Nella storiografia attuale ho sempre giudicato il Barocco come un genere eccessivamente vasto e proprio per questo approssimativo per definizione. Riuscire a dare una precisa definizione che si adatta ad un qualsiasi artista è difficile, se non impossibile, ma non per questo il Barocco non porta con se alcune dogmi imprescindibili, come ad esempio il suo luogo di nascita: Roma.  E’ pur certo il secolo della sua nascita, XVII, e le mani che hanno scolpito nella storia i così detti “riccioli” barocchi, Bernini, Borromini e Cortona su tutti. Il vero e unico problema è l’oscura e lunga ombra che gettano tre giganti del genere sui contemporanei, figurarsi se parliamo poi dell’architettura, quando due palazzi si trovavano uno di fianco all’altro in un vivido e immediato confronto tra Maestro e allievo.

C’è chi quindi ha deciso per volontà proprio di rimanere “all’ombra” e c’è chi, a Roma, c’è solo passato per osservare, studiare e comprendere l’operato dei maestri contemporanei, per poi fuggire in altri luoghi e portare in tutta Europa l’insegnamento del Barocco romano. E’ questo il caso del padre teatino Guarino Guarini.

E’ noto che il Barocco romano nasce da un periodo illuminato come fu il Rinascimento, ma le radici del suo sfarzo, in netta contrapposizione dal periodo che lo precedeva cronologicamente di pochi anni, frutto a Roma di una politica rigida e inflessibile figlia della controriforma. Papa Urbano XIII, al secolo Maffeo Barberini, fu colui che scoprì Bernini e lo fece scontrare per la prima volta con il suo rivale storico, il Borromini, durante la costruzione negli anni ’30 di Palazzo Barberini, nella omonima piazza di Roma. Il Barocco stava per vedere i suoi più geniali autori all’opera quando Guarino Guarini, nel 1639, giungeva per la prima volta a Roma. E vi rimase giusto il tempo di studiarli, di osservare da vicino la spregiudicata abilità del Bernini e l’infinita pazzia del Borromini, dal quale riprese molte trovate tecniche.

Il bello della storia è che il prete teatino non fu altro che un matematico per la prima parte della sua vita, e si spostò a Messina nel 1647 proprio per insegnare. Fu qui invece che incontrando forse il benestare e la predisposizione naturale della Sicilia per il Barocco, che così bene si abbina con il paesaggio incantevole, che cominciò la sua avventura come architetto. Purtroppo le sue opere rimasero in piedi per pochi anni, dopodiché il terremoto che colpì Messina nel 1908 rase al suolo i suoi capolavori. Ma per nostra fortuna la sua intraprendenza lo portò a girare gran parte dell’Europa lasciando qua e la progetti che vennero realizzati anni dopo il suo passaggio. E’ questo l’esempio della chiesa Santa Maria da Altötting a Praga, o Santa Maria della Divina Provvidenza a Lisbona.

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Cupola nella Cappella della Sacra Sindone, Torino, Guarino Guarini

Ma la città che più di tutte deve la sua bellezza al geniale architetto modenese è senza dubbio Torino, dove gran parte dei suoi lavori sono ancora oggi visibili. Qui il Guarini consegna alla città uno stile maturo, inconfrontabile con qualunque altro edificio contemporaneo, degna sintesi però del pensiero Borrominiano. La cappella della Sacra Sindone situata nella zona absidale del Duomo di Torino è senza dubbio il suo capolavoro, dove dimostra di non essere da meno dei maestri del ‘600. Qui entra in corso d’opera e questo rende più complicato per lui conferire un’unità personale al progetto che si andava a creare, ma grazie al suo estro riuscì a conferire un senso di mistico a tutta la struttura rendendo la cupola un vero e proprio capolavoro da affiancare a quella di S. Ivo alla Sapienza e S. Andrea al Quirinale. Qui realizza un totale di 36 archi che poggiando l’uno sull’altro vanno a rimpicciolirsi verso l’estremità superiore della cupola, regalando un effetto di profondità prospettica ben maggiore di quella che è realmente. Altro grandissimo esempio della sua arte è la chiesa di San Lorenzo, un intreccio incomprensibile di forme che cambiano a seconda delle sezioni che vanno formandosi alle varie altezze.

Palazzo Carignano, Torino, Guarino Guarini

Palazzo Carignano, Torino, Guarino Guarini

Ma forse chi più ci farà capire la vicinanza ai maestri romani è il più baroccheggiante dei palazzi torinesi, Palazzo Carignano. L’impianto è pieno di echi, richiami e forme che non possono non far pensare al Bernini e al Borromini. In pianta l’edificio ricorda una U con le ali laterali e una facciata dal comportamento fortemente sinuoso. Appena dietro la facciata si erge una torre ellittica ben raccordata con il complesso. In questa tipologia di edificio appaiono chiari due progetti precedenti, il progetto per il Louvre di Gian Lorenzo Bernini e la facciata dell’oratorio dei Filippini di Francesco Borromini. Dal primo adotta un ingegnoso utilizzo dell’ordine come trama decorativa, sottoponendo la cornice ad un ordine di paraste. Dal secondo invece “ruba” l’idea di edificare l’intera facciata in laterizio a vista stuccando il rimanente con una malta di polvere di cotto, con la sola eccezione del corpo centrale composto dalla cornice d’ingresso e la balconata in marmo bianco.

Oratorio Filippini, Roma, Francesco Borromini

Oratorio Filippini, Roma, Francesco Borromini

In tutte le sue opere il Guarini dimostra una genialità inconsueta per l’epoca, dimostrando però che con la conoscenza dei segreti matematici si possono ottenere risultati ben più evoluti rispetto ai contemporanei. E’ anche vero che il concetto di architetto era ben diverso all’epoca, si trattava più di un tecnico, un operaio e non poteva essere altrimenti. Va però comunque ricordato che l’operato del padre teatino è solo da pochi anni tornato alla ribalta e sta ricevendo le dovuta considerazioni, ma ancora oggi non gode di una critica degna del suo operato. E’ forse proprio per il suo decentramento dalla patria romana che il suo barocco perde di vigore davanti ai critici?Sicurmente no, perché la sua scelta di abbandonare la capitale fu provvidenziale. Senza la sua vena da girovago non avrebbe mai potuto costruire tutto ciò che ha fatto, e a dimostrazione del fatto c’è da dire che nella secondo metà del ‘600 Roma conobbe una grande crisi artistica che diradò le sempre affollate agende di lavoro anche del santissimo Bernini. Insomma è proprio il prete modenese, che espresse il miglior barocco in architettura nella seconda metà del ‘600, ad avere il merito con i suoi scritti e le sue opere di aver fatto da nodo di scambio con il secolo successivo trasmettendo l’impeto dei grandi maestri anche nei territori più lontani, che saranno fertili punti di inizio per nuovi sviluppi del Borrominismo e bel Barocco tardo. La sua genialità è da indagarsi nelle sue opere che sembrano cadere da un tempo futuro, prevedendo mode, stili e passioni future. Da Modena al mondo, in un certo senso Guarino Guarini è stato il primo architetto moderno.

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