaccia, in testa un alto berretto di pelliccia spelacchiata.
– Come mai non preghi, vecchio? – chiese il postiglione di Nechljudov, quando si fu rimesso e calcato il cappello. – Non sei battezzato?
– Pregare a chi? – disse in tono deciso e aggressivo il vecchio irsuto, scandendo in fretta le sillabe.
– Ma a Dio, a chi se no, – disse ironico il postiglione.
– E tu fammi vedere dov’è, questo Dio.
C’era qualcosa di così serio e fermo nell’espressione del vecchio, che il postiglione, sentendo di avere a che fare con una forte personalità, si confuse un po’, ma senza darlo a vedere e sforzandosi di non tacere e non far brutta figura davanti al pubblico che lo ascoltava, rispose in fretta:
– Dove? Si sa, in cielo.
– E tu ci sei stato?
– Che ci sia stato o no, tutti sanno che bisogna pregare Dio.
– Dio nessuno l’ha mai visto in nessun luogo. Il figlio unigenito, che è nel seno del padre, l’ha manifestato, – disse il vecchio severo e accigliato, con la stessa parlantina veloce.
– Si vede che non sei cristiano, senzadio. L’inferno, preghi, – disse il postiglione, infilandosi la frusta nella cintura e aggiustando l’imbraca al bilancino.
Qualcuno rise.
– Ma tu, nonno, di che fede si? – domandò un uomo non più giovane, fermo con un carro sul bordo del traghetto.
– Io non ho nessuna fede. Perché non credo a nessuno, a nessuno all’infuori di me stesso, – rispose il vecchio con la solita rapidità e decisione.
– Ma come si fa a credere a se stessi? – chiese Nechljudov, intervenendo nel discorso. – Ci si può sbagliare.
– Mai e poi mai, – crollando il capo, rispose risoluto il vecchio.
– E perché allora ci sono diverse religioni? – domandò Nechljudov.
– Ci sono diverse religioni perché si crede agli altri, ma non si crede a se stessi. Anch’io credevo agli altri ed erravo, come nella tajga; mi ero così smarrito che disperavo di uscirne fuori. E vecchi credenti e nuovi credenti, e sabbatisti e flagellanti, e popovcy e bezpopovcy, e austriaci, e molokane, e skopcy. Ogni fede pretende di essere l’unica. E tutti si sono dispersi come cuccioli ciechi. Le fedi sono tante, ma uno solo è lo spirito. In te, e in me, e in lui. Dunque ciascuno creda al suo spirito, e tutti saranno uniti. Ognuno basti a se stesso, e tutti saranno uno solo.
Il vecchio parlava ad alta voce e guardandosi continuamente in giro, certo desideroso che quanta più gente possibile lo udisse.
– È da molto che professa queste idee? – gli chiese Nechljudov.
– Io? Sì, è da molto ormai. Son già ventitré anni che mi perseguitano.
– Come perseguitano?
– Come hanno perseguitato Cristo, così perseguitano anche me. Mi prendono e poi mi portano davanti ai tribunali, ai preti, – agli scribi e ai farisei, mi hanno rinchiuso in manicomio. Ma non possono farmi nulla, perché io sono libero. “Come ti chiami?”, dicono. Pensano che mi dia qualche titolo. Ma io non me ne do nessuno. Io ho rinunciato a tutto: non ho né nome né dimora né patria: nulla. Basto a me stesso. Come ti chiami? Uomo. “E quanti anni hai?” – Io, dico, non li conto, e non si possono contare, perché sono sempre stato e sempre sarò. “Chi sono, dicono, tuo padre, tua madre?” – No, dico, io non ho né padre né madre, tranne Dio e la terra. Dio è il padre, la terra la madre. – “E lo zar, dicono, lo riconosci?” – Perché non dovrei riconoscerlo? lui è zar per sé, e io sono zar per me. – “Be’, dicono, con te non si può parlare”. – E io dico: non te l’ho chiesto io di parlare con me. E così mi tormentano.
– E adesso dove sta andando? – chiese Nechljudov.
– Dove mi porta Dio. Lavoro, e se non c’è lavoro chiedo l’elemosina, – concluse il vecchio, notando che il traghetto si avvicinava all’altra riva, e abbracciò con un’occhiata trionfante tutti quelli che lo avevano ascoltato.
Il traghetto attraccò sull’altra riva.
Nechljudov prese il borsellino e offrì al vecchio del denaro. Il vecchio rifiutò.
– Questo non lo prendo. Solo il pane, prendo, – disse.
– Be’, perdona.
– Non c’è nulla da perdonare. Tu non mi hai offeso. E poi non mi si può offendere, – disse il vecchio e si rimise in spalla la bisaccia» [13].

Questo vecchio vagabondo, questo originale profeta è un personaggio straordinario, che ha qualcosa del Cristo, del Wanderer romantico [14] e dello Straniero baudelairiano [15]. Nechljudov lo incontra una seconda volta, in carcere, dove accompagna un facoltoso inglese distributore di Vangeli in una visita.

«[…] Tutti i detenuti, come nelle altre celle, erano scattati in piedi e sull’attenti all’ingresso dei superiori; il vecchio invece era rimasto seduto. I suoi occhi scintillavano, e le sopracciglia erano aggrottate per lo sdegno.
– In piedi! – gli gridò il direttore.
Il vecchio non si mosse e si limitò a un sorriso sprezzante.
– Davanti a te si alzano i tuoi servi. Ma io non sono tuo servo. Tu porti il marchio… – disse il vecchio, additando la fronte del direttore.
– Co-o-osa? – disse minacciosamente il direttore, muovendogli contro.
– Conosco quest’uomo, – si affrettò a intervenire Nechljudov. – Perché è stato arrestato?
– La polizia ce l’ha mandato perché non aveva documenti. Continuiamo a chiedere che non ce li mandino, ma è inutile, – disse il direttore, lanciando un’occhiata truce al vecchio.
– Ma allora sei anche tu dell’esercito dell’anticristo? – si rivolse il vecchio a Nechljudov.
– No, sono un visitatore, – disse Nechljudov.
– Ah, sei venuto a stupire di come l’anticristo tormenta la gente? Su, guarda pure. Ha radunato e ha rinchiuso in gabbia un esercito intero. Gli uomini devono mangiare il pane col sudore della fronte, e lui li ha rinchiusi come porci, gli dà da mangiare senza farli lavorare, perché diventino come bestie.
– Che cosa dice? – domandò l’inglese.
Nechljudov disse che il vecchio biasimava il direttore perché teneva la gente in prigione.
– Gli chieda allora come bisogna agire, secondo lui, con chi non osserva la legge, – disse l’inglese.
Nechljudov tradusse la domanda.
Il vecchio rise stranamente, scoprendo la dentatura perfetta.
– La legge! – ripeté sprezzantemente, – prima lui ha derubato tutti, ha tolto alla gente tutta la terra, tutta la ricchezza, ha arraffato tutto, ha sterminato tutti quelli che gli andavano contro, e poi ha scritto la legge che non bisogna rubare e uccidere. Doveva scriverla prima, quella legge.
Nechljudov tradusse. L’inglese sorrise.
– Be’, comunque come bisogna agire adesso con i ladri e gli assassini? Glielo chieda.
Nechljudov di nuovo tradusse la domanda. Il vecchio si accigliò, severo.
– Digli che si tolga il marchio dell’anticristo, e allora non ci saranno né ladri, né assassini. Diglielo.
He is crazy, – commentò l’inglese, quando Nechljudov gli ebbe tradotto le parole del vecchio, e alzando le spalle uscì dalla cella.
– Tu occupati delle tue cose, e loro lasciali stare. Ognuno basti a se stesso. Dio sa chi punire e chi graziare, noi non lo sappiamo, – disse il vecchio. – Sii padrone di te stesso, e allora non ci sarà bisogno di padroni. Vai, vai! – aggiunse, accigliandosi stizzito e lanciando occhiatacce a Nechljudov, che indugiava nella cella. – Hai visto abbastanza come i servi dell’anticristo danno la gente in pasto ai pidocchi. Vai, vai!» [16].

Essere padroni di se stessi affinché non siano più necessari i padroni. Un insegnamento eccezionale, che ogni uomo dovrebbe far suo al fine di rendere il più possibilmente dignitosa la sua vita, questa vita.

Alla fine del romanzo, alla fine di questo percorso di redenzione straordinario, Katjusa risorge. Gli viene concessa la grazia, e l’atarassico detenuto politico Simonson vuole sposarla. In lei non c’è più traccia della volgare prostituta traviata dall’alcool e dal sesso, in lei sono tornati a germogliare i tratti dell’innocente fanciulla pre-abuso.

Anche Nechljudov risorge. Grazie alla lettura del Vangelo, grazie agli insegnamenti di Cristo. Ora è un uomo nuovo, distante anni luce dal ricco principe logorato e corrotto da una vita di soli piaceri. Frequentando le carceri russe, Nechljudov ha conosciuto la sofferenza e l’ingiustizia, le ha toccate con mano ed è giunto alla sostanza, all’essenza della vita.

«[…] Così gli si chiarì l’idea che l’unica e sicura via di salvezza da quel terribile male di cui soffrivano gli uomini era che essi si riconoscessero sempre colpevoli dinanzi a Dio e perciò incapaci tanto di punire, quanto di correggere il prossimo. Gli era chiaro adesso che tutto il male spaventoso di cui era stato testimone nelle prigioni e nelle carceri, e la tranquilla sicurezza dei responsabili di quel male derivavano solo dal fatto che gli uomini volevano fare una cosa impossibile: essendo malvagi, correggere il male. Uomini viziosi volevano correggere uomini viziosi e pensavano di ottenerlo in modo meccanico. Ma il risultato di tutto ciò era soltanto che uomini bisognosi e avidi, facendosi una professione di questo presunto castigo e correzione del prossimo, si erano corrotti essi stessi al massimo grado e corrompevano ininterrottamente anche coloro che tormentavano. Adesso gli era chiaro donde veniva tutto l’orrore che aveva visto, e che cosa bisognava fare per eliminarlo. La risposta che non aveva saputo trovare era la stessa che aveva dato Cristro a Pietro, e consisteva nel perdonare sempre, tutti, perdonare un numero infinito di volte, perché non c’è uomo che non sia egli stesso colpevole e perciò possa punire o correggere.
“Ma è impossibile che sia così semplice”, – si diceva Nechljudov, ma intanto vedeva senz’ombra di dubbio che, per quanto strana gli fosse parsa all’inizio, abituato com’era al contrario, quella soluzione del problema era la più sicura non solo in teoria, ma anche in pratica. La solita obiezione: “che fare con i malviventi: si possono forse lasciare impuniti?” non lo turbava più. Quell’obiezione avrebbe avuto senso se fosse stato dimostrato che il castigo riduce i delitti, corregge i delinquenti; ma essendo dimostrato l’esatto contrario ed evidente che non è in potere degli uni correggere gli altri, l’unica cosa ragionevole che si possa fare è cessare di fare quello che è non solo inutile, ma dannoso, oltreché immorale e crudele. “Da secoli punite quelli che giudicate delinquenti. E allora, sono forse stati eliminati? Non sono stati eliminati, anzi il loro numero è accresciuto sia dai delinquenti che sono corrotti dalle pene, sia da quei criminali-magistrati, procuratori, giudici istruttori, aguzzini, che giudicano e puniscono la gente”. Nechljudov capì allora che la società e l’ordine in generale esistono non perché ci siano questi criminali legalizzati, che giudicano e puniscono gli altri, ma perché, nonostante tale aberrazione, gli uomini comunque si compatiscono e si amano vicendevolmente.
[…] “Cercate il regno di Dio e la sua verità, e il resto vi sarà dato in aggiunta. Noi invece cerchiamo il resto ed è evidente che non lo troviamo”.
“Eccolo dunque, il compito della mia vita. Appena portata a termine un’opera, ne è cominciata un’altra”» [17].

Si conclude così, con questi “rivoluzionari” pensieri di Nechljudov, vivide manifestazioni del suo completo rinnovamento morale e spirituale, Resurrezione, il più grande romanzo di Tolstoj. Un’opera ferocemente critica nei confronti della società russa – e non solo russa – ed intimamente umana, il cui messaggio d’amore trascende qualunque credenza, qualunque fede, qualunque religione, imponendosi come fondamento universale e laico.

NOTE

[1] In merito al primo dei grandi romanzi di Tolstoj mi sono già espresso, nell’articolo “Guerra e Pace” – Riflessioni critiche.

[2] L. Tolstoj, Resurrezione, trad. it. di E. Guercetti, Garzanti Editore, Milano 1988, pp. 3-4.

[3] Ivi, p. 109.

[4] Ivi, pp. 136-137.

[5] Ivi, p. 133.

[6] Ivi, p. 344.

[7] Ivi, pp. 129-131.

[8] Ivi, pp. 145-147.

[9] Ivi, p. 348.

[10] Ivi, p. 354.

[11] Ivi, p. 362.

[12] Ivi, 374-376.

[13] Ivi, pp. 448-450.

[14] Per un approfondimento sulla figura del Wanderer romantico, si consiglia la lettura degli articoli Le parole del WandererL’immagine del Wanderer.

[15] Impressionanti le analogie con il componimento Lo straniero di Charles Baudelaire (1821-1867), che apre Lo spleen di Parigi (1869):

«Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
– Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
– I tuoi amici?
– Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
– La patria?
– Non so sotto quale latitudine si trovi.
– La bellezza?
– L’amerei volentieri, ma dea e immortale.
– L’oro?
– Lo odio come voi odiate Dio.
– Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
– Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!»

C. Baudelaire, Lo spleen di Parigi, trad. it. di A. Berardinelli, Garzanti Editore, Milano 2004, p. 9.

[16] L. Tolstoj, Resurrezione, trad. it. di E. Guercetti, Garzanti Editore, Milano 1988, pp. 469-470.

[17] Ivi, pp. 474-477.

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