Oscilla tra il tedio e l’angoscia la d-esistenza di Bernardo Soares. E del primo dei due stati d’animo il semieteronimo di Fernando Pessoa fornisce nel Libro dell’inquietudine [1] una vera e propria fenomenologia. Leggiamo.

259.

Dedito come sono al tedio, è curioso che mai fino a oggi mi sia ricordato di meditare in cosa consista. Oggi mi trovo, davvero, in quello stato intermedio dell’anima in cui non mi interessa né la vita né un’altra cosa. E uso l’improvviso ricordo del fatto di non aver mai pensato a cosa fosse, nel sognare, nei pensieri metà impressioni, l’analisi, sempre un po’ artificiale, di cosa esso sia.
In verità, non so se il tedio corrisponda soltanto alla sonnolenza desta del vagabondo, se sia una cosa, in realtà, più nobile di quel torpore. In me il tedio è frequente, ma, che io sappia, perché me ne sono accorto, non ubbidisce a regole nella sua comparsa. Posso trascorrere un’intera domenica senza tedio; posso provarlo all’improvviso, come una nuvola esterna, in piena concentrazione lavorativa. Non riesco a relazionarlo a uno stato di salute o a una sua mancanza; non riesco a riconoscerlo come il prodotto di cause che si trovino nella parte visibile di me stesso.
Dire che è un’angoscia metafisica mascherata, che è una grande disillusione incognita, che è una sorda poesia dell’anima che affiora annoiata alla finestra che si affaccia sulla vita – dire questo, o una cosa che le sia parente, può colorare il tedio, come un bambino che esca fuori dai contorni del disegno e li cancelli, ma non mi dà niente di più di un suono di parole che echeggiano nei sotterranei del pensiero.
Il tedio… Pensare senza pensare, con la stanchezza di pensare; sentire senza sentire, con l’angoscia di sentire; non volere senza che non si voglia, con la nausea di non volere – tutto questo sta nel tedio senza essere il tedio e non è altro che una sua parafrasi o una traslazione. Nella sensazione diretta, è come se da sopra il fossato del castello dell’anima si alzasse il ponte levatoio, e fra il castello e la terra non restasse che poterli guardare senza poterli percorrere. C’è un nostro isolamento in noi stessi, ma un isolamento dove ciò che separa è stagnante come noi, acqua sporca che circonda la nostra ignoranza.
Il tedio… Soffrire senza sofferenza, volere senza voglia, pensare senza raziocinio… È come essere posseduti da un demonio negativo, un essere preda di una stregoneria provocata da niente. Si dice che gli stregoni, o i piccoli maghi, facendo delle immagini di noi e infliggendo loro dei maltrattamenti, attraverso un trasporto astrale, si riflettano su di noi. Il tedio mi compare, nella sensazione trasposta di questa immagine, come il riflesso maligno di stregonerie di un demonio di fate, esercitate, non su una mia immagine, ma sulla sua ombra. È nella mia ombra intima, nell’esterno dell’interno della mia anima, che si attaccano fogli o si conficcano aghi. Sono come l’uomo che ha venduto la propria ombra o, piuttosto, come l’ombra dell’uomo che l’ha venduta.
Il tedio… Lavoro abbastanza. Compio quello che i moralisti dell’azione chiamerebbero il mio dovere sociale. Adempio a questo dovere o a questa sorte, senza grande sforzo e senza particolare acrimonia. Ma, a volte, in pieno lavoro, talora in pieno riposo che, secondo gli stessi moralisti, merito e mi deve essere gradito, l’anima mi trabocca di un fiele di inerzia, e sono stanco, non del lavoro o del riposo, ma di me.
Perché di me, se non pensavo a me? Di che altra cosa se non pensavo ad essa? Il mistero dell’universo, che scende fino ai miei conti e fino al mio reclinarmi? Il dolore universale di vivere che improvvisamente si rende particolare nella mia anima medianica? Perché nobilitare tanto chi non si sa chi sia? È una sensazione di vuoto, una fame senza voglia di mangiare, nobile come queste sensazioni del semplice cervello, del semplice stomaco, derivate dal troppo fumo o da una cattiva digestione.
Il tedio… In fondo, forse è l’insoddisfazione dell’anima intima per non averle dato un credo, la desolazione del bambino triste che siamo intimamente, per non avergli comprato il giocattolo divino. Forse è l’insicurezza di chi ha bisogno di una mano che lo guidi e, nel percorso nero della sensazione profonda, non sente niente altro che la notte silenziosa di non potere pensare, la strada senza nulla di non sapere sentire…
Il tedio… Chi ha Dèi non ha mai il tedio. Il tedio è la mancanza di una mitologia. Per chi non ha un credo, anche il dubbio è impossibile, persino lo scetticismo non ha forza per dubitare. Sì, il tedio è questo: la perdita, da parte dell’anima, della sua capacità di illudersi, la mancanza, nel pensiero, della scala inesistente su cui esso possa salire sicuro verso la verità [2].

Il tedio pessoano va ad arricchire quel filone di grandi malesseri moderni che caratterizzano la produzione di alcuni dei più grandi autori della letteratura europea tra Otto e Novecento: la noia di Leopardi, lo spleen di Baudelaire, il male di vivere di Montale, la nausea di Sartre.

Del tedio Soares-Pessoa fornisce un’importante indicazione: l’operosità non è una discriminante: «Posso trascorrere un’intera domenica senza tedio; posso provarlo all’improvviso, come una nuvola esterna, in piena concentrazione lavorativa». Il contrario di ciò che accade nel Sabato del villaggio (1829) di Leopardi, dove «il legnaiuolo che si affretta a lavorare, per avere un giorno interamente libero, rappresenta anticipatamente il sentimento di delusione della domenica che, proprio perché giorno interamente libero, diventa il giorno della noia» [3].

Il frammento si caratterizza per il tentativo di fornire una definizione più o meno esatta del tedio (in tal senso significativo l’utilizzo dell’anafora, che scandisce i vari tentativi). Si rincorrono così, una dietro l’altra, calpestandosi quasi (in un andamento accumulativo tipico dell’intero Libro dell’inquietudine), definizioni affascinanti e misteriose, come quando Soares-Pessoa ricorre alla magia: «Il tedio mi compare, nella sensazione trasposta di questa immagine, come il riflesso maligno di stregonerie di un demonio di fate, esercitate, non su una mia immagine, ma sulla sua ombra. È nella mia ombra intima, nell’esterno dell’interno della mia anima, che si attaccano fogli o si conficcano aghi. Sono come l’uomo che ha venduto la propria ombra o, piuttosto, come l’ombra dell’uomo che l’ha venduta». Passo che riporta subito alla mente del lettore la Storia straordinaria di Peter Schlemil (1814) di Chamisso, opera che si colloca nella ricchissima tradizione letteraria fondata sul secolare mito del Faust, tradizione alla quale anche Pessoa fornisce il proprio originalissimo contributo.

Dopo svariati tentativi, è alla fine del frammento che Soares-Pessoa giunge alla definizione più soddisfacente del tedio (come indica quell’emblematico «Sì» posto ad inizio frase): «Il tedio… Chi ha Dèi non ha mai il tedio. Il tedio è la mancanza di una mitologia. Per chi non ha un credo, anche il dubbio è impossibile, persino lo scetticismo non ha forza per dubitare. Sì, il tedio è questo: la perdita, da parte dell’anima, della sua capacità di illudersi, la mancanza, nel pensiero, della scala inesistente su cui esso possa salire sicuro verso la verità».

Il tedio si lega dunque alle questioni della fede e della conoscenza (di nuovo il mito del Faust), configurandosi, almeno per ora, come la totale assenza di illusioni, indispensabili per giungere alla – presunta – verità. Ed ecco che il tedio si fa metafisico. Compare qui, come in molti altri luoghi del Libro dell’inquietudine, il Pessoa filosofo, filosofo a-sistematico, o forse sarebbe meglio dire de-sistematico, erede di quella filosofia della crisi (crisi del cogito cartesiano in primis) che ha in Leopardi e Nietzsche due dei maggiori protagonisti.

***

La definizione fornita in conclusione del precedente frammento non è definitiva (nel Libro dell’inquietudine non c’è, perché non può esserci, niente di definitivo, tutto è come sospeso), e Soares-Pessoa torna sull’argomento.

377.

Nessuno finora ha definito, con linguaggio comprensibile anche a chi non l’abbia provato, che cosa sia il tedio. Ciò che alcuni chiamano tedio, non è altro che noia; per altri non è altro che disagio; altri ancora chiamano tedio l’indolenza. Ma il tedio, sebbene comprenda l’indolenza, il disagio e la noia, li comprende come l’acqua comprende l’idrogeno e l’ossigeno, di cui si compone. Li include, senza somigliare somigliarvi.
Così, se alcuni attribuiscono al tedio un senso ristretto e incompleto, certi altri gli conferiscono una significazione che in un certo senso lo trascende – come quando si chiama tedio il disgusto interiore e spirituale della varietà e dell’incertezza del mondo. Ciò che fa sbadigliare, è la noia; ciò che fa mutare di posizione è il disagio; ciò che impedisce di disimpegnarsi è l’indolenza – nessuna di queste cose è però il tedio; come non lo è il sentimento profondo della vacuità delle cose, a causa del quale l’aspirazione frustrata si libera, l’ansia disillusa si sublima, e si forma nell’anima il germe da cui nasce il mistico o il santo.
Il tedio è sì la noia del mondo, il disagio di continuare a vivere, l’indolenza di aver vissuto; il tedio è davvero la sensazione carnale della vacuità prolissa delle cose. Ma il tedio è, più di questo, la noia di altri mondi, sia che esistano o no; il disagio di dover vivere, anche se altro, anche se in un altro modo, anche se in un altro mondo; la stanchezza, non solo di ieri e di oggi, ma anche di domani, dell’eternità, se c’è, e del niente, se è questo l’eternità. Non è solo la vacuità delle cose e degli esseri che duole nell’anima quando essa prova tedio: è anche la vacuità di un’altra cosa, che non sono le cose e gli esseri, la vacuità della propria anima che sente il vacuo, che si sente vacuo, e che in esso sente nausea di sé e si ripudia.
Il tedio è la sensazione fisica del caos, laddove il caos è tutto. L’annoiato, il disagiato, l’indolente si sentono rinchiusi in una cella angusta. Il disgustato della ristrettezza della vita si sente ammanettato in una cella grande. Ma chi prova tedio si sente prigioniero in libertà limitata in una cella infinita. Addosso a chi si annoia, o sente disagio, o fatica, possono crollare i muri della cella e sotterrarlo. A chi si disgusta della piccolezza del mondo possono cadere le manette ed egli può fuggire; o dolersi per non potersele togliere, ed egli, nel sentire dolore, tornare a vivere senza disgusto. Ma i muri della cella infinita non ci possono sotterrare, perché non esistono; né le manette, che nessuno ci ha messo, ci possono far rivivere attraverso il dolore.
Ed è questo che io sento di fronte alla bellezza placida di questa sera che sta morendo imperitura. Guardo il cielo alto e chiaro, dove cose vaghe, rosee, come ombre di nuvole, sono una peluria impalpabile di una vita alata e lontana. Abbasso gli occhi sul fiume, dove l’acqua, non più che leggermente tremula, è di un azzurro che sembra rispecchiato in un cielo più profondo. Alzo di nuovo gli occhi al cielo, c’è già, tra ciò che di vagamente colorato si sfrangia senza strapparsi nell’aria invisibile, un tono algido di bianco opaco, come se anche qualcuna di quelle cose, più alte e rarefatte, provasse un proprio tedio materiale, un’impossibilità di essere ciò che è, un corpo imponderabile di angustia e di desolazione.
Ma cosa? Che c’è nell’aria alta più dell’aria alta, che non è niente? Cosa altro c’è nel cielo più di un colore che non è suo? Cosa altro c’è in questi brandelli meno che nuvole, di cui già dubito, più di alcuni riflessi di luce che sono il resto materiale di un sole già calato? Cosa c’è in tutto questo se non io? Ah, ma il tedio è solo questo! È che in tutto questo – cielo, terra, mondo – ciò che c’è in tutto questo non è altro che io! [4]

In questo frammento l’autore sottolinea innanzitutto come il tedio non vada confuso con la noia, il disagio, l’indolenza e il sentimento della vacuità delle cose. Rispetto a questi stati d’animo il tedio si distingue infatti per la portata cosmica, come suggeriscono i suggestivi riferimenti agli altri mondi, all’eternità e all’illimitatezza della cella nella quale si trova rinchiuso colui che lo prova.

Infine Soares-Pessoa, legando le riflessioni generali alla situazione particolare, al momento stesso in cui scrive, giunge ad una nuova definizione di tedio, messo in relazione non più alla conoscenza, come accade nel frammento numero 259, ma alla coscienza, dunque all’aspetto individuale, soggettivo, più intimo dell’uomo. Il tedio si configura così come il malessere di quell’individuo che neppure nella contemplazione degli elementi naturali circostanti riesce ad evadere dalla propria lacerata interiorità.

***

378.

Sono arrivato al punto in cui il tedio è una persona, la finzione personificata della mia convivenza con me stesso [5].

Ed ecco che in questo lapidario frammento il tedio assume addirittura consistenza fisica, corporale, divenendo personaggio del Libro dell’inquietudine.

***

Un’ultima, pregnante riflessione sul tedio la troviamo nel frammento numero 442, a una manciata di pagine dal termine del Libro dell’inquietudine (ovviamente nell’edizione curata dalla Abbati a cui faccio riferimento).

442.

Dicono che il tedio sia la malattia degli oziosi, o che contagi soltanto coloro che non hanno nulla da fare. Invece è un malessere dell’anima più subdolo: prende chi ha già una predisposizione ad esso e, più che gli oziosi veri, attacca chi lavora, o chi fa finta di lavorare (che nella fattispecie è la stessa cosa).
Non c’è niente di peggio del contrasto fra il naturale incanto della vita interiore, con le sue Indie incontaminate e i suoi paesi sconosciuti, e la sordidezza, anche quando sordida non è, della quotidianità della vita. Il tedio diventa più pesante senza la scusa dell’ozio. Il peggiore di tutti è il tedio di coloro che si sottopongono a un’intensa occupazione.
Perché il tedio non è la malattia della noia di non aver nulla da fare, ma una malattia più grave: sentire che non vale la pena di fare niente. E, quando è così, quanto più c’è da fare, tanto più tedio bisogna sentire.
Quante volte sollevo la testa vuota del mondo intero dal registro su cui sto scrivendo! Sarebbe meglio rimanermene inattivo, senza far nulla e senza aver nulla da fare, almeno potrei gustarmi quel tedio, per quanto reale. Nel mio tedio presente non c’è pace né nobiltà, né il benessere del malessere: c’è soltanto un enorme annichilimento di tutti i gesti compiuti, e non la spossatezza virtuale dei gesti che non compirò [6].

Finalmente Soares-Pessoa definisce il tedio per quello che effettivamente è, «un malessere dell’anima». Malessere affrancato dall’ozio, come invece vorrebbe un luogo comune tanto consolidato quanto errato. Perché il tedio «attacca chi lavora, o chi fa finta di lavorare (che nella fattispecie è la stessa cosa)». E il tedio qui è «sentire che non vale la pena di fare niente», in esso «c’è soltanto un enorme annichilimento di tutti i gesti compiuti». È l’ultimo passo, il più estremo, quello che conduce dritto al nichilismo, che serpeggia lungo tutto il Libro dell’inquietudine, costituendone in un certo senso il sottosuolo (il riferimento alle dostoevskiane Memorie non è casuale), e che a volte si manifesta, come in questo caso, in tutta la sua spietata chiarezza. Soares-Pessoa è oramai ad portam inferi.

NOTE

[1] Per un approfondimento si veda l’articolo Dal non-Libro dell’inquietudine: una conversazione.

[2] Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, in F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine e Poesie, a cura di Orietta Abbati, Newton Compton editori, Roma 2013, pp. 187-189.

[3] Walter Binni, Leopardi. Scritti 1964-1967, p. 434.

[4] Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, op. cit., pp. 257-258.

[5] Ivi, p. 258.

[6] Ivi, pp. 298-299.

In copertina: Ernst Ludwig Kirchner, La vendita dell’ombra.

Comments

comments