Dopo il successo di Palazzo Reale a Milano, Auguste Rodin (Parigi 1840 – Meudon 1917) giunge a Roma nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, dal 17 Febbraio al 25 Maggio 2014.
La mostra Rodin. Il marmo, la vita – curata da Aline Magnien, conservatore capo del patrimonio del Musée Rodin di Parigi, con la collaborazione di Flavio Arensi – include oltre sessanta sculture in marmo, ponendosi come l’esposizione più completa che sia mai stata allestita sui marmi di Auguste Rodin.

"Rodin. Il marmo, la vita.", nella foto il particolare allestimento a cura di Didier Faustino

“Rodin. Il marmo, la vita.”, nella foto il particolare allestimento a cura di Didier Faustino

Roma, fonte preziosa di ispirazione per artisti d’ogni epoca, fu per Rodin impagabile esperienza formativa segnata in particolare da Michelangelo Buonarroti, il cui insegnamento non si limitò a determinarne la formazione, ma a farsi essenza intrinseca di tutta la sua arte: “quel grande mago mi sta consegnando alcuni dei suoi segreti”, scriveva.
La capitale accoglie dunque il maestro francese scegliendo una sede in cui l’eco dell’opera michelangiolesca è palpabile, viva.
Uno scenario non convenzionale si prospetta agli occhi del visitatore: le sculture, tutte in fila, sono disposte su assi di legno sostenuti da alte impalcature di tubi rossi d’acciaio, capeggiate da una serie di drappeggi bianchi; la dimensione intima evocata da quest’ultimi richiama alla mente i paesaggi del noto film Una giornata Particolare, di Ettore Scola. Da tale impianto scenico, firmato dall’architetto Didier Faustino, risulta uno studiato e ben riuscito gioco di luci che inseguono le sinuosità marmoree, risaltandone la pregevole lucentezza.
Nelle sale espositive sembra ricreato un atelier contemporaneo, o più precisamente un cantiere in fieri sullo stesso registro dei capolavori in mostra, la cui forza espressiva si fonda su un eloquente e moderno non finito di matrice michelangiolesca. Un allestimento del genere, sebbene di gusto discutibile sul piano visivo, risulta congeniale agli intenti della mostra: la sensazione è quella di ritrovarsi al cospetto di un’esposizione non intesa come esito finale ed elaborato di una ricerca, bensì della ricerca stessa, nelle modalità e condizioni cui vi approccia uno studioso. Ad avvalorare la tesi è l’impronta didattico-scientifica della mostra – suddivisa in tre sezioni rigorosamente succedute in ordine cronologico – che rende manifesti i recenti studi sui marmi di Rodin.
La mostra si rivela un’occasione per conoscere a fondo il percorso dell’artista francese partendo dalle opere giovanili, ancora di stampo classico, passando per opere più mature e consapevoli, fino ad approdare al trionfo del non finito, tema cardine della terza sezione, in cui emerge la geniale nonché moderna chiave con cui Rodin seppe leggere la lezione di Michelangelo.
È chiaro dunque l’intento di servirsi di un allestimento in grado di offrire allo spettatore un campo visivo più completo possibile, seppur a tratti ridondante e visivamente spossante.
Ad ogni sguardo la materia si schiude : l’occhio arranca tra l’asprezza di superfici scabre e coaugulate per scivolare lungo profili liquefatti, da cui pare affiorare lo scorrere di sangue . Ognuno dei capolavori sembra ancora tremante e caldo dal tocco di mani impietose e affamate; la vista basta ad appagare ogni altro senso, tanto da prescindere prospettive e lontananze: ogni punto da cui si guarda è una metamorfosi, una rinnovata lettura, come se lo scalpello di quel grande maestro avesse destinato le proprie creature a un eterno plasmarsi.

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Auguste Rodin, Il bacio, 1888-1889

 

Articolo a cura di Gaia Palombo

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