“No light-no space” sembra uno slogan assoluto, un assioma difficilmente scindibile, nel senso che lo spazio in cui viviamo non potrebbe esistere senza la luce che lo bagna. L’arte però ama rompere le relazioni, dividere matrimoni e sconvolgere lo stato percettivo delle cose, in particolare il lavoro di James Turrell mina a sovvertire le convinzioni in dubbi, il soffitto in cielo o viceversa.

È proprio in circostanze ambigue, rispetto a quelle di un’artista canonico, che iniziò la sua carriera: matematica e fisica furono i compagni fedeli di intrattenimento negli anni sessanta per il giovane Turrell, periodo di formazione passato saltando da una culla all’altra, da Graham Bell, passando per il professore di psicologia Paul Vitz e quello di astronomia Robert Chambers, confermando come l’artista moderno non si rechi più a bottega dal Ghirlandaio come Michelangelo, bensì sfondi le pareti degli studi, abbattendo le barriere linguistiche, mischiando conoscenze e le maestranze.

“…[l’opera] non rappresenta né causa la luce, ma è fatta fisicamente di luce.”

Il genio di Pasadena devia dunque la sua opera sui temi percettivi, portando all’estremo i luoghi e gli spazi dove mette in scena le sue opere, fino ad arrivare al suo grande “figlio”, il sogno di un esule, di un folle: il Roden Crater.

Il progetto è situato nel cuore di un cono vulcanico estinto, il Roden Crater appunto, presso Flagstaff in Arizona, in un territorio avverso alla vita e all’uomo, ma totalmente complementare all’idea dell’artista, il più grande intervento di land-art del mondo, volto a scavare, modellare e definire uno spazio attraverso la luce.

C’è anche un po’ di Italia nella grande utopia che dal 1979 tormenta Turrell, in particolare nella figura del conte Panza di Biumo, suo grande finanziatore oltre che committente dei primi progetti del Roden Crater. Ma per realizzare il più grande “monumento alla percezione” del mondo l’artista si è avvalso dell’aiuto di architetti, ingegneri, geologi e astronomi, fedeli alleati nel realizzare le strutture (tutte ipogee), pronte ad aprirsi adeguatamente in direzioni precise, orientate, con lo scopo di permettere all’osservatore di catturare ora la luce solare, ora quella lunare.

L’opera è un susseguirsi di camere, accuratamente studiate, che hanno il compito di guidare il visitatore attraverso osservatori astronomici, esaltanti spazi apparentemente idiosincratici che rappresentano un viaggio per lo spettatore simbiotico, trasversalmente si è pervasi dalla forza e visionarietà delle soluzioni spazio-luce (uniti e divisi al tempo stesso) proprio in quello spazio desertico, dove i sensi sono acuiti e dilatati.

James Turrell, Roden Crater, South Space

I lavori al suo grande progetto non sono ancora finiti, tant’è che Turrell è costretto a vivere almeno sei mesi l’anno in Arizona, dove segue costantemente l’avanzamento del progetto, interminabile. Nella speranza che non rimarranno incompiuti e di poter visitare un giorno questo “museo percettivo” vi lasciamo una frase emblematica del personaggio, arguto e pungente, sull’arte contemporanea:

“Sento che il mio lavoro è fatto per un solo essere, un individuo. Potreste pensare che sono io, ma non è proprio così, bensì è un visualizzatore idealizzato. A volte mi sono sentito veramente irritato nell’andare a vedere una mostra: ho visto “La Gioconda” quando era a Los Angeles solo per 13 secondi per poi essere invitato ad andare avanti. Ma, si sa, oggi c’è un movimento slow-food: chissà, forse potremmo anche avere un movimento slow-art in futuro, e prenderci un’ora per un’opera…”

 

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