Sergio Corazzini nasce a Roma il 6 febbraio del 1886. Dopo aver frequentato alcuni anni di scuola elementare nella città natale, nel 1895 è costretto a trasferirsi a Spoleto (dove resta fino al 1898) con il fratello Gualtiero. Nel comune umbro frequenta il Collegio Nazionale, tuttavia, le difficoltà finanziarie in cui riversa la famiglia, lo obbligano ad abbandonare l’istituto. Tornato a Roma Sergio prosegue gli studi, ma non può iscriversi al liceo. Trova lavoro presso la compagnia assicurativa “La Prussiana”. Il passaggio da un’infanzia agiata ad un’adolescenza in povertà segna inevitabilmente il giovane, ed echi di questa dolorosa situazione li ritroviamo in moltissimi dei suoi componimenti poetici.

Il luogo dei primi incontri letterari di Corazzini è il Caffè Sartoris, dove ha modo di confrontarsi di persona con personalità del calibro di Alberto Tarchiani, Fausto Maria Martini, Tito Marrone, Luciano Folgore, Corrado Govoni e molti altri, la maggior parte dei quali autori riconducibili alla corrente poetica del Crepuscolarismo. Grande amante della letteratura, nonostante il lavoro “forzato” il giovane Sergio non rinuncia alla lettura dei suoi poeti preferiti: Carducci, Pascoli e D’Annunzio tra gli italiani, Francis Jammes, Maurice Maeterlinck, Georges Rodenbach e Jules Laforgue tra gli stranieri. E proprio queste intense e prolifiche esperienze di lettura lo spingono ad esordire nel vasto e multiforme universo della poesia. I suoi primi componimenti appaiono per lo più su giornali popolareschi come il “Pasquino de Roma” ed il “Rugantino”.

La salute precaria – Corazzini è infatti malato di tubercolosi – e le difficoltà economiche lo costringono a spostarsi ancora. Prima, nel 1905, in un sanatorio a Nocera Umbra, poi a Cremona, città natale della madre, dove chiede aiuto ai familiari. Tra gli anni 1904 e 1906 vengono pubblicate le sue raccolte poetiche: Dolcezze (1904), L’amaro calice (1905), Le aureole (1906), Piccolo libro inutile (1906), Elegia (1906) e Libro per la sera della domenica (1906).

A causa dell’aggravarsi della malattia, nel 1906 viene ricoverato, in grave stato febbrile, nella casa del Fatebenefratelli di Nettuno. Qui inizia la corrispondenza con il poeta Aldo Palazzeschi, e lavora alla traduzione della Semiramide di Peladan. La tubercolosi però non lascia scampo, e nel 1907 Corazzini torna a Roma, dove muore il 17 giugno a soli ventuno anni.

L’esistenza del poeta, avara di eventi esteriori, si è risolta tutta nell’attività poetica. La sua poesia, segnata dalla sofferenza e dalla malattia, è il simbolo di una nuova condizione esistenziale. Una condizione esistenziale fatta di temi ed atmosfere di dolore e solitudine, di affetti comuni e rapporti silenziosi, privi di clamore, fatta di pianto e valori spirituali, di rumori sommessi e silenzi sacerdotali. Corazzini dà il via a quel sentimento che in Italia, nei primi del Novecento, si concretizza con la poetica del Crepuscolarismo. La sua è una voce debole ed al tempo stesso magnifica, fragile ma mai lamentosa oppure vittimistica verso se stessa.

Vi proponiamo il suo componimento più commovente e rappresentativo. Rappresentativo non solo della sua vita e della sua poetica, ma anche di quel nuovo sentimento Crepuscolare sparso nell’Italia primo-novecentesca che tanti grandi poeti, e tante preziose poesie ha donato alla letteratura italiana. Il testo è tratto dalla raccolta di poesie del 1906 Piccolo libro inutile, e si intitola Desolazione del povero poeta sentimentale.

I

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

II

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te
arrossirei.
Oggi io penso a morire.

III

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle catedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

IV

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

V

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

VI

Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.

VII

Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

VIII

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.

Sergio Corazzini, Poesie edite e inedite, a cura di S. Jacomuzzi, Einaudi, Torino 1977.

Già dal titolo del componimento, dal carattere intimamente autobiografico, è possibile comprenderne i contenuti e le tematiche. I sentimenti provati dal poeta sono modesti, usuali, domestici, poveri come povero è egli stesso. Il termine «desolazione» indica e descrive perfettamente la condizione esistenziale dell’autore.

Il poeta utilizza il «tu», si rivolge direttamente al lettore, dando vita ad un ideale colloquio amichevole e confidenziale appena sussurrato. Corazzini rifiuta la qualifica di «poeta», egli non possiede la straordinarietà che si richiede tradizionalmente ad un lirico, è molto più simile ad un «piccolo fanciullo». L’autore non ha che le lacrime da «offrire al Silenzio» – ovvero alla morte -, ed è proprio il pianto l’essenza della sua poesia. Corazzini prende le distanze dalla tradizionale poesia aulica italiana, rappresentata soprattutto da Carducci e D’Annunzio, avvicinandosi invece ai toni sommessi e modesti della cosiddetta “poesia del fanciullino” di Pascoli, molto più affine alla sua comune condizione esistenziale. L’autore raccoglie inoltre l’eredità dei poeti simbolisti francesi e fiamminghi minori, modelli prediletti del movimento crepuscolare, di cui Corazzini è tra gli esponenti più importanti.

L’autore sottolinea il carattere del tutto usuale della sua vita, vissuta tra «gioie» e «tristezze» così comuni ed insignificanti da provare vergogna nel confessarle. La vita non ha nulla di eccezionale, nulla di straordinario ed eroico, e da questa consapevolezza scaturisce nel poeta un anelito alla morte che attraversa tutto il componimento. L’autore è esausto, spossato, e tale stanchezza, tale spossatezza è la naturale reazione del poeta crepuscolare dinanzi alla realtà. Le cose, anche solo con la loro presenza, lo fanno «tremare d’amore e d’angoscia». Quell’angoscia magnificamente teorizzata da Kierkegaard. Dunque, quella di Corazzini è un’esperienza tipicamente esistenzialista. Il Crepuscolarismo è una poesia dell’Esistenzialismo, con il suo tono pacato, sussurrato, con le sue esperienze quotidiane, prive di quella fantomatica eccezionalità così ampiamente diffusa nella tradizione poetica italiana. Il poeta è immobile ed estraneo, si limita a riflettere tutto quel che riceve, tutto quel che incontra.

Corazzini sottolinea la limitatezza del poeta, che non è in grado di dare risposte ai quesiti più complicati ed elevati che tormentano l’uomo, né di creare illusorie alternative o avanzare miracolose proposte. La parola non ha poteri magici, trascendentali, e così sarà anche più tardi in Montale.

Il componimento si caratterizza per l’ingente presenza del linguaggio religioso, che ben si adatta all’esperienza esistenziale vissuta dal poeta. Magnifica l’espressione «rosario di tristezza», espressione di una sconfinata melanconia. La vita, così amara ed insignificante, permette almeno al poeta di scoprire Dio, ultima e disperata consolazione.

Addormentarsi «con le mani in croce», come morti, perché in fondo la vita ha moltissimo in comune con la morte, ne è il prologo, ne è il sintomo, ne è l’anticipazione.

Spesso mi capita di passare accanto all’edificio che fu l’ospedale Fatebenefratelli a Nettuno, la mia città. Mi fermo ad osservare con attenzione l’austero edificio affacciato sul mare, e mi sembra di intravedere, disteso all’interno della sua spoglia stanza scarsamente illuminata dalla debole luce del crepuscolo, il giovane e sofferente Sergio. La malattia che lentamente, ma inesorabilmente, lo devasta non è riuscita a far breccia nel suo sguardo. Uno sguardo straordinariamente vivo, nel quale brilla l’accecante scintillio della libertà. Egli brama la libertà ancor più della salute. Lo osservo, lo ammiro lì disteso, il suo braccio abbandonato culmina in una delicata mano che tiene stretta un libro straniero. Il povero Sergio sembra quasi implorarmi, sembra dirmi: «ti prego, liberami». Il rumore delle onde riempie l’ospedale amplificando la disperazione che corre lungo i corridoi. Vorrei dirgli che lo adoro, ma non posso, non ci riesco. Egli allora, offeso, si volta dall’altra parte dandomi le spalle. Io riprendo il cammino, con nel cuore un’infinita melanconia ed un sottile velo di rabbia. Io e Corazzini nello stesso luogo di dolore. Lui, a distanza di innumerevoli decenni, continua a vivere grazie ai suoi meravigliosi versi. Io, a venticinque anni, sono già morto. E questo strazio si ripete ogni sacrosanto giorno.

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