Il New York Times ha scoperchiato il vaso di Pandora, facendo uscire per le vie di Roma gli spettri di un caso contorto e inquietante che ha vestito la città eterna di un nuovo abito al quale i turisti e i romani non erano pronti, trovandosi di fronte una città diversa da come la ricordavano, profondamente cambiata.

“[…] the illumination has been compared to that in a hospital, a morgue or a cemetery.”
New York Times

Ma non è solo questo, il dibattito non può ridursi al solo problema della temperatura di colore (bensì sia un dato significativo oltre al “termometro” percettivo del cambiamento effettuato), poiché quando il cambiamento è motivato e corretto a mio parere non è attaccabile. Prendiamo in esamina alcune scelte progettuali, come la decisione di mantenere le vecchie lanterne romane che contenevano le sorgenti a sodio: bene, anche altrove è stato fatto (male come a Roma), ma mai come in questo caso va notato che cambiando sorgente viene modificata anche l’emissione e la potenza emessa dall’apparecchio, confermando il fatto che  sarebbe stata necessaria un’analisi specifica e delle eventuali modifiche sostanziali anche al “contenitore” (la lanterna) che era stata studiata per un altro tipo di fonte. E’ un po’ come prendere una Panda e montargli un motore Ferrari, non andrà allo stesso modo.

Foto di Gianni Cipriano per il New York Times

Altro problema è quello delle differenti scene e sorgenti che in una città come Roma devono essere studiate sul luogo, con possibili varianti, garantendo una gamma di soluzioni “site-specific”, per dirlo in maniera anglofona, come è stata disegnata la città d’altronde: prendiamo piazza Madonna dei Monti, uno dei centri della discussione, dove l’arredo urbano, a partire dalla fontana (disegnata da Giacomo Della Porta, autore anche della chiesa di Santa Maria dei Monti), è disegnato e studiato appositamente per il luogo. Ma l’illuminazione non è forse decisiva almeno quanto l’arredo urbano? Anzi, non è parte dell’arredo urbano? Perché allora utilizzare le stesse soluzioni in ogni via, in ogni piazza, in ogni luogo, a Milano come a Roma, a Cuneo come a Lecce, come se ogni luogo fosse uguale. Utilizzare le stesse potenze, le stesse temperature, le stesse curve di emissione. Roma merita di meglio, deve pretendere un progetto complesso e di avanguardia che tenga conto delle sue innumerevoli unicità.

Quando Remo Remotti cantava di “Quella Roma degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali” si riferiva evidentemente alle persone e a quell’usanza di prendere sempre alla larga l’orario fissato da un appuntamento, ma in questo caso il senso impresso è allargato, la frase è presa in prestito e sta ad indicare l’appuntamento con un’occasione di rinnovamento (necessario) alla quale non si è arrivati puntuali e per colpa della quale saremo ovviamente costretti a rimettere mano (anche al portafoglio), più e più volte, per sistemare qualcosa che ha tutta l’impressione di essere un arrabattato tappabuco. La lungimiranza non è di casa, e per quanto possiamo capire che realizzare l’intera opera “alla perfezione” comporterebbe costi insostenibili, sarebbe stato meglio allora realizzarne un pezzo alla volta piuttosto che tutto, subito e male.

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