VIAGGI

Nonno ci diceva sempre di aver visto tutto il mondo. Noi, nella nostra infantile ingenuità, subivamo il fascino di quella affermazione, poi però, quando eravamo a scuola e osservavamo la cartina geografica della terra appesa in classe, proprio sopra la cattedra, nutrivamo qualche dubbio. Il mondo ci sembrava troppo grande perché il nonno, malgrado l’età avanzata, potesse averlo visitato proprio tutto. Quando poi un giorno ci disse che non solo aveva visto tutto il mondo, ma lo aveva visto addirittura restando fermo immobile in casa, senza muoversi dalla sua stanza, allora andammo totalmente in confusione. Mio fratello protestava, diceva che non era possibile, mentre io, nella mia spiccata fantasia tutta femminile, domandavo al nonno se non fosse un mago. Il nonno, sorridendo di gusto, ci invitò a seguirlo. Noi, continuando a discutere animatamente – mio fratello accusava il nonno di essere un bugiardo, mentre io lo difendevo, sostenendo che fosse un mago -, lo seguimmo. Ci condusse in una parte della grande casa con la quale non avevamo familiarità, perché si trovava al piano superiore. Si fermò davanti ad una porta chiusa. Ciò che ci disse prima di aprirla non lo dimenticherò mai.
«Ragazzi, ora vi mostrerò che quello che ho detto è vero, e che non sono un bugiardo. Ma neanche un mago, mia cara Agnese, purtroppo. Anche se di maghi ne conosco molti».
Detto questo spalancò la porta e ci esortò a varcare la soglia di quella stanza a noi sconosciuta. Era buio e non vedevamo niente. Allora il nonno accese la luce ed ecco, dinanzi a nostri occhietti curiosi, si presentò lo spettacolo di un’enorme biblioteca contenente migliaia e migliaia di volumi d’ogni forma e colore. Da quel giorno anch’io e mio fratello iniziammo a viaggiare per il mondo, e al di là di esso.

***

UN PUGNO DI CEMENTO

Un uomo vive da vent’anni in un bosco, in completa solitudine. Da un giorno all’altro abbandonò tutto, la casa, gli affetti, il lavoro, le passioni per rifugiarsi tra gli alberi secolari e trovare pace. Ma ecco che l’eremita è costretto ad andarsene: il bosco deve lasciare spazio ad un enorme complesso abitativo, al posto degli alberi, del verde salutare milioni e milioni di metri cubi di cemento. L’uomo prova ad opporre resistenza, prova a battersi, mettendo in gioco la sua stessa vita, ma non c’è niente da fare, troppo più forti sono i suoi avversari. L’eremita alza bandiera bianca, deluso che nessun altro suo simile si sia battuto contro quell’inaudita violenza, certo però di trovare un altro bosco nel quale potersi rifugiare, al riparo di un mondo che detestava già prima e ancor più adesso, dopo quella feroce ingiustizia.
L’eremita si fa dunque vagabondo, inizia la ricerca di un nuovo luogo solitario ed incontaminato. L’uomo vaga per il suo paese, ma di boschi non c’è più traccia, da nessuna parte. Tutto è cementificato, persino quelle porzioni di territorio che ricordava inaccessibili, selvagge. Persino le montagne più alte, fin sopra la cima, sono rivestite di cemento. Con la morte nel cuore a causa di quello spettacolo desolante, il vagabondo decide di sconfinare. Cammina, cammina, cammina, attraversa un paese dopo l’altro, un continente dopo l’altro, si imbarca, solca mari ed oceani, senza però riuscire a trovare ciò per cui si era messo in viaggio. Nel corso degli ultimi vent’anni gli uomini hanno trasformato il mondo in un pugno di cemento. Non c’è rimasto neppure un metro quadrato di verde; hanno ricoperto tutto, ogni singolo angolo. E la terra pian piano, giorno dopo giorno, muore per asfissia.
Ormai vecchio, la schiena curva, il volto, ricoperto da una lunga barba bianca, solcato da rughe profondissime, il vagabondo, umiliato e abbattuto, si trascina in una grande città, in una metropoli di cui ignora persino il nome. A vederlo sembra l’incarnazione della sofferenza provata dalla terra. Qualcosa, all’improvviso, in un angolo della strada sovraffollata e maleodorante, attira la sua attenzione. Il vagabondo sgrana gli occhi, come non gli capitava da anni, e si avvicina lentamente, col suo passo strascicato, affaticato verso quel punto. I passanti, indaffarati, laboriosi e scattanti come formiche, lo urtano, lo maledicono per la sua improduttiva lentezza. Giunto a fatica, tra uno spintone e l’altro, in quell’angolo della strada che tanto ha attirato la sua attenzione, il vecchio, sfinito ed emozionato, cade in ginocchio. Una lacrima gli scivola giù dall’occhio perdendosi tra la folta barba. Ma cosa ha trovato il vagabondo? Un sottilissimo filo d’erba si erge da una crepa del cemento (crepa provocata forse da un impercettibile terremoto). Il vecchio lo copre, come a proteggerlo, con entrambe le mani tremanti, e muore, sul colpo, di crepacuore.

***

NELLA CRIPTA

Lei, in piedi, la testa leggermente piegata da una parte, osserva le centinaia d’ossa che le si parano dinanzi. Lui, alle sue spalle, osserva lei. Si avvicina, adagio, senza far rumore, e le cinge la vita con entrambe le braccia. Nella cripta il suono della pioggia scrosciante giunge attutito, appena percepibile.
«In tanto nulla, tu sei l’idea che avrebbe potuto salvarmi la vita», sussurra lui all’orecchio di lei.
Allora lei si volta, senza sciogliere l’abbraccio, e fissa con uno sguardo dolente lui, che intanto naufraga negli enormi occhi di lei, che del ceruleo della nascita conservano il ricordo in un cerchio sottilissimo visibile solo a chi, come lui, ne è a conoscenza.
Sembra che lei lo voglia baciare. Lui non ha mai desiderato niente con tanto ardore come le labbra di lei in questo momento. I nasi si sfiorano, le bocche indugiano, indecise.
«Non posso…», sussurra infine lei, con un filo di voce fragile come cristallo.
«Lo so», risponde lui, sorridendo.
Allora lei gli getta le braccia attorno al collo, nascondendo il volto sulla spalla di lui, che si inebria del profumo delicato che emanano i lunghi capelli di lei.
«Io…», balbetta lui, indeciso se terminare o meno la frase. «Io… fino… fino alla fine dei miei giorni, vivrò dell’attimo in cui tu hai avuto la tentazione di corrispondere il mio amore».
Dopo queste parole, dette tutte d’un fiato, lei si stacca da lui, retrocede di un passo e lo guarda con un’espressione interrogativa, e al tempo stesso preoccupata. Vorrebbe replicare qualcosa, vorrebbe difendersi e contraddire lui, dirgli che questa tentazione non l’ha mai avuta, ma non ci riesce. È come se avesse di colpo disimparato a parlare. Non può fare altro che scuotere la testa. In gola, invece che le parole, sente affiorare il pianto. Allora fugge via da lui, via da quella cripta piena d’ossa di frati d’ogni tempo, trattenendo a stento le lacrime. Lui resta lì, immobile, la testa china, morto anch’egli tra tanti morti.

In copertina: Hugo Simberg, Il giardino della morte, 1896.

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