PASOLINI E IL VIAGGIO. TESI ININTERROTTA DI UN LAUREANDO IN LETTERE CHE TRASCORRE “LE MORTE STAGIONI” ANALIZZANDO L’EREDITÀ MITICA DELL’ULTIMO POETA CIVILE ITALIANO. IL PROBLEMA: L’INFINITO.

 “Penoso stato di eccitazione all’arrivo. La Porta dell’India. Spaccato, naturalmente fantasmagorico, di Bombay. Una enorme folla vestita di asciugamani. Moravia va a letto: mia esibizione di intrepidezza nell’avventurarmi nella notte indiana. La dolcezza di Sardar e di Sundar”. Tonitruante e lascivo Pier Paolo Pasolini bombarda i rotocalchi de “Il Giorno”, inscenando le velleità intrinseche, le aspirazioni romantiche di un diario di viaggio. Le impressioni, le suggestioni, i ragionamenti oculati di un viandante, risucchiato nel vortice ossessivo della scoperta, sistematizzano i chiaroscuri tonali di un resoconto, lucido e accalorato, dell’India contemporanea. L’odore dell’india e il 1961. Non soddisfatto, l’intellettuale di Casarsa impone alla narrazione una forza mitopoietica, che travalica inesorabilmente gli argini tumefatti della cronaca, prostrandosi alle glorie ultraterrene di una cultura che pone la spiritualità come elemento centrale del divenire storico. “Solo un po’ alla volta mi sarei abituato a questa condizione di libera scelta religiosa, che, se da una parte dà un senso come di gratuità di ogni religione, dall’altra è così ricca di spirito religioso puro”. La mole monumentale del virtuosismo ascetico dell’India sorridente e ammiccante, ancorata alle tradizioni di una liturgia smostrata e svuotata di senso per le discrasie dei tempi che si ammassavano alla mitezza e alla bontà degli indù, si sgretola davanti alle condizioni economico – sociale di un paese che ingoiava i malesseri e le storture dell’Occidente imperialista. “Certe loro forme di religiosità sono coatte, tipicamente medioevali: alienazioni dovute all’orrenda situazione economica e igienica del paese, vere e proprie nevrosi mistiche, che ricordano quelle europee, appunto, del medioevo, che possono colpire individui o intere comunità”. Una terra di frontiera, un inferno capovolto, luogo assoluto, da raggiungere e circoscrivere, in cui la trascendenza e l’irrealtà metafisica si ricompongono alla materia grezza della sofferenza umana, assume un significato terzo nell’esegesi pasoliniana. “Ah, non so dire, bene, quando è incominciata: forse da sempre. Chi può segnare il momento in cui la ragione comincia a dormire, o meglio a desiderare la propria fine? Chi può determinare la circostanze in cui essa comincia a uscire, o a tornare là dove non era ragione, abbandonando la strada che per tanti anni aveva creduto giusta, per passione, per ingenuità, per conformismo?”. La Divina Mimesis e il 1975. Il viaggio, percorso iniziatico, movimento estenuante, divenire amniotico della creazione, scorpora l’esistenza, la spacchetta. Una radiografia dell’Essere: l’uomo in quanto tale vagabonda nell’etere infinito di un mondo che assume la propria immanenza attraverso le categorie della metafisica. “L’inferno neocapitalistico” sfoga i rancori di una fase storica in declino, rimembrando l’impotenza di un Dante Alighieri, non più supportato dalla razionalità Classica del sommo Virgilio ma dall’attempato poeta popolare imbevuto di un comunismo laconico e ortodosso, al cospetto delle tre fiere digrignanti, anch’esse spettri “ribollenti e magmatici” della modernità che avanza. Il cammino imprevisto, “Intorno ai quarant’anni, mi accorsi di trovarmi in un momento molto oscuro della mia vita.”, il sentiero scosceso, sconnesso, per quanto ovvie fossero le cause della voragine, l’impatto, l’analisi delle scanalature, delle contraddizioni, delle strade, degli incroci che squarciano la visione stereotipata della dottrina, costringendo l’intellettuale a frugarsi nelle tasche alla ricerca delle chiavi interpretative adatte, sono le costanti filosofiche di un uomo che non pone limiti alla propria realizzazione. Il dato è reale: riscoprire la propria umanità, percorrere itinerari, crudi per l’evidenza del fatto, di un tracciato che l’inconscio congestionato asfalta con un flusso di coscienza rimaneggiato poi dall’invenzione artistica, sono le fondamenta, la prima colata di cemento per avviare un processo speculativo, per comprendere la società, le dinamiche di un’intera collettività, i gangli di un sistema, per ambire poi alla trasformazione, alla rottura rivoluzionaria, costantemente presente in Pasolini. Il fine però, l’obiettivo prefigurato, rimane statico, fermo nella sua positività: ciò che conta veramente è il viaggio, la crescita o la decrescita, il tornare indietro o l’avanzare forsennatamente. Una lenta impazienza che si crogiola nel dolore, nella riflessione tortuosa. Il dolce o la torta, dopo che le stoviglie del pranzo irrancidiscono nel lavello, sono serviti su un piatto che trasmuta e confonde le due esperienze, sensoriale e teoretica, in un’opera artistica che incaglia l’essere umano nel centro focale di un universo in espansione, regolato però da leggi aristoteliche. Le due opere si riconoscono nella dicotomia ascesi/caduta e si evitano accuratamente, masturbandosi con riferimenti culturali ed esperienziali antitetici, ricalcando codici comunicativi diversi. L’inferno, nonostante i due paradisi conclamati in Petrolio, iconografia ingiallita di un poema, capolavoro indiscusso di una comunità latente, non abbiano una tale forza demistificante, si concretizza ne L’Odore dell’India nella totale consapevolezza, nella coscienza connaturata di un popolo che subisce le scadenze di un colonialismo pervasivo, riproducendo contemporaneamente le istantanee di un passato glorioso: assuefazione allo sfruttamento, alla povertà imperitura, all’immobilità sociale, al politeismo dell’immateriale o ai dogmi delle Sacre Scritture, mantenendo un identità storica, nonostante le rivolte dicessero altro. Ne La Divina Mimesis il contesto culturale dell’Italia repubblicana, il disfacimento della borghesia che trangugia valori e sentimenti, incubando la bestia postmoderna nel proprio grembo morente, mentre guaisce il neonato Capitalismo familiare e clientelare davanti alle fabbriche dismesse, diviene inferno, il capitolo di una narrazione, la cantica di una Commedia senza fine.

Di Maurizio Franco

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