Tra le più celebri ed importanti opere teatrali del drammaturgo e poeta tedesco Bertolt Brecht (1898-1956), vi è certamente Vita di Galileo (1938-1939).

Ci troviamo nel 1632, a Firenze. Galileo scrive il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, incentrato sulle differenze tra l’universo aristotelico-tolemaico e quello copernicano, di cui è un fervente sostenitore. Il suo fondamentale ed illuminante trattato viene subito condannato dalle autorità ecclesiastiche, e Galileo, l’anno successivo, nel 1633, è costretto a subire il processo [1] da parte del tribunale della Santa Inquisizione di Roma. Lo scienziato abiura e così riesce ad evitare il rogo. Galileo si trasferisce allora nella villa di Arcetri, vivendo in esilio, sotto il rigido e spietato controllo delle autorità ecclesiastiche. Non smette però di studiare, di ricercare ed in questo periodo compone i Discorsi su due scienze nuove.

Di seguito, proponiamo la scena dell’opera teatrale di Brecht in cui Andrea Sarti, discepolo di Galileo, prima di giungere in Olanda, paese libero nel quale potrà tranquillamente dedicarsi alle sue ricerche scientifiche, si reca dal vecchio maestro, che gli comunica il completamento del suo ultimo trattato.

ANDREA I «Discorsi»! (Sfoglia il manoscritto. Legge) «È mio proposito esporre una nuovissima scienza che tratta di un assai antico oggetto, il moto. Con l’aiuto di esperimenti ho scoperto alcune sue proprietà che sono degne di essere conosciute».
GALILEO Dovevo pur impiegare in qualche maniera il mio tempo.
ANDREA Saranno i fondamenti di una nuova fisica?
GALILEO Nascondilo sotto il mantello.
ANDREA E noi pensavamo che aveste disertato! Io sono stato, di tutti, quello che più vi ha dato addosso.
GALILEO Non mi pare che ci sia nulla da ridire. Io ti ho insegnato la scienza e poi ho rinnegato la verità.
ANDREA Ma questo cambia tutto! Tutto!
GALILEO Davvero?
ANDREA Avete nascosto la verità! Contro il nemico. Anche sul terreno dell’etica ci precedevate di secoli.
GALILEO Spiegati, Andrea.
ANDREA Noi ripetevamo all’uomo della strada: «Morirà ma non abiurerà». E voi siete tornato dicendoci: «Ho abiurato, ma vivrò». Noi allora: «Vi siete sporcato le mani». E voi: «Meglio sporche che vuote».
GALILEO Meglio sporche che vuote… Bello. Ha un suono di qualcosa di reale. Un suono che mi somiglia. Nuova scienza, nuova etica.
ANDREA Fra tutti, io avrei dovuto capirlo! Avevo undici anni, quando vendeste al Senato veneziano il telescopio che un altro vi aveva portato; e vidi l’uso che ne faceste per uno scopo immortale. Quando vi prosternaste al mocciosetto fiorentino, i vostri amici scossero il capo: ma la vostra scienza conquistò un più largo uditorio. Vi siete sempre beffato degli eroismi. «La gente che soffre mi annoia, – solevate dire; – la sfortuna generalmente è dovuta a un errore di calcolo»; e «quando ci si trova davanti un ostacolo, la linea più breve tra due punti può essere una linea curva».
GALILEO Mi rammento.
ANDREA Poi, nel ’33, quando credeste bene di ritrattare un punto delle vostre dottrine che aveva acquistato notorietà tra il volgo, dovevo capire che avevate semplicemente deciso di ritirarvi da una rissa politica ormai senza speranza, per continuare a dedicarvi al vero lavoro dello scienziato.
GALILEO Il quale consiste…
ANDREA … Nello studio delle proprietà del moto, padre delle macchine, che sole potranno rendere il mondo abitabile e permettere così di demolire il cielo.
GALILEO Ah!
ANDREA Volevate guadagnar tempo per scrivere il libro che solo voi potevate scrivere. Se foste salito al rogo, se foste morto in un’aureola di fuoco, avrebbero vinto gli altri.
GALILEO Hanno vinto gli altri. E un’opera scientifica che possa essere scritta da un uomo solo, non esiste.
ANDREA Ma allora, perché avete abiurato?
GALILEO Ho abiurato perché il dolore fisico mi faceva paura.
ANDREA No!
GALILEO Mi hanno mostrato gli strumenti.
ANDREA Dunque non l’avevate meditato?
GALILEO Niente affatto.

Pausa.

ANDREA (forte) La scienza non ha che un imperativo: contribuire alla scienza.
GALILEO E questo, l’ho assolto. Benvenuto allora nella mia sentina, caro fratello di scienza e cugino di tradimento! Vuoi comprare pesce? Ho pesce! E non è il mio pesce che puzza, sono io. Io svendo, e tu acquisti. O irresistibile potere di questa merce consacrata, il libro! Gli basta guardarlo, perché gli venga l’acquolina in bocca e ricacci giù tutti gl’improperi. La grande Babilonia, la scarlatta belva assassina, spalanca le cosce, ed ecco, tutto è cambiato. Santificata sia la nostra congrega di trafficanti, di riverginatori e di tremebondi davanti alla morte!
ANDREA La paura della morte è umana! E le debolezze umane non interessano la scienza.
GALILEO No!… Caro Andrea, anche nella mia attuale condizione mi sento di orientarvi un poco su tutto ciò che interessa questa professione di scienziato, cui vi siete legato per l’esistenza.

Breve pausa.

GALILEO (con le mani professoralmente congiunte sull’adipe) Nel tempo che ho libero – e ne ho, di tempo libero – mi è avvenuto di rimeditare il mio caso e di domandarmi come dovrà giudicarlo quel mondo della scienza al quale non credo più di appartenere. Anche un venditore di lana, per quanto abile sia ad acquistarla a buon prezzo per poi rivenderla cara, deve preoccuparsi che il commercio della lana possa svolgersi senza difficoltà. Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. Essa tratta il sapere, che è un prodotto del dubbio; e col procacciare sapere a tutti su ogni cosa, tende a destare il dubbio in tutti. Ora, la gran parte della popolazione è tenuta dai suoi sovrani, dai suoi proprietari di terre, dai suoi preti, in una nebbia madreperlacea di superstizioni e di antiche sentenze, che occulta le malefatte di costoro. Antica come le rocce è la condizione dei più, e dall’alto dei pulpiti e delle cattedre si soleva dipingerla come altrettanto imperitura. Ma la nostra nuova arte del dubbio appassionò il gran pubblico, che corse a strapparci di mano il telescopio per puntarlo sui suoi aguzzini. Cotesti uomini egoisti e prepotenti, avidi predatori a proprio vantaggio dei frutti della scienza, si avvidero subito che un freddo occhio scientifico si era posato su una miseria millenaria ma artificiale: una miseria che chiaramente poteva essere eliminata con l’eliminare loro stessi; e allora sommersero noi sotto un profluvio di minacce e di corruzioni, tale da travolgere gli spiriti deboli. Ma possiamo noi respingere la massa e conservarci uomini di scienza? I moti dei corpi celesti ci sono divenuti più chiari; ma i moti dei potenti restano pur sempre imperscrutabili ai popoli. E se il dubbio ha vinto la battaglia per la misurabilità dei cieli, la battaglia della massaia romana per la sua bottiglia di latte sarà sempre perduta dalla credulità. Con tutt’e due queste battaglie, Andrea, ha a che fare la scienza. Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Non credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà che fonte di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità si scaverà un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka risponderà un grido di dolore universale. Nella mia vita di scienziato ho avuto una fortuna senza pari: quella di vedere l’astronomia dilagare nelle pubbliche piazze. In circostanze così straordinarie, la fermezza di un uomo poteva produrre grandissimi rivolgimenti. Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità. Così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenia di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. Mi sono anche convinto, Andrea, di non aver mai corso dei rischi gravi. Per alcuni anni ebbi la stessa forza di una pubblica autorità; e misi la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini. (Virginia è entrata con un vassoio: resta immobile ad ascoltare). Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può essere tollerata nei ranghi della scienza [2].

Dal brano appena proposto emerge un Galileo devastato, ridotto a brandelli. Lo scienziato ha abiurato, o peggio, come dice egli stesso, ha tradito, spaventato dal dolore fisico. Galileo qui non è un eroe, e neppure uno scienziato. Galileo è innanzitutto un uomo. E come ogni uomo è stato abbattuto dalla debolezza, dalla paura. Il Galileo brechtiano prova un forte, profondo e sgradevole senso di fallimento, che le parole di ammirazione di Andrea Sarti non riescono in alcun modo a mitigare.

Ma il fulcro di questo passo dell’opera di Brecht è un altro. L’autore tedesco, in tutta la sua pregevole produzione letteraria, è sempre mosso da un intento pedagogico ed educativo [3], e questo testo non fa eccezione. Nella fattispecie, Galileo sottolinea il carattere sociale della scienza. La scienza deve rendersi utile all’umanità, a tutta l’umanità, e non asservirsi solamente ai potenti. Quella dello scienziato pisano è una lezione grandiosa e, al tempo stesso, dannatamente utopica. Basta sfogliare un qualunque manuale di storia moderna e contemporanea, per accorgersi di quanto la scienza sia stata utilizzata dai pochi, dai famigerati potenti per seminare ovunque violenza e distruzione. Gli scienziati si sono resi complici di sanguinosi signori della guerra, un solo esempio: la bomba atomica.

A questo discorso si ricollega anche il rammarico di Galileo. Lo scienziato è ben consapevole – e questa atroce consapevolezza lo divora, lo distrugge – che se fosse riuscito a resistere ai violenti ecclesiastici, non rinunciando così alla propria responsabilità, si sarebbe potuto assistere a grandi rivolgimenti, ed i suoi colleghi scienziati avrebbero compreso che il fine ultimo della scienza è aiutare l’umanità. Se invece si ammette la scienza solamente come fine, indipendente da qualunque vincolo e da qualunque responsabilità nei confronti degli uomini, ecco che allora avviene la tragedia. In questo caso gli scienziati, definiti «gnomi inventivi», divengono partecipi e corresponsabili delle imprese più orribili e disumane. E così è stato.

Brecht, da attento e perspicace osservatore e conoscitore del proprio tempo, nelle note alla Vita di Galileo scrive: «Il misfatto di Galileo può essere considerato il “peccato originale” delle scienze naturali moderne».

La scienza nacque come una meravigliosa opportunità, avrebbe potuto aiutare l’uomo, rendere la sua vita meno faticosa e meno misera, ma è troppo presto degenerata. Se il dubbio, fondamento di ogni scienza, «ha vinto la battaglia per la misurabilità dei cieli, la battaglia della massaia romana per la sua bottiglia di latte sarà sempre perduta dalla credulità».

NOTE

[1] Per la cronaca del processo a Galileo Galilei si veda l’articolo L’ennesimo ed imperdonabile crimine contro l’umanità.

[2] Bertolt Brecht, Vita di Galileo, trad. it. di E. Castellani, in B. Brecht, Teatro, Einaudi, Torino 1963.

[3] Per un approfondimento sull’intento pedagogico ed educativo di Brecht in poesia si veda l’articolo La poesia politica di Bertolt Brecht.

In copertina: Justus Sustermans, Ritratto di Galileo Galilei, 1637.

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