Fëdor Dostoevskij (1821-1881) e l’arte, un rapporto intimo, un legame indissolubile. Indimenticabili le riflessioni sulla Madonna Sistina di Raffaello – che durante il complicato soggiorno a Dresda, l’immenso scrittore russo contemplava per ore ed ore – contenute nel romanzo I demoni (1871), e le pagine de L’idiota (1869) dedicate all’inquietante, all’angosciante Cristo morto di Hans Holbein il Giovane, dinanzi il quale il principe Myškin sentenzia brillantemente: «Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede» [1].

Anche nell’ultimo e più grande capolavoro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov (1879), compare un riferimento artistico, questa volta all’opera di un pittore connazionale dell’autore, quell’Ivan Nikolaevič Kramskoj (1837-1887) [2] leader intellettuale dei Peredvižniki (in lingua italiana “itineranti” o “ambulanti”), gruppo di artisti realisti russi che, contro l’elitarismo accademico, si adoperò per diffondere l’arte nelle campagne e nei piccoli centri, tentando così di educare il popolo fornendogli una coscienza estetica.

In particolare, Dostoevskij si serve del dipinto intitolato Il contemplatore (1876), per descrivere Smerdjàkov, il figlio illegittimo di Fëdor Pàvlovič Karamazov. Leggiamo il passo in questione.

«Il pittore Kramskoj ha dipinto un quadro notevole dal titolo Il contemplatore: vi si raffigura un bosco, d’inverno, e sulla strada che attraversa il bosco si vede un contadinotto assorto, nella più completa solitudine, con indosso un logoro caffettano e dei sandali di corteccia di tiglio; se ne sta lì e sembra pensieroso, ma non sta pensando: sta “contemplando” qualcosa. Se lo si urtasse, avrebbe un sussulto e vi guarderebbe come chi si sveglia di soprassalto, ma senza capire niente. Certo, si riprenderebbe subito, ma se gli si domandasse a cosa stava pensando, non si ricorderebbe nulla; in compenso, però, conserverebbe certamente dentro di sé l’impressione che lo aveva dominato durante la sua contemplazione. Queste impressioni gli sono care, ed egli le accumula senza volere, senza rendersene conto; perché lo faccia e a quale scopo, anche questo lo ignora: forse un giorno, dopo aver accumulato simili impressioni per anni e anni, pianterà tutto e se ne andrà a Gerusalemme, a peregrinare per il mondo e a fare penitenza; o forse darà fuoco al proprio villaggio natio, e magari entrambe le cose. Di individui contemplativi, nel popolo, ce ne sono parecchi. E anche Smerdjàkov era sicuramente uno di essi; di certo anche lui accumulava avidamente le sue impressioni, quasi senza sapere ancora bene il perché» [3].

Le parole di Dostoevskij certificano per l’ennesima volta l’eccezionale sensibilità artistica dello scrittore russo e, soprattutto, preannunciano la tragedia. Lo sguardo pensieroso e trasognato del Contemplatore di Kramskoj, che è lo stesso di Smerdjàkov, è lo sguardo dell’assassino, del parricida («forse darà fuoco al proprio villaggio natio»). Esortato inconsciamente dal fratellastro Ivàn, il figlio illegittimo tra poco infatti ucciderà il padre. Ed il parricidio è un innesco formidabile, è l’esplosiva scintilla che genera il suicidio, la follia e l’errore giudiziario più celebre dell’intera storia della letteratura.

NOTE

[1] Per un approfondimento sulle pagine de L’idiota dedicate al dipinto del pittore tedesco si veda l’articolo Dostoevskij ed il “Cristo morto” di Holbein.

[2] Per un approfondimento sul pittore si veda l’articolo Il Cristo-Uomo di Ivan Kramskoj.

[3] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, trad. it. di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2011, pp. 142-143.

In copertina: Vasilij Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872.

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